Politica

8 Marzo / Giornaliste e professioniste sempre più vittime di hate speech

Per l’8 marzo 2021, giornata internazionale dei diritti della donna, l’UNESCO lancia una compagna contro la violenza online e l’hate speech (linguaggio d’odio) di carattere sessista nei confronti delle donne giornaliste.

La decisione nasce dai risultati di un sondaggio, lanciato nell’ottobre 2020 e pubblicato nel mese di dicembre, da cui emerge che il 73% delle giornaliste intervistate sono state vittime di aggressioni e hate speech online di stampo sessista a causa del loro lavoro, mentre il 20% dichiarano di avere subìto attacchi offline, in qualche modo collegati all’hate speech. Il sondaggio fa parte di uno studio condotto nell’intento di individuare la dimensione del fenomeno della violenza online contro le giornaliste, di verificarne l’impatto e di contrastarlo coinvolgendo i governi, i media, le imprese e la società civile.

Dallo studio emerge che spesso gli attacchi d’odio online sono legati a doppio filo alla disinformazione: il 41% delle intervistate hanno dichiarato di essere state prese di mira da attacchi che sembravano essere collegati a campagne organizzate di disinformazione dirette a screditare le giornaliste nell’esercizio del proprio lavoro.

Che uno dei grandi temi dell’hate speech a stampo sessista sia il lavoro delle donne dispiace, ma non sorprende. Nel contesto italiano la rilevazione sull’odio online prodotta dall’Osservatorio Vox Diritti nell’autunno 2020, basata sull’analisi di oltre 1.3 milioni di tweet, rivela che in rete un odiatore su due se la prende con le donne e che accanto al tradizionale body shaming ha fatto la sua comparsa la rabbia verso le donne che lavorano, giudicate incompetenti, inutili e incapaci, a prescindere da ciò che fanno o dicono.

Il contenuto dei messaggi d’odio è un insieme di misoginia, razzismo e bigottismo, spesso collegato a stereotipi culturali che trovano facile eco nel pubblico. Dall’esame delle mappe dell’intolleranza appare che i picchi di odio verso le donne sono legati ad eventi quali femminicidi di particolare impatto mediatico o decisioni significative nel contesto italiano o europeo (tra questi la dichiarazione della Polonia di voler rinnegare la convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, perché sarebbe ispirata alla ideologia di genere e dalla lobby LGBT).

In generale nella “manosfera” – l’agglomerato di movimenti misogini che operano sul web, impregnato di violenza e retorica antifemminista – gli uomini stanno diventando più aggressivi ed estremisti e si ritrovano sui social network con meno restrizioni per organizzare vere e proprie campagne. Questo è quanto emerge da uno studio condotto da un team internazionale di ricercatori su 6 forum, 6.7 milioni di post, e 51 subreddits (22.1 milioni di post) per osservare l’evoluzione della base di utenti della manosfera, il passaggio di questi da un canale all’altro, il grado di tossicità e di misoginia dei contenuti condivisi.

L’aumento dell’odio in rete sembra avere in effetti una corrispondenza con la realtà: per quanto riguarda l’Italia i dati rivelano infatti che nell’ultimo anno i femminicidi sono aumentati e che le donne uccise sono passate da 56 a 59 nel 2020 e sono già 12 nel 2021. L’elemento che permette di inquadrare il fenomeno nella violenza di genere è dato dal fatto che nella maggior parte dei casi l’autore dell’uccisione in oltre la metà dei casi è il partner o un partner precedente.

È chiaro che quando vi è una relazione personale il passaggio dall’odio online all’aggressione fisica è legato al vissuto personale, ma è altrettanto verosimile che tale passaggio sia agevolato o accompagnato da un contesto di stereotipi e pregiudizi condivisi nei confronti delle donne, stereotipi e pregiudizi sulla base dei quali si vorrebbe negare alle donne di partecipare alla vita pubblica e delegittimarle, a partire dal linguaggio usato per individuarle e per definirle nello svolgimento del loro lavoro.

E’ per questa ragione che non portano nulla di buono dibattiti come quelli scatenati dalla rivendicazione dell’appellativo maschile di “direttore” da parte di Beatrice Venezi, forse troppo giovane o poco esperta per valutare il significato e l’impatto delle sue parole sul palco più osservato d’Italia.

Il momento è arrivato perché nelle istituzioni, nelle redazioni online e offline, nei social network, si affronti problema. Il linguaggio d’odio sessista è un fenomeno quotidiano per molte donne; per contrastarlo non bastano iniziative legali, sono necessarie azioni positive di contrasto agli stereotipi di genere, che si preoccupino anche del linguaggio quotidiano.

Sul fronte legale importante la proposta per il “Digital Services Act” del Parlamento Europeo e del Consiglio, che per la prima volta suggerisce di approfondire i rischi sistemici associati all’incitamento all’odio, in particolare quando l’accesso ai contenuti di odio possa essere amplificato da account con una portata particolarmente ampia. Speriamo facciano in fretta ad approvarlo.