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Da ‘Michetti Chi?’ a ‘Michetti Fascista’: la Crociata che ricompatta la sinistra

Il passaggio da “Michetti Chi?” a “Michetti Fascista” è stato repentino quanto, tuttavia, prevedibile. Una delle peggiori campagne elettorali della storia repubblicana non poteva, infatti, non terminare con l’identificazione del nemico, rigorosamente fascista e antisemita, per completare la chiamata alle armi di una sinistra che su Roma, del resto, non tocca palla dal 2006, escludendo, per bontà, gli anni del marziano Marino. 

Ora, è lecito chiedersi: basteranno gli assist incredibili forniti da Michetti o dal suo staff (anche se quest’ultimo giura che l’articolo antisemita e il post imbarazzante sugli scontri di ieri sera sia solo farina del sacco del professore) a compattare i romani contro lo spettro del sindaco più fascista di sempre che gode del supporto di una dal cognome pesante, come Rachele Mussolini, mister preferenze in Assemblea Capitolina?

Stando a quanto successo nel 2016 con l’elezione plebiscitaria di Virginia Raggi, brutalmente cacciata addirittura dal ballottaggio una settimana fa al primo turno, la risposta sembrerebbe scontata. I romani sono comprensibilmente confusi, volubili, spesso superficiali e animati dalla spocchia di chi si sente padrone del mondo anche se la sua città viaggia a livelli da Terzo Mondo. 

I manifestanti pacifici vanno sempre tutelati, mentre quelli violenti vanno separati e le loro azioni severamente condannate“. Questo è il tweet lanciato ieri sera dal candidato di centrodestra per commentare gli scontri fra No Green Pass e forze dell’ordine.

Un mix di banalità terrificanti, figlio dell’ansia da prestazione social, ma che tradisce uno spessore politico degno del miglior venditore di bibite incaricato di guidare la diplomazia italiana nel mondo. Sarà forse il caso di riconoscere al professore le attenuanti date dall’incapacità (social) di intendere e di volere?

Come se non bastasse, però, il “generone romano” era stato “sgamato” dalla stampa di sinistra che qualche ora prima aveva tirato fuori dal cassetto l’altra bomba ad orologeria (dopo le inchieste su Luca Morisi e Carlo Fidanza): “Ogni anno si girano e si finanziano 40 film sulla Shoah, viaggi della memoria, iniziative culturali di ogni genere nel ricordo di quell’orrenda persecuzione. E sin qui nulla quaestio, ci mancherebbe. Ma mi chiedo perché la stessa pietà e la stessa considerazione non viene rivolta ai morti ammazzati nelle foibe, nei campi profughi, negli eccidi di massa che ancora insanguinano il pianeta. Forse perché non possedevano banche e non appartenevano a lobby capaci di decidere i destini del pianeta“. Testo scritto e firmato da Enrico Michetti sul sito di una nota radio romana. 

Al netto della reiterata e condivisibile richiesta di una memoria condivisa per tutti gli olocausti, definire gli ebrei tutelati in quanto possedevano banche è una roba che fa rabbrividire a sinistra ma dovrebbe generare sdegno quanto meno per la pochezza intellettuale contenuta in simili affermazioni anche a destra. 

Sullo sfondo, e torniamo al tema iniziale e alla battaglia, in questo caso chiamiamola proprio così, condotta dalla nostra testata per il futuro della Capitale, resta un’idea di Roma che né Gualtieri e né Michetti, quest’ultimo per le ovvie ragioni di latitanza di idee testimoniata anche ieri, hanno saputo definire e una città destinata a proseguire la sua lenta discesa che prima o poi la vedrà giustamente destituita di ogni ruolo, anche istituzionale, in questo Paese. 

Con buona pace dei romani che hanno tradito per prima cosa loro stessi, scegliendo in questi anni di allontanarsi dal Campidoglio, lasciando che altri scegliessero per loro e, diciamolo, continuando a votare per forma clientelare, il consigliere amico o il rappresentante sindacale nella partecipata dove si lavora entrato in chissà quale modo, con chissà quale concorso vinto. Perché, ricordiamolo, a Roma la carica dei cinquantamila dipendenti pubblici e dei loro familiari fa sempre la differenza.

Anacronistico, quindi, non è parlare di fascismo o antifascismo, ma ridurre la scelta di un sindaco e della sua squadra di governo della città a delle categorie usate ad orologeria solo per distruggere l’avversario di turno. Ma questa è la Roma proiettata al 2050.

Della serie: tutto cambia affinché nulla cambi.