Attualità

Grillo o camaleonte?

È curioso vedere Beppe Grillo che cerca disperatamente di ammansire la base del M5S per convincerla a dare il via libera alla nascita del governo Draghi. Lui che ha compiuto la metamorfosi da comico ad astro politico incendiando l’animo di adoranti sostenitori, ora si scopre pompiere. E che pompiere! Spara più acqua lui in queste ore di Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Vito Crimi messi insieme. Né potrebbe essere diversamente, visto che i tre non si sono ancora ripresi del tutto dalla sterzata con cui hanno dovuto adeguarsi alla nuova linea (Crimi, meno accorto degli altri, aveva perfino preso pubblicamente posizione in senso opposto).


E’ curioso, dicevamo, ma anche istruttivo. Era destino che anche Grillo incappasse prima o poi nella «maledizione dei demagoghi»: quando per conquistare le menti e i cuori si sparge retorica a piene mani poi è difficile fare marcia indietro. Se è vero che da sempre i politici sono un po’ attori, il nostro, data l’esperienza, li batte tutti. Ma quando si attizzano sentimenti forti come rabbia e speranza in decine di migliaia di persone, già incavolate nere, bisogna sapere che l’effetto andrà oltre la fine dello spettacolo.


Come spiegare ora a quanti lo ascoltano da oltre un decennio (per lo più senza alcun vantaggio personale) che l’ex banchiere centrale europeo Mario Draghi non è più da considerare il responsabile della crisi del 2011 (quando scrisse con Trichet la famosa lettera al governo Berlusconi) o colui che «ingrassa i manager delle banche» (quando tagliava il costo del denaro) nel 2014? Ora che fa, il torrenziale Beppe, convoca i seguaci in teatro o sul meet up e si rimangia tutto? Sarebbe, questo sì, uno spettacolo da non perdere.


Neppure la retorica della democrazia diretta, comunque vada a finire il voto su Draghi, ne uscirà indenne. Il balletto dei rinvii della consultazione su Rousseau e il duello sul testo del quesito bastano e avanzano a far capire con quanta determinazione si cerchi di indirizzare il voto dall’alto. Altro che vincolo di mandato esercitato dagli elettori. E se la maggioranza degli iscritti a Rousseau votasse no al governo che si fa? Si va alle urne contro il parere della maggioranza del Parlamento o si fa un governo contro la volontà espressa dal partito di maggioranza relativa? Si spera che qualcuno cominci a rivalutare la libertà degli eletti, sobriamente prevista dalla Costituzione italiana.


I leader politici, se sono abili, riescono superare anche le auto-smentite più clamorose, ma le parole dette non si possono richiamare indietro e lasciano il segno nei processi politici reali. Milioni di ex fascisti e di comunisti italiani hanno impiegato un tempo infinito per rinunciare ai loro miti, costituendo con ciò, per decenni, un limite e una fragilità della nostra democrazia. Tutti auguriamo a Grillo di avere successo nell’opera di neutralizzazione dei grillini più accesi. Ma anche (a lui, a Matteo Salvini e a tutti gli incendiari del nostro paese) di pesare un po’ meglio le parole la prossima volta.