Esteri

La crisi tunisina infiamma il Mediterraneo. E l’Europa resta a guardare

Il fronte di instabilità nel Mediterraneo si allarga. Oltre a Libia e Libano, anche la Tunisia sta vivendo in questi giorni una forte crisi istituzionale. Secondo gli osservatori è la peggior crisi della storia recente del paese, e sta mettendo in serio pericolo la già fragile democrazia tunisina.

Tutto è iniziato lo scorso 25 luglio, quando il presidente Kais Saied ha annunciato la sospensione delle attività del parlamento per trenta giorni, la revoca dell’immunità ai deputati e il licenziamento del primo ministro Hichem Mechichi. Il presidente Saied si è appellato all’articolo 80 della Costituzione che fa riferimento a “circostanze eccezionali” e ha definito la situazione nel paese ormai insostenibile. In Tunisia, infatti, da diversi giorni si registravano proteste contro il governo tecnico di Mechichi, accusato di incapacità e messo fortemente in discussione per la gestione fallimentare della pandemia.

Lo stesso Saied assumerà il potere esecutivo con l’aiuto di un governo guidato da un nuovo primo ministro che lui stesso andrà a nominare. La decisione di Saied è stata accolta con grande gioia dalla folla che è scesa in strada per festeggiare. Nel frattempo il presidente si sta difendendo dalle accuse di colpo di Stato che sempre più energiche arrivano dalle varie forze politiche presenti in Parlamento, anche da quelle di opposizione.

In questa situazione preoccupano anche il ruolo che le forze militari e di polizia potranno avere nel sostenere l’azione di Saied. A Tunisi, le forze di polizia hanno occupato e fatto sgomberare gli uffici Al Jazeera, emittente quatarina, proprio su disposizione del presidente. L’azione di Saied sta trovando l’appoggio anche del potente sindacato dei lavoratori UGTT, attore importante all’interno dello scenario politico e sociale della Tunisia.

Non si conosce ancora il futuro del premier appena destituito, Hichem Mechichi, il quale era alla guida di un governo tecnico. Ci sono anche timori per gli islamisti di Ennahdha, i quali sono la prima forza in Parlamento e nell’ultimo decennio sono stati lungamente alla guida del paese nei vari governi che si sono succeduti. Gli islamisti vengono ritenuti una forza dell’establishment e la rabbia delle piazze di questi giorni sta convogliando anche su di loro.

L’instabilità politica è anche diretta conseguenza della grave crisi sanitaria, che vede la Tunisia tra i peggiori paesi ad aver gestito la pandemia nel mondo arabo. Con una popolazione di circa 12 milioni di persone, i morti per covid sono stati quasi 19.000, mentre la campagna vaccinale sta andando fortemente a rilento. Solo il 9% della popolazione ha ricevuto entrambi le dosi di vaccino.

Italia, Europa e Stati Uniti non posso che essere osservatori attenti. Il 26 luglio. Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha avuto un colloquio telefonico con l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Josep Borrell. Attraverso una nota della Farnesina, Italia e Unione Europa dichiarano la propria massima attenzione riguardo a quelli che sono stati definiti “gli ultimi preoccupanti sviluppi” ed è stato ribadito “l’impegno condiviso a favore della stabilità politica ed economica”della Tunisia. Anche gli Stati Uniti, attraverso il portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, hanno riferito di seguire con preoccupazione l’evolversi della situazione tunisina e di essere in contatto con le autorità locali.

Non è ancora chiaro cosa accadrà nel futuro imminente della Tunisia e quali conseguenze potrà avere questa mossa imprevista del presidente Saied. Sono passati dieci anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini, ma la fragile democrazia tunisina non sembra ancora essersi stabilizzata, con i vari governi che si sono susseguiti in questi anni che mai sono riusciti realmente a fare fronte alle sfide economiche e sociali del paese.