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Home Approfondimenti

Il plumbeo gennaio di Theresa May

Redazione LabParlamento di Redazione LabParlamento
11 Gennaio 2019 13:07
in Approfondimenti, Brexit, Esteri, Europa
Tempo di lettura: 3 minuti
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Elezioni in GB: May vince ma è la grande sconfitta
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La settimana prossima sarà decisiva per la storia del Regno Unito e di tutta l’Europa. In caso di bocciatura del piano May lo scenario sarà drammatico. Perché il no-deal non conviene a nessuno e perché l’ipotesi di un secondo referendum scontenta tutti

di LabParlamento

Il prossimo 15 gennaio il Parlamento britannico dovrà finalmente esprimersi sull’ultimo atto della Brexit, approvando o meno un voto che il primo ministro May ha in un primo momento procrastinato perché privo di una maggioranza parlamentare favorevole ad approvarlo.

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Ed ora? Dopo le festività lo stallo che ha caratterizzato il governo di Sua Maestà e che ha visto una serie infinita di colpi di scena, retromarce e dimissioni non sembra affatto scongiurato: pur avendo incassato una (debole) fiducia dal proprio partito Theresa May, la quale ha così evitato un ingloriosa licenziamento, è tuttavia ancora lontana dalla sicurezza di vedere approvato il proprio piano, contestato da una buona parte del proprio partito. Lo spettro del no-deal, ormai brandito ogni giorno con simulazioni di camionisti in coda in Kent e con ipotesi di scenario economico a dir proprio drammatiche, è, ad oggi, l’ipotesi più realistica in campo.

Le probabilità che l’opera di convincimento del primo ministro abbia successo sono ancora poche e la maggioranza parlamentare contraria al piano elaborato dal governo sembra ancora di gran lunga superiore nei numeri rispetto a chi ha accettato, anche obtorto collo, la road map della May.

A tutto ciò si è aggiunto un incidente non previsto che potrebbe segnare l’epilogo dell’esperienza della May: mercoledì scorso Dominic Grieve ha presentato una mozione – approvata con 308 voti a favore e 297 contrari – per la quale in caso di bocciatura dell’accordo proposto da parte della Camera dei Comuni, il primo ministro dovrà, entro soli 3 giorni dal voto, presentare un nuovo piano. 72 ore per sostituire una proposta che ha impiegato un anno e mezzo per essere tradotta basteranno? Probabilmente no.

Certo è che in caso di no-deal il proverbiale pragmatismo inglese dovrà essere impiegato su una scala talmente vasta che le conseguenze appaiono tutt’ora sconosciute. L’ipotesi di un secondo referendum, che con molta certezza certificherebbe un risultato differente rispetto a quello di oltre due anni fa, rimane sempre sullo sfondo ma non sembra entusiasmare nemmeno il Partito laburista che con l’ondivaga politica del proprio leader Corbyn sembra prediligere nuove elezioni. Per non parlare dei conservatori, i quali si dividerebbero in due tronconi, provocando così una spaccatura senza precedenti nella storia dei tories e la cui ricomposizione sarebbe nei fatti impossibile. L’altro scenario, quello delle elezioni anticipate in aprile per decisione della stessa premier, appare in forte discussione poiché tutti i sondaggi escludono che possano consegnare una maggioranza chiara e soprattutto forte in favore della May.

Alla finestra c’è sempre Bruxelles, tutt’altro che scontenta dell’evoluzione del dibattito parlamentare britannico: uscire dall’Europa, infatti, è un’operazione troppo complessa anche per chi, come il Regno Unito, non ha mai sposato in pieno il progetto comunitario. E il caos che ha generato una scelta del genere è ormai uno scalpo in bella mostra nei confronti di chi, come alcune frange sovraniste, sperava in un rapido e indolore esempio da poter riproporre a fini elettorali all’interno dei confini nazionali. L’esempio norvegese, fuori dall’Europa ma di fatto dentro, sancirebbe il fallimento dei brexiteers ormai in preda alla loro idea di uscita hard mentre una uscita senza nessun accordo avrebbe, anche secondo la Banca d’Inghilterra, conseguenze devastanti per l’economia britannica.

Aspettando il 15 gennaio lo scenario su Londra è sempre più plumbeo.

Tags: BrexitEuropano dealTheresa MayUe
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