Esteri Politica

Il paradosso del “Buon Natale” cancellato dall’Ue in nome dell’inclusione

In un periodo buio, di pestilenze e lutti, ogni tanto ci vuole una buona notizia. Ebbene, eureka, la buona notizia c’è! Anche quest’anno, infatti, potremo dire “Buon Natale” senza scatenare reazioni, né provocare rughe, nel visetto angelico e severo, da luterana osservante qual è, della nostra amata Ursula Von Der Leyen– sempre sia lodata – regina incontrastata delle messe in piega e delle buone regole continentali. E lo potremo dire in tutte le lingue: Joyeux Noel, Merry Christmas, Frohe Weinachten!

L’Unione Europea pare avere fatto dietrofront e, dunque, quella famigerata nota interna per l’uso di un linguaggio inclusivo – quella che suggeriva, tra le altre cose, di non usare la parola Natale, poco ecumenica, sostituendola con Festività, al fine di non offendere i cittadini UE che non fossero di religione cristiana – è stata ritirata

Certo, io mi chiedo, da cittadino UE non di religione islamica, il perché io, ad esempio, dovrei sentirmi offeso se Ahmed, il pizzettaio qui sotto, una sera dovesse augurarmi “Buon Ramadan!”, per quanto io il Ramadan non lo festeggi. Oppure perché dovrei incazzarmi se David, sebbene io sia un cittadino UE non di religione ebraica, mi dovesse dire felice “Buona Hannukkah!”. 

Visto che non mi sentirei offeso io, non capisco neanche il perché dovrebbero sentirsi offesi loro, se una mattina dovesse scapparmi, in loro presenza, un fragoroso “Buon Natale!”, non essendo né Ahmed né David dei minus habens e nemmeno degli adolescenti ipersensibili, quei tipi da considerare tanto bravi ragazzi però non del tutto maturi e, dunque, da imbottire di bambagia per proteggerli dalle insidie del mondo. 

Che io lo comprenda o no, qualcuno si è però preoccupato per loro – per David e per Ahmed, intendo – tentando comunque di proteggerli, perdendo ore e ore a stilare, in una nota UE, la lista delle parole che non offendono nessuno e quelle, invece, da mettere all’indice e da non usare più, o da usare con molta parsimonia. 

Fatto sta che, però, qualcun altro – forse a causa delle polemiche che quella nota ha provocato – poco dopo ha stracciato via tutto, ammettendo implicitamente che quel tentativo di depurazione censoria e puritana del linguaggio – che colpiva alcuni temi cardine della tradizione culturale europea, quale il Natale – fosse un’emerita stupidaggine. 

Com’è, come non è, nel breve lasso di tempo intercorso fra la compilazione della nota e il suo ritiro, si sono comunque scatenati, come sempre accade, i riflessi pavloviani delle diverse fazioni in campo. 

Da una parte, soprattutto a destra, si è gridato all’attentato contro le mitologiche e sempre utili “radici cristiane”, quelle che, quando vengono citate dalla bocca di alcune figure politiche non proprio evangeliche e irreprensibili nel proprio operato, figurano spesso come un puro e non di rado irritante pretesto propagandistico. 

Dall’altra, soprattutto a sinistra, si è cercato di minimizzare l’accaduto. Anzi, inizialmente si è tentato anche di dire che si trattava solo di una “bufala”, di una “fake news”, inventata di sana pianta da quegli “analfabeti funzionali” dei siti e dei giornali di destra.

Si sa che i termini “fake news” e “analfabeti funzionali” sono dei passe-partout sempreverdi, dei classici che non passano mai di moda, un po’ come i jeans. 

E, un po’ come accadeva ai bei tempi, quelli in cui la sinistra addebitava tutti i mali del mondo ai cattivoni della “Bestia” di Salvini e Morisi – i due terribili demoni del “populismo”, quelli che inquinavano il mondo coi loro satanici e malefici rituali sovranisti e antieuropeisti – i siti e i giornali vicini a quei due, o ai loro amici, a sinistra si sa ancora bene e con certezza che solo spacciatori di “fake news”. 

Sarà però che Salvini è, da qualche tempo, alleato di governo della sinistra – ohibò, dico sul serio eh, anche se ancora nessuno pare essersene accorto, nemmeno i diretti interessati – e che Morisi è, ultimamente, in ben altre faccende affaccendato, fatto sta che stavolta la Bestia non c’entra proprio nulla, che i siti e i giornali di destra, in questo caso, non hanno inventato un gran che e che quella della nota UE sul Natale non è una bufala. 

Appurata, dunque, la reale esistenza della nota UE, a sinistra si è comunque continuato a minimizzare l’accaduto, dicendo che, in fondo, si trattava solo di una nota interna, come ce ne sono millemila, non di una normativa o di una disposizione per i cittadini europei e che, comunque, nessuno si è mai sognato di vietare il Natale a nessuno, ma si è solo dato il suggerimento di non usare più quella parola, che può risultare divisiva su un piano culturale e religioso.

Ecco, però, che qui veniamo al vero punto della questione. Perché, a mio personale avviso, è proprio questo tipo di giustificazione, a risultare, di fatto, una toppa molto peggiore del buco che in qualche modo vorrebbe coprire.

Dando per buona questa spiegazione, quella di una UE che, in nome dell’inclusione, suggerisce di non usare un termine che è parte fondante, da secoli, della cultura europea, sebbene rappresentativo di una religione non condivisa da tutti, non si rende un buon servizio all’inclusione, anzi, si impoverisce il concetto stesso di Europa e si dà ragione a chi ne critica gli attuali organismi politici e la loro visione culturale.

L’inclusione è, infatti, un arricchimento, è un’aggiunta, è l’unione della nostra cultura con quella degli altri, non una sottrazione, tanto meno una sottrazione che parte dalla vergogna e dal mascheramento, seppur fatto a fin di bene, della propria identità. 

Se manca un “io” chiaro e ben definito, se quell’io cerco di mascherarlo, di nasconderlo, di metterlo sottotraccia, pur di non offendere nessuno, allora non potrà mai esserci nessun rapporto autentico con un qualunque “tu” che dovessi incontrare e, dunque, non potrà esserci neanche la realizzazione di un “noi”, cioè di una condivisione, capace di arricchire tutti.

Faccio un esempio semplice e, spero, efficace. Se io dovessi innamorarmi di una slovacca, o di una portoghese, o di una danese e se volessi creare con lei una famiglia – cioè un’unione privata che, in questo caso, è anche rappresentativa di un’unione fra culture e lingue differenti – non è necessario che io non usi più l’italiano, cioè la mia lingua madre, quando sono in sua presenza, al fine di non offendere lei che italiana non è e non conosce la lingua. Anzi, posso e devo poter parlare tranquillamente e posso e devo anche poterle insegnare la mia lingua, mentre lei mi insegnerà la sua, creando in tal modo un mix capace di arricchire culturalmente e linguisticamente entrambi.

Questo ragionamento vale anche per il Natale, per il Ramadan, o per Hannukkah, feste non universali, né celebrate da tutti, ma non per questo da camuffare e da nascondere, a fini di salvaguardia delle identità e delle religioni altrui e che, anzi, può persino risultare un bene fare conoscere meglio e in modo approfondito anche a chi non le celebra, in modo da arricchire il suo patrimonio di conoscenze. 

Perciò se, in nome dell’inclusione, si pensa di mascherare o di cancellare tutte le parole e tutti i concetti ritenuti – a torto o a ragione – divisivi, non si sta rendendo un buon servizio né all’inclusione, né ai cittadini di ogni sesso, etnia e religione, né alla stessa idea di Europa, che è unione di differenze, non appiattimento e depauperamento delle culture. 

Non le si sta rendendo un buon servizio, anche quando si fosse animati delle più nobili intenzioni. Si dice che la strada per l’inferno sia spesso lastricata da intenzioni ottime. Questo, forse, è proprio uno di quei casi.