Giustizia Politica

Magistratura e Media, due pesi e due misure nei casi Morisi, Fidanza e Lucano

Da anni siamo ormai abituati ad un utilizzo mediatico della giustizia ed ai protagonismi di una parte della Magistratura.

È un copione che si ripete di continuo, a partire da Tangentopoli e dall’avvento di Berlusconi. Personaggi politici scomodi spesso colpiti da inchieste ad orologeria, diretti da avvisi di garanzia a pochi giorni dal voto o da un evento politicamente importante, sbattuti in prima pagina come corrotti o molestatori salvo poi essere assolti o nemmeno rinviati a giudizio.

È questa una autentica patologia del nostro ordinamento che mina lo stesso impianto democratico-costituzionale: lede l’onorabilità dell’uomo ed il suo diritto di difesa, mortifica il principio di presunzione di non colpevolezza, altera la competizione elettorale.

È successo, ancora una volta, anche per queste elezioni amministrative. Un uomo, Luca Morisi, social media menager di Matteo Salvini, condannato senza processo per cessione di sostanze stupefacenti. Sui media viene descritta una notte trascorsa dalla “Bestia” con degli escort romeni, con tanto di interviste ai diretti interessati, che dapprima lo accusano, in maniera molto goffa, salvo poi confessare di aver portato loro la droga. 

Nel mentre una parte della stampa, la stessa che si fa paladina dei diritti degli omosessuali e che spinge per la approvazione del DDL Zan, diffonde titoli alludendo alle relazioni di Morisi, lo dileggia, lo sbatte davanti al mostro del giustizialismo. Senza repliche, senza legali, da solo. Oggi, in poche righe, si evince che la posizione di Morisi va verso l’archiviazione perché la droga non sarebbe stata ceduta da lui ma proprio dagli escort. 

Una situazione simile accade a Carlo Fidanza, europarlamentare di Fratelli d’Italia e prima ancora deputato della Repubblica che, come affermato dagli stessi giornalisti fautori dell’inchiesta, è stato oggetto per anni, almeno tre, di riprese nascoste nelle quali si accennerebbe ad una “Lobby nera”. 

L’inchiesta però presenta molti interrogativi: in primo luogo è stato palesemente violato il diritto alla riservatezza di un uomo che, prima ancora di essere un normale cittadino, è un parlamentare e gode, di conseguenza, di alcune prerogative che vietano, ad esempio, la captazione di colloqui i quali, si presume, debbano avvenire in un regime di segretezza. 

In più, come peraltro denunciato dagli avvocati penalisti, è forte il sospetto che il giornalista non abbia solo filmato il presunto svolgimento di reati altrui ma abbia anche provocato la commissione di quegli stessi, presunti, reati, sollecitando i protagonisti dell’inchiesta compiendo dunque un’attività palesemente illegale. 

Morisi e Fidanza sono stati indagati, dal momento che l’avviso di garanzia serve proprio a tutelare colori i quali sono diretti dello stesso per consentire l’esercizio dell’attività di difesa processuale. 

I media, e buona parte della sinistra italiana, in spregio ai predetti principi costituzionali, hanno trattato Fidanza e Morisi da colpevoli, senza uno straccio di processo, esponendoli però al pubblico ludibrio. 

Al contempo, tuttavia, quella stessa sinistra e quegli stessi media, dinanzi alla condanna in primo grado a 13 anni di reclusione nei confronti di Mimmo Lucano per reati molto gravi, tra cui favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, concussione e peculato, hanno gridato allo scandalo, al martirio.

Chi crede nella Costituzione e nei suoi principi auspica in ogni caso che Lucano venga assolto riuscendo a dimostrare la sua innocenza. Tutti coloro i quali, invece, piegano la costituzione usando il singolo caso di specie per ottenere un vantaggio politico, per infangare l’onore altrui o semplicemente per vendere una copia di giornale in più non meritano né attenzione né rispetto.