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E se il dato sull’affluenza indicasse la strada per il buon governo?

Appena un italiano su due, domenica e lunedì scorsi, si è recato alle urne. Una sconfitta per la politica e per la democrazia. 

A quei pochi candidati che hanno deciso di strutturare la propria campagna elettorale per strada, facendosi conoscere dialogando con i cittadini e raccogliendo le loro impressioni, la cosa era forse chiara sin dall’inizio: accanto agli insulti molti si dichiaravano delusi dai partiti, dalle coalizioni, dalla morte della coerenza. 

Il 54,69% del dato sull’affluenza a livello nazionale dimostra molto di più di quanto si creda, non solo perché esso rappresenta un record storico negativo di partecipazione al voto (il precedente apparteneva al 2017 in occasione del rinnovo di 1.000 comuni, quando aveva votato il 60,07% degli aventi diritto) ma soprattutto perché l’andamento negativo del tasso di partecipazione va avanti da anni, e che con molta probabilità si ripeterà anche alle prossime elezioni politiche del 2023. 

Ma quel che più appare grave è la generalizzata disillusione nei confronti delle istituzioni, non più rappresentative del sentire comune, quel famoso Palazzo che certe forze politiche hanno contrastato con forza e – dopo esservi entrate – hanno beatamente albergato avviluppate nelle calde moquette e nei divani di mogano.

Per questo l’astensione rappresenta una spia di allarme e predellino da cui ripartire per far riacquistare credibilità al sistema. Ma anche la rinuncia al voto contiene, al suo interno, un dato molto interessante. Analizzando il fatidico 50% di chi ha scelto di non votare, si nota come chi abbia scelto di astenersi viva soprattutto nelle periferie, contro i centri cittadini e – in generale – le classi più abbienti. Chi è ai margini – non solo urbanistici – della società ha scelto di non scegliere

Molti forniscono una possibile spiegazione, ovvero la perdita di fiducia e credibilità nei confronti del Movimento 5 Stelle che, negli anni precedenti, era stato visto come scialuppa di salvataggio nei confronti di una politica inutile, corrotta e ripugnante – e di conseguenza votato in massa – salvo poi (e gli esigui numeri raccolti dalla sindaca uscente Raggi lo dimostrano chiaramente) essersi ricreduti e incattiviti ancora di più contro il “sistema”, ritenendo inutile uscire per andare a votare.

Non a caso a Roma il dato sull’astensione si è attestato al 48,8%, otto punti i meno rispetto alle comunali del 2016 che videro trionfante proprio Virginia Raggi, eletta con 770mila voti e oggi impietosamente ferma a 211mila preferenze.

Esaminato il problema, è il momento di trovare soluzioni che, a ben vedere, al momento scarseggiano. Di sicuro questa tornata elettorale ci consegna un messaggio apparentemente nuovo, ovvero che le città necessitano di competenze per essere gestite al meglio. In un primo momento in cui l’inesperienza e – peggio ancora – l’incompetenza rappresentava una caratteristica premiale, un vanto da ostentare, adesso si avverte un cambiamento di rotta: chi vota lo fa solo se, dall’altra parte, trova candidati seri e preparati. Una lezione da tenere a mente anche per il futuro.

In seconda battuta appare necessario che la politica faccia ricredere la cittadinanza sull’utilità del proprio voto. Gran parte dell’astensionismo nasce proprio dalla (presunta) consapevolezza che votare non serve a nulla perché, nonostante l’esercizio di tale diritto, nulla poi cambia nelle vite di ognuno. 

Invece no. L’amministrazione della polis, infatti, incide nella quotidianità di ognuno, dalla variazione di un senso stradale, la posa di una panchina su una strada frequentata, sino all’erogazione dei servizi base per giovani, famiglie e anziani. La sfida che la politica deve avere il coraggio di affrontare è, giustappunto, quella di dimostrare di saper (e voler) fare. Prima faccio e poi ti chiedo il consenso e, se ho fatto male, arriverà la sanzione politica del voto contrario. Decidendo, compiendo delle scelte, mettendoci la faccia. 

E qui si arriva dritti dritti alla terza possibile ricetta per salvare il salvabile, ovvero la necessità di coinvolgere la comunità che si amministra, governare insieme ai cittadini, andando in mezzo a loro, incontrandoli, discutendo, facendosi conoscere, programmando insieme. Fisicamente, e non soltanto sui social, come accadeva nelle sezioni o nelle vecchie segreterie politiche di democristiano sapore. Davvero si stava meglio (politicamente) quando si stava peggio.