Economia

Dossier / Cosa è successo nel mercato del lavoro durante la pandemia?

Dott. Luca Tardiolo*

La Pandemia dovuta al Covid 19 ha imposto nelle Agende di tutti i Paesi europei decisioni in merito alle misure di supporto a lavoratori ed imprese, da un lato, e sulle modalità di lavoro dall’altro. La duplice sfida che ci pone il diffondersi del Covid 19 appare concretizzarsi su questi due aspetti sostanziali: supporto ai cittadini e alle imprese in difficoltà, revisione delle prassi di lavoro per favorire lo smart-working ed il lavoro agile. Proprio lungo queste due strade hanno preso piede gli interventi nel nostro Paese per far fronte all’impatto dell’emergenza sanitaria. 

Il XXII Rapporto Cnel sul Mercato del lavoro e la contrattazione collettiva evidenzia come in Europa i Paesi che hanno disposto, per far fronte alla pandemia, misure di restrizione più intense e quindi con perdite di Pil più pronunciate, hanno poi registrato dei recuperi maggiori. Questo recupero nella fase delle riaperture è stato assecondato infatti da misure di politica monetaria e fiscale di segno fortemente espansivo che hanno favorito la normalizzazione dei livelli della domanda. 

Assumendo però il punto di vista dei lavoratori si può dire che quanto più le crisi sono concentrate settorialmente, tanto più risulta difficile la ricollocazione della manodopera in esubero; nonostante le politiche espansive, le perdite colpiscono comunque in misura maggiore lavoratori caratterizzati da competenze basse o, viceversa, lavoratori con competenze molto specifiche non facilmente ricollocabili in altri settori professionali. Si pensi, a puro titolo di esempio, alle professionalità di un cuoco o di un pilota di aereo: nel momento stesso in cui queste persone cercano una ricollocazione in un altro settore, tutte le loro competenze si trovano di fatto ad essere non utilizzabili. Le difficoltà appaiono acuite anche dal fatto che queste stesse professionalità hanno subito una contrazione in tutti i Paesi, il che limita ulteriormente le opportunità per chi è disposto a cambiare città o nazione per trovare un nuovo impiego. 

A ciò dobbiamo aggiungere che la concentrazione di diverse attività dei Servizi in alcuni grandi centri urbani, dove il controllo della diffusione del virus è meno semplice, tende ad accentuare l’eccesso di offerta di lavoratori unskilled (addetti ai servizi alla persona, alle pulizie e altre mansioni di servizi), e soprattutto di tutto il personale di quelle attività che hanno visto cadere la domanda a seguito dell’aumento dello smartworking. Queste figure professionali, ma non solo, saranno interessate dalla riorganizzazione dei processi di produzione attraverso il lavoro da casa che probabilmente si protrarrà, almeno in parte, anche dopo la fine dell’epidemia e questo porterà a una trasformazione del tessuto produttivo che non potrà che accentuare la contrazione di tipo permanente di alcuni settori professionali. 

Questo tema appare molto importante a fronte delle soluzioni adottate nella fase emergenziale da parte del Governo che andranno accompagnate da nuove iniziative una volta conclusa questa fase. 

Labour hoarding

Il crollo delle ore lavorate è stato infatti assecondato dall’ampio ricorso agli ammortizzatori sociali, e soprattutto all’utilizzo della Cassa Integrazione. La Cig ha favorito il labour hoarding da parte delle imprese, che hanno difatti potuto ridurre le ore lavorate senza contrarre allo stesso tempo il numero di occupati, dato anche il contestuale divieto dei licenziamenti. La relativa tenuta del numero di occupati si è però accostata nel corso del 2020 a una contrazione marcata dell’offerta di lavoro. Questo fenomeno è stato osservato anche in altri Paesi, ma appare piuttosto marcato nel caso italiano, tanto da portare a stimare nel periodo del lockdown addirittura una contrazione del numero di disoccupati. L’effetto prevalente in questo caso è quello della registrazione di molti disoccupati all’interno della platea degli inattivi. 

Entra qui in gioco anche la questione dello scoraggiamento: alcuni lavoratori non cercano neanche un lavoro perché il peggioramento delle condizioni economiche è stato tale da interromperne l’attività di ricerca. Questi lavoratori, non effettuando azioni di ricerca attiva del lavoro, possono essere classificati fra gli inattivi e questo incide sulla quantificazione del numero di disoccupati, ridimensionandola in quanto questi lavoratori non vi sono conteggiati. 

Nei Paesi dove si erogano sussidi di disoccupazione il lavoratore appare incentivato a palesare la propria condizione di disoccupato, proprio per ottenere il sussidio ed è quello che accade ad esempio negli Usa dove il numero di disoccupati è aumentato molto di più rispetto alle altre maggiori economie nonostante la recessione negli Stati Uniti non sia stata più grave rispetto agli altri paesi.

I dati evidenziano che il sopraggiungere dell’epidemia ha cominciato a determinare un forte calo del numero di occupati a partire dal mese di marzo, che è proseguito ad aprile quando si è determinato un buco occupazionale di alcune centinaia di migliaia di unità. Queste perdite sono state parzialmente recuperate tra luglio e agosto, grazie al miglior andamento della pandemia e alla ripresa dei livelli di attività innescatasi da giugno tanto che nei mesi estivi il calo degli occupati si è praticamente dimezzato, anche se già nel mese di settembre questo recupero ha rallentato rispetto ai due mesi precedenti secondo quanto riportato dall’INPS, considerando l’insieme delle ore autorizzate con causale specifica Covid-19, i settori che hanno fatto maggior ricorso agli ammortizzatori sociali sono stati quello del commercio, dei trasporti, del terziario professionale, dell’alloggio e della ristorazione, il settore delle costruzioni e dei servizi alla persona. Il settore della metalmeccanica da solo ha richiesto il 14% delle ore. 

Sempre da una prospettiva settoriale si nota che il costo della crisi si è riversato quasi completamente sul settore dei Servizi, il più esposto alle misure di lockdown, con le perdite concentrate nel settore alberghiero e della ristorazione, nel settore del commercio, e in quello dei servizi alle famiglie. Si tratta di settori che presentano un contenuto di occupazione elevato, e dove frequentemente si ricorre a rapporti di lavoro caratterizzati da una scarsa stabilità pertanto, meno protetti dal sistema degli ammortizzatori sociali. 

Una quota significativa dei lavoratori occupati in questi settori, peraltro, è poco qualificata e caratterizzata da bassi livelli di istruzione. Rispetto al quarto trimestre 2019 le figure professionali poco qualificate hanno registrato un calo del 7.8%, che si confronta con una caduta pari al -2.8% per il totale degli occupati, mentre gli occupati con un basso livello di istruzione sono diminuiti del 3.5%, a fronte di una variazione solo leggermente negativa tra i laureati.

La crisi degli under 35

Guardando alla situazione del mercato del lavoro durante la pandemia a livello anagrafico, notiamo che la prima ondata di Covid-19 ha rallentato nello specifico la categoria degli under 35, eliminando gran parte della crescita accumulata nei 6 anni precedenti e accentuando la frattura con gli over 50. La crisi che stiamo attraversando, in termini di occupazione, ha per il momento risparmiato infatti chi ha più di 50 anni, e ha colpito prevalentemente i giovani: i dati mensili più recenti indicano che questi ultimi hanno finora subìto una perdita del 5.7%, a fronte invece di una crescita degli occupati over 50 (+1.7%). Il tasso di occupazione tra i più giovani si è ridotto in pochi mesi di 2 punti percentuali passando dal 41.5% al 39%. 

Il risultato è che il divario tra le due generazioni è diventato ancora più ampio; i giovani scontano il fatto di essere particolarmente rappresentati nei comparti produttivi più colpiti dalle limitazioni governative, e di avere con maggiore frequenza contratti di lavoro precari e non tutelati. La stessa cosa vale per le donne, per le quali il tasso di occupazione ha registrato un calo superiore a quello degli uomini. Come spesso accade durante le crisi economiche anche gli effetti della crisi occupazionale dovuta all’emergenza sanitaria si sono in prevalenza diffusi sulle componenti più vulnerabili del mercato del lavoro, sulle posizioni lavorative meno tutelate e nell’area del Paese in condizioni occupazionali più difficili ovvero il Mezzogiorno.

Cosa ha fatto l’Italia?

La logica seguita dalla maggior parte degli interventi attuati nel nostro Paese è stata quella di potenziare gli ammortizzatori in costanza di rapporto di lavoro, in modo tale da preservare il più possibile i redditi delle famiglie e la capacità produttiva per la successiva fase della ripresa economica post-emergenza. Questa strategia è stata rafforzata dal contestuale temporaneo divieto per tutti i datori di lavoro di avviare procedure per la riduzione del personale (licenziamenti collettivi) e di licenziare per giustificato motivo oggettivo (licenziamenti individuali, anche plurimi) e dall’estensione dei termini per la richiesta delle indennità di disoccupazione. 

Il primo intervento in ordine di tempo è stato il cosiddetto decreto Cura Italia, convertito nella legge n. 27/2020, che ha stabilito, tra le altre misure, specifici interventi diretti a salvaguardare occupazione e lavoratori, per un totale di circa 10 miliardi di euro. Per i lavoratori dipendenti, il decreto ha integrato gli strumenti già esistenti di sostegno al reddito, semplificando molti aspetti applicativi in termini di settori, dimensioni di azienda e limiti di utilizzo e introducendo nuove forme di tutela per fronteggiare la crisi.

In particolare, Cassa integrazione salariale in deroga per datori di lavoro operanti nei settori esclusi dall’applicazione dei vigenti strumenti di sostegno al reddito, è stato potenziato e semplificato l’accesso alla Cassa integrazione ordinaria e ai trattamenti erogati dai Fondi di solidarietà, introducendo la causale specifica “COVID-19” utilizzabile per un periodo massimo di nove settimane (in deroga, quindi, ai limiti vigenti previsti dal d.l. n. 148/2015).

Un limite che si incontra nell’analizzare la situazione utilizzando le statistiche sull’occupazione che fanno necessariamente riferimento solamente all’impatto di breve della crisi. Data peraltro la peculiarità dei comportamenti innescati dalla pandemia, i dati non forniscono neanche una rappresentazione adeguata delle condizioni del mercato del lavoro in aggregato; vi è quindi un andamento del numero degli occupati molto diverso fra i Paesi che, come il nostro, hanno utilizzato questo tipo di strumenti, e i Paesi che, come ad esempio gli Stati Uniti, erogano prevalentemente sussidi di disoccupazione, che per essere percepiti dai lavoratori hanno invece come pre-condizione proprio l’interruzione del rapporto di lavoro.

Per i lavoratori autonomi oltre alle risorse impiegate per finanziare le indennità di 600 euro erogata dall’INPS a liberi professionisti titolari di partita IVA e ai lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa viene istituito il Fondo per il reddito di ultima istanza volto a tutelare quei lavoratori le cui strutture previdenziali non prevedevano interventi di sostegno o i cui contorni erano residuali, frammentati o incerti (ad esempio i lavoratori domestici). Secondo i dati INPS queste misure hanno raggiunto oltre 4 milioni di beneficiari. 

A maggio poi viene approvato il decreto Rilancio (convertito nella legge n. 77/2020) che ha confermato ed esteso le misure del Cura Italia. Viene prorogato il periodo di divieto di licenziamenti individuali e collettivi per giustificato motivo oggettivo e per agevolare la prosecuzione dei rapporti a termine, il decreto ha poi sospeso l’obbligo di apposizione della causale per giustificarne la proroga oltre i 12 mesi, in deroga quindi al precedente decreto Dignità.

In questo contesto è stata infine estesa la durata del sussidio di disoccupazione (Naspi) per tutti coloro che ne hanno terminato il godimento a marzo o ad aprile, inoltre ai lavoratori dipendenti domestici, stagionali, intermittenti o in somministrazione, che hanno un accesso limitato alla Naspi a causa della frammentarietà delle carriere, sono stati destinati sussidi di importo e durata variabili.

La novità del decreto n.104/2020 (il cosiddetto decreto Agosto) rispetto ai precedenti decreti è che a fianco delle misure volte a sostenere il reddito in caso di interruzione dell’attività lavorativa, sono stati introdotti anche interventi che mirano a stimolare nuova occupazione: sgravi contributivi a favore delle imprese che non ricorrono alla cassa integrazione Covid-19, che effettuano assunzioni a tempo indeterminato, oppure a tempo determinato nel settore turistico, e infine per quelle imprese che assumono personale in aree del paese particolarmente svantaggiate (cosiddetta “decontribuzione Sud”). 

E’ già dal decreto Cura Italia (decreto-legge n. 18 del 17 marzo 2020) che si delinea la necessità di intervenire anche con misure di reddito minimo che offrissero un sostegno a tutte quelle categorie non raggiungibili attraverso la CIG e l’una tantum per gli autonomi. 

A tale necessità si poteva rispondere sostanzialmente in due modi:

  1. rivedendo in via strutturale l’impianto del Reddito di cittadinanza in modo da offrire tutela di ultima istanza anche ai “nuovi poveri da COVID”
  2. introducendo un ulteriore strumento di natura emergenziale che coprisse temporaneamente le falle del RdC e delle misure di sostegno al reddito dei lavoratori. 

Il governo ha scelto di seguire la seconda strada e, nel decreto “Rilancio” (decreto-legge n. 34 del 19 maggio 2020) introduce una nuova misura soggetta a prova dei mezzi ovvero il Reddito di Emergenza (REM), la cui durata, inizialmente fissata in due soli mesi, è stata poi prorogata fino a cinque mesi.

Appare allora che la capacità di fornire una risposta adeguata ai nuclei familiari in condizione di bisogno è funzione del complesso legame fra misure di reddito minimo, incentivi al lavoro, norme relative alla condizionalità da parte dei beneficiari e organizzazione delle politiche attive. Inoltre a differenza del RdC, che è una misura di integrazione del reddito, il REM viene concesso con importo pieno a tutti quelli che soddisfano il requisito.

Da questo punto di vista è chiaro come la pandemia abbia rappresentato un inaspettato, e indesiderato, stress test per il sistema di welfare italiano ed ha messo in luce i limiti del nostro mercato del lavoro, caratterizzato da molte forme contrattuali atipiche che è estremamente complesso tutelare con forme di assicurazione sociale per loro natura disegnate a tutela del lavoro dipendente. A questo va aggiunto che la forte e costante diffusione di lavoro nero e grigio che non tutela chi riceve la maggior parte del proprio reddito attraverso tali forme di lavoro sia ancora ad oggi un fattore critico del mercato del lavoro nazionale.

FONDO NUOVE COMPETENZE

Un focus specifico merita il decreto-legge n. 34/2020 che con l’art.88 istituisce presso l’ANPAL il Fondo Nuove Competenze con una dotazione iniziale di 230 milioni di euro a valere sul Programma operativo nazionale – sistemi di politiche attive per l’occupazione nell’ambito del Fondo sociale europeo (PON SPAO), incrementati di ulteriori 200 milioni di euro per l’anno 2020 e 300 milioni di euro per l’anno 2021, con lo scopo di consentire la graduale ripresa dell’attività dopo l’emergenza. Con il successivo decreto-legge n. 104/2020 (art. 4), il legislatore ha ampliato le finalità del fondo (i.e. formazione e ricollocazione) e ne ha prorogato l’operatività al 2021. In particolare, la norma prevede che al fondo potranno confluire risorse dei Programmi Operativi Nazionali e Regionali di Fondo Sociale Europeo, dei Fondi Paritetici Interprofessionali, nonché, per le specifiche finalità, del Fondo per la formazione e il sostegno al reddito dei lavoratori. Il fondo ha la finalità specifica di incentivare la riqualificazione dei lavoratori attraverso la copertura finanziaria degli oneri relativi alle ore di formazione, comprensivi dei relativi contributi previdenziali e assistenziali, sulla base di specifiche intese realizzate attraverso i contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello nazionale e a livello aziendale o territoriale da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, ovvero dalle loro rappresentanze sindacali operative in azienda, ai sensi della normativa e degli accordi interconfederali vigenti. Con il decreto-legge “Agosto”, al fondo è stata attribuita l’ulteriore finalità di favorire i percorsi di ricollocazione dei lavoratori.

Quando l’emergenza sarà passata ci troveremo probabilmente con una maggiore attenzione alla salute pubblica, ma anche, in negativo, con la peggiore combinazione di alto debito pubblico, bassa natalità, bassa presenza degli under 35 nel sistema produttivo italiano. Per porre in essere delle risposte soddisfacenti alle domande poste da questa combinazione di fattori critici non si può prescindere dal ridurre il rischio di dispersione scolastica e dal fornire solide competenze di base a tutti i cittadini, non solo per la realizzazione in ambito professionale, ma per non scivolare in percorsi di marginalizzazione sociale da cui spesso di arriva da condizioni di inattività dovuta allo stato di disoccupazione di lunga durata.

Le nuove generazioni devono vedere garantita la possibilità di trovarsi nelle condizioni giuste per affacciarsi al mondo del lavoro con una formazione allineata con le richieste attuali e future del sistema produttivo e questo significa, prima di tutto, chiarirsi le idee su come aiutare i giovani ad intrepretare le trasformazioni del mondo in cui vivono e capire cosa cambia nello scenario post Covid-19. Il fine è dotarli di competenze che rafforzino la possibilità di partecipare ai più avanzati processi di sviluppo dei prossimi decenni,

Perché le Labour Market Policies abbiano quindi un impatto sulle generazioni a venire occorre chiedersi come riqualificare chi uscito dal sistema di istruzione e chi non trova lavoro, in coerenza con ciò di cui oggi ha più bisogno il sistema produttivo per poter ripartire.

*Esperto di politiche attive del lavoro