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Home Politica

Io donna e mamma ferita vi dico: mai più panchine rosse. Lo Stato agisca contro la violenza sulle donne

Susanna La Valle di Susanna La Valle
25 Novembre 2022 05:36
in Politica, Società
Tempo di lettura: 3 minuti
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Io donna e mamma ferita vi dico: mai più panchine rosse. Lo Stato agisca contro la violenza sulle donne
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Figlie, Sorelle, Madri, Spose? Solo donne, semplicemente donne, senza alcun ruolo che per troppo tempo è stata l’etichetta con la quale era concessa un’identità sociale. Donne da tutelare e proteggere, soprattutto oggi nella “Giornata Internazione contro la violenza sulle donne”. 

Quante volte abbiamo sentito dire “se l’è andata a cercare”, oppure, “c’era da aspettarselo”, e altre atroci banalità che tentano di giustificare quest’abominio. L’articolo 3 della Costituzione sancisce che tutti i cittadini hanno pari dignità senza alcuna distinzione. Articolo smentito da norme abrogate decenni dopo la promulgazione della nostra Carta costituzionale; mi riferisco l’abrogazione del reato di Adulterio del 1968, l’abrogazione delle disposizioni del Delitto d’onore del 1981, che prevedeva la diminuzione della pena, sancendo l’orrenda idea che l’onorabilità del proprio nome fosse superiore alla tutela di una vita umana. Nel delitto d’onore rientravano l’uxoricidio, il figlicidio e il soricidio. Per arrivare all’abrogazione nel 1996 della norma che stabiliva la violenza carnale come violenza contro la pubblica morale e non contro la persona. 

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Spesso sentiamo dire che oggi gli uomini “sono confusi e spaventati” a causa di cambiamenti sociali troppo repentini, colpa anche di un “femminismo” portato all’estremo. Nel novero delle stupidaggini questa è sicuramente la più grande, la violenza esercitata attraverso il possesso, non è un fatto dei nostri tempi, c’è sempre stata e quelle norme abrogate lo testimoniano. Il problema è che per troppo tempo le donne non hanno avuto il coraggio di far sentire la propria voce. Il dolore e gli abusi erano chiusi tra le pareti domestiche con la connivenza di una famiglia, che non voleva vedere e dare scandalo. 

Ora le donne parlano, ma è ancora poco, spesso non sono credute e devono subire l’umiliazione di dover provare le violenze subite. Ed anche quando queste sono fornite, sarà sempre imperante l’idea di dover ricostituire il nucleo famigliare, piuttosto che proteggerle e difenderle da altre violenze. 

La Pandemia è stata un periodo terribile da questo punto di vista, non più libere di spostarsi o di essere ascoltate, le donne sono state costrette a vivere con il proprio aguzzino senza alcuna possibilità di fuga, senza la ricettività dei “Rifugi”, con le cause rinviate. Situazione, che ha prodotto degli effetti terribili non ancora adeguatamente valutati, a causa dell’incalzare degli eventi che ci hanno portato da una pandemia a una guerra. 

Una mamma racconta che ha scoperto le violenze perpetrate alla figlia, e indirettamente anche al nipote, dopo diversi anni. La figlia aveva nascosto tutto perché si sentiva responsabile di quanto le stava accadendo (condizione psicologica molto comune tra le donne vittime di violenze), oltre alla vergogna e all’umiliazione di doverle raccontare in famiglia. A questo proposito il consiglio è di osservare bene il comportamento di figlie e sorelle, non fidatevi delle parole rassicuranti, vi sono cose che non possono sfuggire o essere nascoste. 

Questa mamma, dopo aver scoperto tutto, ha dovuto lottare prima con i propri sensi di colpa, la percezione che qualcosa non andava non era bastata ad allarmarla. Ha combattuto con denunce, avvocati, pubblici ministeri, giudici e tribunali per vedere riconosciuto il reale pericolo che rappresentava quest’uomo per la figlia. Durante quegli anni ha capito inoltre che l’amore non era la sola ricetta giusta, per affrontare tutto bisognava affidare la ragazza a degli specialisti, gli unici in grado di sostenerla in questa battaglia. 

Quando si entra in questo mondo, si conoscono storie terribili di donne, come quella di un’altra vittima, conosciuta nei lunghi pomeriggi al Centro Antiviolenza, che non trovando aiuti e sostegno economico è tornata a casa, e dopo poco è stata uccisa. Oggi Lei non c’è più, al suo posto c’è una panchina rossa con il suo nome, dove ogni tanto quella mamma e quella figlia vanno a sedersi, stringendosi forte come due sopravissute a cui è stata concessa una seconda possibilità. 

Quella mamma sono io, e vi ho parlato di mia figlia. Raccontare non è facile, ma è l’unico contributo e strumento importante che mi sento di dare a questa giornata.

Noi donne non vogliamo più panchine rosse, vogliamo percorsi di recupero per i maltrattori, dispositivi di sicurezza forniti dallo Stato e non acquistati tramite raccolte fondi, iniziative lodevoli che però mostrano come ancora ci siano carenze da parte di chi è deputato a proteggere e aiutare. 

Vogliamo che una donna possa tornare a vivere, e con lei anche i suoi bambini che non dovranno portarsi per la vita paure e traumi. 

Tags: violenza donne
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