Giustizia

Perché i politici litigano sulla prescrizione

Negli ultimi giorni di vita del Governo Conte le forze politiche sono tornate a confrontarsi sul tema della prescrizione. Uno di quegli argomenti giuridici estremamente tecnici che hanno però ricadute sulla vita di tutti e, a quanto si vede dagli scontri tra esponenti dei vari partiti, estremamente divisivo, tanto da essere stato già riformato due volte negli ultimi tre anni senza che si sia giunti ad una sistemazione condivisa della materia.
Di che si tratta e perché un istituto giuridico dalle caratteristiche spiccatamente tecniche è così cruciale nel dibattito politico?
Occorre partire da un concetto fondamentale: il processo penale serve per accertare la responsabilità di un reato ed assoggettare il colpevole alle conseguenze della sua condotta.
Lo Stato protegge in tal modo i cittadini da individui che hanno dimostrato di non sottostare alle regole fondamentali dello stare insieme (esempio: non uccidere gli altri), in tal modo ottenendo molteplici effetti: la punizione del reo rende chiaro sia a questi che agli altri la necessità di non prendere le regole sottogamba generando quindi anche un effetto di esempio per il futuro; inoltre, la pena è anche (o dovrebbe essere) un modo per riportare il soggetto a comportamenti compatibili con la società, convincendolo a non ripetere comportamenti illeciti.
Tutti questi obiettivi hanno senso se tra la condotta di reato e la pena non sia trascorso troppo tempo: punire un uomo per un fatto da lui commesso venti o trenta anni prima non ha alcun senso, per due motivi.
Il primo è che di fatto ci si trova di fronte ad una persona diversa – nel bene o nel male – da quella che ha sbagliato, qualcuno che ha compiuto un suo percorso di vita indipendente dal gesto di tanto tempo prima ed è evidente che richiamarlo al rispetto dei doveri violati in un contesto ormai lontano ha un che di anacronistico e somiglia più a una vendetta formale che al ripristino di una situazione il cui ricordo si è inevitabilmente attenuato (a meno che non si tratti di reati come l’omicidio, che infatti non si prescrive mai).
Il secondo è che anche l’allarme sociale generato dal reato commesso rientra, fisiologicamente, dopo un certo lasso di tempo, sicché anche da questo punto di vista una pena che arriva fuori tempo massimo manca completamente il suo scopo.
Per tutte queste ragioni esiste la prescrizione, ovvero la regola che impone di fermare la macchina della giustizia dopo il decorso di un certo numero di anni dalla commissione di un reato (tecnicamente, la prescrizione “estingue il reato”).
Il fatto è che accertare la responsabilità di una persona accusata della commissione di un reato non è cosa semplice né banale: occorrono indagini accurate ed un processo che consenta all’imputato di far valere le sue ragioni davanti a un giudice in condizioni di sostanziale parità con l’accusa.
E’ poi fondamentale ridurre al minimo gli errori, che possono portare un colpevole a sfuggire alle conseguenze del reato ma soprattutto un innocente a pagare per qualcosa che non ha fatto.
Per evitare questi eventi (gli “errori giudiziari”) che costituiscono gravi sconfitte per tutti (magistrati, avvocati, imputati, vittime, cittadini) il processo richiede tempo e può essere ripetuto (con certi limiti che è inutile approfondire) per tre volte (primo grado, appello e cassazione), senza contare i numerosi sub-procedimenti previsti per alcuni suoi passaggi fondamentali (che coinvolgono altri magistrati di uffici come il GIP, il GUP, il Tribunale per il Riesame e così via).
Si tratta di regole inevitabili per provare a rendere l’esito del processo conforme a giustizia, anche se purtroppo non eliminano la componente di errore insita in ogni attività umana: ma è intuitivo che una cosa è che ad esaminare l’accusa sia un magistrato in tre ore, altra cosa è se lo stesso incartamento lo esaminino in vari modi trenta magistrati e un certo numero di avvocati prendendosi tutto il tempo necessario per riflettere bene su tutto quanto possibile.
Il problema centrale del processo penale è dunque di rendere effettiva ed efficace la risposta dello Stato alla commissione di un reato, in un tempo tale da consentire gli approfondimenti necessari ma senza portare la cosa così in là da rendere inutile se non controproducente l’irrogazione di una sanzione.
Dunque, dopo quanto tempo deve scattare la prescrizione, cioè si deve dichiarare inutile un processo e chiudere i faldoni senza avere potuto dichiarare colpevole o innocente un accusato?
Sappiamo tutti inoltre che il fatto stesso di essere accusati e processati costituisce elemento di disvalore sociale, sicché in un certo senso il processo è già parte della pena: difficilmente un innocente assolto dopo anni di processo ringrazierà in cuor suo i giudici che lo hanno riconosciuto incolpevole, poiché penserà soprattutto agli anni persi e alle umiliazioni subìte per qualcosa che sapeva di non aver mai commesso.
Attualmente vi è infine un ulteriore fattore che gioca un ruolo importante in questo complesso intreccio di interessi individuali e collettivi, ciascuno come si vede sorretto da ottime ragioni: la lentezza dei nostri processi, che va al di là del fisiologico motivo dato dalla necessità d approfondimento delle questioni.
Le cause sono tante e ognuno attribuisce ad una o più di esse più o meno importanza: si va dalla cronica mancanza di risorse umane e tecnologiche alla inefficienza dei magistrati, alla presenza di troppe regole inutili e chi più ne ha più ne metta.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di chiunque frequenti le aule giudiziarie: un numero assolutamente inammissibile di processi si conclude con la dichiarazione di estinzione per prescrizione.
In termini più brutali, la macchina della giustizia gira a vuoto e si ferma su un binario morto troppe volte, prima di giungere a destinazione, consumando tempo e fatica nella consapevolezza dei suoi attoridel fatto che non riusciranno ad assolvere al loro compito.
Probabilmente affrontare le cause di questo fenomeno è compito che va al di là della politica, almeno in questo momento storico, così si decide sempre più spesso di agire modificando il sistema della prescrizione.
Il che equivale a dire, continuando nella metafora ferroviaria in cui mi sono addentrato poche righe fa, che se i treni non arrivano in orario anziché vedere se la causa è nei treni troppo lenti o nei ferrovieri poco solerti o magari nei binari obsoleti… si stabilisce per legge che un treno per andare da Roma a Milano deve metterci massimo due ore, altrimenti si ferma dovunque sia e i passeggeri scendano pure.
E’ proprio questo il senso delle due modifiche recenti introdotte nel 2017 e nel 2020 con le riforme che dal nome dei Ministri della Giustizia dell’epoca prendono il nome di “riforma Orlando” e “riforma Bonafede”.
La prima ha stabilito che dopo la sentenza di primo grado, se di condanna, la clessidra della prescrizione si ferma: sostanzialmente, si è detto, se si accerta almeno provvisoriamente che un soggetto è responsabile di un reato (salvi ribaltamenti in appello o in cassazione) non si può più dire che la risposta giudiziaria sia arrivata tardi e sia inutile.
Il condannato potrà fare appello, ma questo suo legittimo diritto non può più porre nel nulla quanto fatto fino a quel momento: il treno, ormai, arriverà a destinazione.
Per evitare che il treno corra fino alla sentenza di primo grado e poi rallenti fino all’infinito nei gradi successivi, è stato però previsto che per i successivi due gradi non si impieghi più di un anno e mezzo.
Peccato che si tratti di tempi incompatibili con l’attuale stato di carico delle Corti di Appello, oberate di fascicoli oltre l’umana esigibilità. Sicché l’effetto è che i processi rischiano di prescriversi tutti in appello: è inutile dire che se il treno Roma-Milano arriva almeno a Firenze non ci vogliono più le due ore prescritte e poi aggiungere che il tratto finale Firenze-Milano deve essere percorso in mezz’ora altrimenti ci si ferma lo stesso.
La riforma Bonafede ha cercato di rimediare disponendo dunque che la clessidra si fermi definitivamente dopo la sentenza di primo grado, sia essa di condanna o di assoluzione.
Ma questo rimedio ha provocato le critiche di chi osserva che in questo modo il processo correrà fino al primo grado per poi fermarsi o quasi nei gradi successivi, condannando l’imputato a rimanere in attesa di giudizio definitivo per sempre.
Insomma, un vero guazzabuglio da giuristi… o no?
Intanto la prescrizione corre e provoca proprio gli effetti contrari a quelli voluti: poiché il termine è commisurato alla gravità del reato (più un reato è grave più tempo occorre perché si prescriva) e la gravità del reato è data dalla pena massima prevista dal codice, che varia da reato a reato, basta prevedere per un reato una pena massima contenuta per avere la certezza della sua impunità o quasi (è quanto accadeva, soprattutto fino a poco tempo fa, per i reati contro l’ambiente).
Inoltre, chi sceglie uno dei sistemi congegnati per far risparmiare tempo allo Stato in cambio di uno sconto di pena (patteggiamento o abbreviato) rischia di essere svantaggiato rispetto a chi punta sui tempi lunghi del processo e dunque sulla prescrizione; conseguentemente, è forte la tentazione di ingolfare le aule con processi dall’esito scontato, puntando le proprie fiches su ritardi e rinvii dei processi. La prescrizione, nata come rimedio alla lunghezza della giustizia, finisce con essere un ulteriore fattore indiretto di ritardo nella risposta giudizaria.

Probabilmente la soluzione va cercata proprio dove non la si vuole cercare perché è più faticoso: agire sulle cause della lentezza dei processi e non sulla clessidra.
Rendere i processi veloci e la macchina efficiente e non dichiarare per legge che i treni si devono fermare. L’obiettivo deve essere quello di eliminare la prescrizione dalle aule, rendendola inutile.
Come si fa? Trovare le sacche di inefficienza, dove ci sono, combattendo lungaggini dovute a negligenza e a comportamenti scorretti di chiunque operi nel processo.
E costruire treni veloci e moderni, senza lesinare né in dotazione di personale (un dato su tutti: per venti anni, un’eternità, non sono stati banditi concorsi per cancellieri e quelli per magistrati, tradizionalmente banditi ogni anno, stanno per subire un inspiegabile stop di anni, che avrà ripercussioni disastrose) né in dotazioni tecnologiche e … tradizionali.
Oggi la maggior parte dei giudici e dei PM si compra a proprie spese persino i Codici: immaginate se ai chirurghi fosse imposto di pagare di tasca propria bisturi e garze, e in più di finire ogni intervento chirurgico entro due ore?