Politica

Il Green Pass simbolo di una democrazia malata

Green Pass sì o Green Pass no? Reale strumento di protezione sanitaria o arma di distrazione di massa? La domanda delle domande che si sono posti cittadini e forze politiche anche durante la campagna elettorale per le amministrative, continua a dividere l’opinione pubblica. 

Ciò che salta agli occhi e alle orecchie degli osservatori più attenti è l’unicità della misura legislativa italiana non solo rispetto a tutte le nazioni libere e democratiche del mondo ma persino rispetto alla Francia, da cui è stato tratto il modello. Infatti, oltralpe la carta verde non è richiesta per andare a lavorare e in nessun Paese europeo, ognuno con percentuali di vaccinati che si avvicinano a quella italiana, intorno all’80% della popolazione, viene richiesto, ad esempio, per prendere il caffè al tavolo del bar, anzi, il lasciapassare era nato solo per viaggiare in sicurezza e in Europa le restrizioni sono state eliminate ovunque sia per i grandi eventi, come concerti ed eventi sportivi, che per i ristoranti, le palestre o le piscine.

Le probabili motivazioni di questa scelta stanno in primis nella pilatesca decisione di non prescrivere l’obbligatorietà vaccinale, che implicherebbe un risarcimento in caso di effetti collaterali, esplicitamente escluso per eventuali effetti a lungo termine sul modulo di scarico di responsabilità, fatto firmare al momento della vaccinazione. L’obbligo che non si vuole prescrivere per legge viene perciò introdotto surrettiziamente attraverso il green pass, richiesto per ogni attività del vivere sociale. 

Un’altra motivazione sta nell’esclusione di richiesta della carta verde nel maggior cluster di contagio di Sars-Cov2, ossia il trasporto pubblico locale. Questa incredibile scelta fa il paio con quella di non attrezzare a dovere i reparti di terapie intensive degli ospedali, delle strutture scolastiche e delle cure domiciliari.

Quindi le reali cause di queste decisioni stanno nella scelta di non spendere in settori fondamentali, come la sanità e il trasporto pubblico, forse in attesa dei fondi del PNRR, di cui però è bene ricordare, gran parte dell’ammontare è costituito da prestiti e solo in minima parte da finanziamenti a fondo perduto. Inoltre, la considerazione che solo il Governo italiano, oltre a Cipro e Malta, ha chiesto di indebitarsi alla Commissione Ue, getta un’ombra sinistra sulle conseguenze finanziarie a lungo termine. 

Tuttavia, forse, la ragione di fondo, sta nella concezione giuridica che l’Italia ha dello Stato: una concezione statolatrica che echeggia il Leviatano di Hobbes, per cui è proprio dallo Stato che proviene al cittadino il diritto di fare o di non fare qualcosa, come negli Stati autoritari o totalitari, a differenza dei Paesi anglosassoni, dove i diritti fondamentali di libertà derivano dalla stessa natura umana e non da una concessione statuale.

D’altronde, basterebbe ripensare all’atteggiamento tenuto dagli italiani durante le due ondate della pandemia, in cui restrizioni talora esagerate, specie per determinati comparti produttivi, sono state subite e accettate senza battere ciglio per la paura dettata dal contagio e sono state decise mediante atti amministrativi, i famigerati DPCM, con evidenti profili di incostituzionalità, come l’obbligatorietà della carta verde per lavorare, che, nonostante l’esclusione del licenziamento e la “sola” sospensione dello stipendio, porterà presumibilmente a numerosi contenziosi giudiziari. 

In conclusione, questa ennesima misura restrittiva spacciata per strumento di libertà, che non ha paragoni in nessun altro Stato libero, dovrebbe indurre a riflettere anche sullo stato di salute della nostra democrazia: la paralisi del nostro impianto costituzionale induce gli esecutivi, frutto peraltro di accordi partitici post-elettorali e non di un chiaro mandato popolare, ad abusare della decretazione d’urgenza e del voto di fiducia.

Infatti, i diversi tentativi di riformare in senso presidenzialista un sistema istituzionale parlamentare che tende inevitabilmente al consociativismo assembleare per la mancanza di strumenti atti a garantire l’approvazione e l’attuazione del programma di governo in tempi certi, si sono tutti infranti contro l’opposizione della sinistra cattolica e postcomunista.

Oggi però da queste stesse formazioni politiche e dal circuito mediatico che le appoggia, si esalta acriticamente l’operato del Governo, l’ennesimo che non è stato scelto o che non è frutto dell’investitura della maggioranza dei voti popolari, e si discetta del grande consenso di cui gode, un consenso però che non ha basi popolari o elettorali ma promana dall’establishment, dalle Cancellerie europee, dal Quirinale e da Bruxelles. E forse è proprio per questo che cresce la disaffezione e l’astensionismo delle frange più popolari e disagiate della popolazione. 

La sfida delle sfide perciò è ritrovare una sintonia tra eletti ed elettori, che non derivi dalla spesa pubblica e da misure assistenziali, ma che preveda finalmente forme di elezione diretta sia dei parlamentari che del capo del Governo, che permetterebbe l’automatico ritorno alle urne in caso di sfiducia delle Camere, provando a recuperare quote di sovranità. Essa infatti, come afferma la Costituzione, appartiene al popolo e non ai mercati finanziari e a istituzioni sovranazionali, che non sono espressione del suffragio elettorale ma solo di moloch burocratici e tecnocratici che nulla hanno a che fare con la democrazia.