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Home Economia

Tutti i paradossi del debito pubblico: in aumento nonostante i sacrifici

Alessandro Alongi di Alessandro Alongi
09 Settembre 2018 11:44
in Economia, Sanità
Tempo di lettura: 3 minuti
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Tutti i paradossi del debito pubblico: in aumento nonostante i sacrifici
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Sebbene le finanziarie degli ultimi anni abbiano previsto misure di contenimento della spesa, il deficit non diminuisce. Si stringe la cinghia ma non il debito

di Alessandro Alongi

Le cifre comunicate dal Dipartimento del Tesoro circa l’andamento del debito pubblico sono poco rassicuranti. Solo negli ultimi quattro anni presi in esame (2014-2017) la zavorra finanziaria dello Stato è aumentata di 120 miliardi di euro, 415 miliardi dall’epoca del «Governo d’emergenza» guidato da Mario Monti (era 1.907 miliardi nel 2011), sino a svettare a quota 2.327 miliardi a maggio scorso. Quasi per il 90% il disavanzo è composto da titoli di stato che periodicamente vengono messi sul mercato in attesa di un compratore. Sui titoli, naturalmente, grava un interesse che, a sua volta, incrementa il debito stesso. Un corto circuito a cui ogni governo è chiamato a confrontarsi.

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Il peso degli interessi pagati dallo Stato agli investitori negli ultimi otto anni ammonta alla cifra monstre di 582,5 miliardi di euro, un ammontare vicino al 30% dell’intera posizione debitoria. La spesa per interessi rappresenta ormai più della metà di quella sanitaria (camici bianchi, siringhe e provette gravano sul bilancio per quasi il 7% del PIL). Sarebbe ingeneroso affermare che negli ultimi anni i differenti esecutivi avvicendatisi non abbiano affrontato la questione, ma questo la dice lunga sulla qualità degli interventi visto le passività di Stato che, piuttosto che diminuire, crescono inesorabilmente.

Lo sanno bene gli italiani che, di anno in anno, hanno visto impoverire il proprio borsellino, ma analizzando nel dettaglio le diverse elaborazioni redatte nei giorni scorsi da Milano Finanza le sorprese non

mancano: nonostante il progressivo aumento del debito, le spese dello Stato sono cresciute «soltanto» di 10 miliardi (da 717 a 727 miliardi). L’aumento del deficit, secondo gli analisti, è da attribuire proprio agli interessi corrisposti, secondo una precisa scelta politica adottata negli ultimi anni: sottrarre risorse alla crescita economica per abbattere il muro del debito. In sostanza la spesa dello stato viene ridotta all’osso, tagliando trasferimenti e riducendo servizi, ma tutto ciò poco giova alla riduzione del debito che, avendo ormai assunto le dimensioni di un macigno, è diventato più costoso da mantenere. E così addio ai sacrifici fatti dagli italiani in tutti questi anni.

Non che tale scelta non abbia avuto i suoi effetti positivi: il debito «acquistato» da investitori esteri, negli ultimi anni, è aumentato (dai 680 miliardi del 2011 ai 748 miliardi di quest’anno), segnale di un aumento di fiducia da parte della comunità internazionale verso i confini tricolori.

Dietro i numeri, però, ci sono sempre famiglie e imprese, principali categorie che hanno sofferto negli ultimi anni la restrizione del credito. Questa va annoverata come una delle cause (seppur indiretta) dell’aumento del debito. Proprio gli interventi lacrime e sangue adottati dai diversi governi hanno prodotto un impoverimento generale che ha condotto ad una contrazione dei consumi anche in virtù di una chiusura dei rubinetti bancari, bloccando così nuove spese e investimenti.

Sul banco degli imputati – oltre allo stallo dei consumi – anche le politiche sull’occupazione e la generale precarietà creata dalle diverse legislazioni in materia di contratti di lavoro. Anche il crollo del mercato immobiliare, settore che tradizionalmente genera un notevole indotto e che ha pagato maggiormente la crisi economica, ha inciso notevolmente sul rallentamento degli investimenti. Ma soprattutto un alto tasso di evasione fiscale che incide non poco sulle entrate erariali. Se da una parte si assiste ad una fisiologica dinamica economica fatta di scelte, priorità e possibilità dei singoli consumatori, dall’altra ci sono le decisioni politiche che, a conti fatti, pesano in misura proporzionalmente maggiore rispetto alle scelte dei singoli cittadini. L’interruzione del processo di privatizzazione delle società pubbliche praticato con successo negli anni novanta è un esempio di come anche le scelte di Palazzo influenzino in maniera considerevole il macigno del debito. Anche il recente salvataggio delle banche in difficoltà non ha giovato ai conti pubblici, iniziativa che ha prodotto un aumento di circa 6,3 miliardi sull’indebitamento del 2017.

Non si può dunque biasimare il crollo della fiducia delle famiglie, precipitata drasticamente a causa dell’incertezza nei confronti del futuro, ansie e timori che si sono tradotte in una maggiore propensione al risparmio, risorse drenate al rilancio complessivo dell’economia.

Purtuttavia qualche segnale di miglioramento è giunto con gli ultimi dati di giugno 2018, che registrano un lievissimo calo del debito, ora a quota 2.323 miliardi, un’inversione di tendenza di 4 miliardi che, in tempo di vacche magrissime viene letta come l’inizio di una cura ricostituente per l’intera mandria.

Tags: Debito pubblicogoverni e debito pubblicoRapporto debito pubblico/Pil
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Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.

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