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Home Società

Banda larga: quale (e con quanti operatori) il futuro in Italia?

Simona Corcos di Simona Corcos
19 Luglio 2017 10:02
in Società
Tempo di lettura: 2 minuti
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Banda larga: quale (e con quanti operatori) il futuro in Italia?
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I vertici di Agcom in audizione al Senato richiamano i successi passati e delineano i prossimi obiettivi. La questione delle “aree bianche”

di Eleonora Masi

La fine del 2016 ha visto 16 milioni di linee a banda larga, con velocità di download massima di 200 mb/s rispetto ai 30 mb/s del 2015: riuscirà il prossimo biennio a segnare un ulteriore aggiornamento? Angelo Marcello Cardani, presidente dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) in audizione informale, ieri, alle commissioni riunite 8a e 10a del Senato ha fornito una spiegazione giudicata esaustiva sui recenti sviluppi del piano di realizzazione della banda larga ed ultralarga, anche sotto i profili della competitività del Paese e della concorrenza.

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In un vero e proprio excursus, Cardani ha prima di tutto spiegato la differenza sostanziale fra banda larga di base e banda larga NGA (New Generation Access) la prima realizzabile in ADSL, la seconda con fibra ottica e via cavo potenziato su cui ormai vertono gli investimenti degli ultimi bandi pubblici. Ha ritenuto fondamentale chiarire i ruoli di Agcom in qualità di entità super partes che definisce le condizioni economiche e tecniche per ottenere prezzi efficienti, garantire la riuscita dei progetti e quindi stimola domanda e concorrenza, inoltre vigila sulla qualità dei servizi forniti e la penetrazione degli stessi sul territorio, cosa recentemente tracciata dalla cosiddetta “broadband map”. I risultati degli interventi pubblici realizzati dal 2009 ad oggi sono più che soddisfacenti, a detta di Cardani, per quanto migliorabili. Infatti, se la banda larga mobile italiana è leggermente superiore alla media europea, la copertura NGA, seppur superiore dall’inizio dei progetti per l’eliminazione del digital divide, nelle zone rurali si aggira intorno al 16% contro il 40% dell’UE.

È proprio lì, nelle cosiddette “aree bianche”, quelle sprovviste di rete e fino a poco tempo fa non interessate da investimenti futuri che si sta concentrando l’attenzione dei nuovi aiuti di Stato, ma soprattutto degli operatori privati. Inevitabile, a questo punto, è stato commentare i recenti contrasti fra Tim, Open Fiber e governo, richiamati dalle domande dei senatori presenti, in particolare di Marco Filippi (Pd) e Raffaele Ranucci (Pd).

Dopo anni di monopolio Telecom (ora Tim), la cui presenza capillare nel settore era agevolata dalla rete in rame già effettiva, anche se da ammodernare, e la presunzione che, proprio gli aggiustamenti sul vecchio abbiano potuto rallentare il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo delle telecomunicazioni italiane, nuovi competitor, come Fastweb ed Open Fiber si sono proposti, quest’ultimo vincendo il primo bando 2017, firmato da poco più di un mese, che vedrà coinvolti 3043 comuni e circa 7 miliardi di cittadini, per un totale di 4,2 milioni di case. Open Fiber, società privata a forte connotazione pubblica, data la partecipazione della Cassa depositi e prestiti ed Enel, anch’essa coinvolta in alcune polemiche sul possibile uso promiscuo delle risorse nell’affitto delle canaline elettriche, argomento sollevato durante l’audizione.

La risposta di Cardani è stata piuttosto una domanda: in un mercato così vario, c’è davvero posto per un solo operatore? Potenziali infrazioni a parte, che solo la magistratura e non i giornali potranno trattare, pensa Cardani, non è detto che due o più offerte non possano convivere e stimolare la concorrenza positivamente. Agcom, in qualità di garante, continuerà a fare il suo dovere in merito e valutare la validità degli interventi aggiuntivi.

Tags: Banda larga
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