Politica

L’operazione verità sul terrorismo rosso (non) s’ha da fare

La decisione del Presidente francese Macron di dare il via all’iter di estradizione per i residui ex esponenti delle Brigate Rosse, riparati e protetti da un quarantennio oltralpe grazie a un’interpretazione colpevolmente estensiva della “dottrina Mitterrand”, potrebbe segnare una svolta definitiva nella storia del terrorismo di estrema sinistra e soprattutto è la giusta occasione per fare i conti fino in fondo con la verità storica, scevra finalmente da pregiudizi ideologici. 

Le reazioni timide alla notizia da parte degli opinionisti politici, inclini al “perdonismo” e a un inedito garantismo posticcio, deriva, infatti, dal comune sentire ideologico e dalla formazione marxista-leninista di alcuni editorialisti ed opinionisti, all’epoca appartenenti a organizzazioni come “Lotta Continua”, “Potere Operaio” e a tutta quella galassia di sinistra extraparlamentare che era fuoriuscita dal PCI e che voleva abbattere con le armi sia la democrazia consociativa consustanziatasi nel compromesso storico DC-PCI, sia lo stato democratico tout court, per loro espressione dell’imperialismo borghese e filoamericano. 

Tuttavia, come affermò con coraggio e chiarezza, Rossana Rossanda, le BR provenivano dall’album di famiglia del partito comunista italiano e soltanto circa nel 1975, quando il livello di eversione cominciò a rivolgersi contro i dirigenti sindacali e politici mettendo a rischio l’approdo dei berlingueriani nella sala dei bottoni, ci si decise a tagliare i rapporti ufficialmente con quel mondo. In realtà, però come sa bene chi ha vissuto l’atmosfera di quegli anni, l’appoggio della cosiddetta intellighenzia e di determinati settori della società, che andava dagli intellettuali, ai magistrati, al mondo universitario, fino alle fabbriche e alle redazioni dei giornali, continuò a costituire per anni il brodo di coltura di un consenso tacito ma diffuso verso coloro che avevano avuto il coraggio di sfidare certe logiche di potere. 

Oggi sarebbero necessarie parole ferme di condanna verso quella stagione di violenza politica e antidemocratica da parte di tutti, specialmente da coloro che provengono da quegli ambienti. Solo in questo modo si potrebbe creare una memoria condivisa e favorire una pacificazione nazionale, seguendo i suggerimenti del presidente della Repubblica Francesco Cossiga all’indomani della fine della Guerra Fredda. Al contempo, sarebbe assolutamente auspicabile che gli ex brigatisti, oltre a chiedere il perdono alle famiglie delle vittime, facessero chiarezza sugli appoggi internazionali e sulle coperture politiche e giudiziarie di cui goderono in quegli anni. 

Esiste ormai una bibliografia smisurata relativa a temi quali i viaggi degli esponenti delle BR nei Paesi del Patto di Varsavia e alla loro frequentazione dei campi di addestramento militare, l’organismo Hyperion, una sorta di centrale dei servizi segreti esteri con base a Parigi, a cui appartenevano molti terroristi e la presunta presenza di tiratori scelti durante il blitz del sequestro Moro. 

Proprio il caso Moro, che nel 1978 segnò l’inizio della fine del consenso sociale delle BR, rappresenta la summa di tutti i misteri degli anni di Piombo, che nemmeno diversi processi e commissioni parlamentari d’inchiesta sono riusciti a dipanare: dalla presunta seduta spiritica di Prodi e dei professori bolognesi che rivelò il nome di Gradoli, che sembrò il grottesco tentativo di dissimulare una soffiata di una fonte proveniente dagli ambienti della sinistra eversiva o addirittura del KGB, fino alle pressioni e alle manovre dell’MI6 britannico e della CIA per impedire l’entrata al governo del PCI, che avrebbe messo seriamente in pericolo i segreti militari dei Paesi NATO, data la permanenza degli stretti rapporti politici e finanziari tra i comunisti italiani e l’Unione Sovietica. 

Su tutto questo gli ex brigatisti, in attesa che la richiesta di estradizione faccia il suo corso, dovrebbero fare chiarezza, per mettere la parola fine a un pezzo di storia dei misteri italiani.