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Home Esteri

“Sul Venezuela sbagliato parlare di golpe. La Costituzione è con Guaidò”. L’intervista all’ammiraglio Giuseppe De Giorgi

Redazione LabParlamento di Redazione LabParlamento
04 Febbraio 2019 22:51
in Esteri, Interviste, Mondo
Tempo di lettura: 5 minuti
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“Sul Venezuela sbagliato parlare di golpe. La Costituzione è con Guaidò”. L’intervista all’ammiraglio Giuseppe De Giorgi
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L’ex capo di stato maggiore della Marina commenta la crisi di Caracas e invoca una presa di posizione da parte del governo italiano

di Daniele Piccinin

Sul caso Venezuela parlare di golpe significa avere una visione miope dei fatti oppure fingere di non vedere le sofferenze di un popolo costretto a vivere nel Paese con l’economia più povera del mondo. Gli occhi puntati del mondo sulla crisi di Caracas hanno certamente una finalità economica, essendo il Venezuela uno dei paesi con le più ingenti riserve petrolifere al mondo. L’Italia ha un dovere istituzionale, storico e morale di prendere una posizione unitaria e farlo in fretta, in difesa dei diritti del popolo venezuelano. A sostenerlo, in un’intervista a LabParlamento è l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ex capo di stato maggiore della Marina Militare.

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Ammiraglio De Giorgi, la crisi venezuelana scuote le grandi potenze mondiali. Che idea si è fatto?

C’è molta confusione su quello che sta accadendo in Venezuela in questi giorni. Una crisi senza fine nata da una situazione complessa e articolata sulla quale, come spesso accade, c’è chi ne approfitta per tirare acqua al proprio mulino strumentalizzando la questione venezuelana a fini ideologici o politici.

Ci aiuti a fare un po’ di chiarezza.

Giuseppe De Giorgi, già Capo di Stato maggiore della Marina

Partiamo dal 2013 anno in cui Nicolas Maduro vinse le prime elezioni presidenziali del post Chavez, ed ottenne un mandato, nonostante l’ombra di diversi brogli elettorali, che, secondo l’articolo 230 della costituzione, si sarebbe dovuto concludere ufficialmente il 9 gennaio 2019. Tornando ai giorni nostri e precisamente al recente 23 gennaio Jaun Guaidó, presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela, il Parlamento uscito dalle elezioni del 2015, controllato dalle opposizioni ma svuotato formalmente di qualsiasi potere, si è autoproclamato presidente ad interim del Paese invocando un emendamento costituzionale che consente al capo della legislatura di guidare un governo provvisorio fino a quando non si possano tenere nuove elezioni.

Lei ritiene che Guaidò sia un presidente legittimato?

Contrariamente a Maduro, Guaidò sembra avere una legittimità democratica. Tutto è già scritto proprio nella Costituzione del Paese sudamericano, in particolare nell’articolo 233. L’articolo parla chiaro: tra le opzioni di “mancanza di un presidente”, vi è anche la revoca popolare, ma se vogliamo anche “l’abbandono di ufficio”, considerata la fine del mandato e l’assenza di nuove elezioni. Subito dopo si può leggere che, nei casi elencati, si procederà ad elezioni e che nel frattempo “il presidente dell’Assemblea Nazionale sarà responsabile della Presidenza della Repubblica”. Dunque, si può evincere che quella di Guaidó non sia un’autoproclamazione, come riportato da molti media, ma una procedura giuridicamente legittima.

Autoproclamazione o procedura giuridica, resta il fatto che i grandi potenti del mondo sono scesi in campo.

A seguito dell’annuncio di Guaidò il presidente degli Stati Uniti in primis ed in seguito i governi di Canada, Brasile, Paraguay, Colombia, Argentina, Perù, Ecuador, Cile, Guatemala e Costa Rica hanno ufficialmente riconosciuto il nuovo presidente ad interim. In difesa di Maduro si sono dichiarati invece Russia, Cina, Cuba, Bolivia, Messico e Turchia, sostegni che, come sempre avviene nella politica internazionale non sono quasi mai legati all’ideologia ma ad interessi economici.

Una crisi nazionale che rischia di trasformarsi in un conflitto diplomatico e non solo di dimensioni mondiali, non crede?

Per citare qualche numero, ricordo che il 21% del Pil cubano dipende da Caracas, così come esistono accordi di sviluppo precedentemente presi che legano fortemente il Venezuela alla Cina. L’Unione Europea segue la decisione degli Usa ma con toni molto più cauti dichiarando sostegno al Presidente dell’AN per “un processo politico pacifico e credibile in linea con la costituzione venezuelana”. Dall’Onu, infine, è arrivato l’invito del segretario generale Antonio Guterres ad avviare il “dialogo” per fermare in anticipo “una escalation che condurrebbe a un conflitto disastroso per il popolo del Venezuela e dell’intera regione”.

In questa partita qual è il ruolo dell’Italia?

In Venezuela, è bene ricordarlo, risiedono circa 140mila connazionali. Su questa vicenda bisogna purtroppo osservare che il nostro Parlamento non ha ancora raggiunto una posizione unitaria e mi auguro che questo avvenga quanto prima, per un dovere istituzionale e per rispetto al popolo venezuelano che in queste ore ha bisogno di una pacificazione sociale immediata.

Il clima in Venezuela è infatti di piena emergenza economica e la guerra sociale rischia di divenire permanente, è così?

A seguito della proclamazione diverse manifestazioni si sono svolte in tutto il Paese, con la partecipazione di migliaia di venezuelani, durante le quali ci sono stati accesi scontri, in cui si sono registrati diversi morti e feriti, tra i manifestanti antigovernativi ed i sostenitori di Maduro. È pur vero però che le proteste nel Paese non sono mai mancate in questi anni, così come i morti: subito dopo l’elezione di Maduro infatti, il 7 febbraio 2013, molti studenti occuparono le strade di San Cristobal e durante la protesta venne ucciso Daniel Tinoco. Il 12 febbraio seguì un’altra manifestazione in cui le vittime accertate diventarono quattro. Da lì è stata un’escalation di violenze.

E’ più corretto parlare di rivolta democratica o di golpe?

Chi oggi parla di colpo di stato rifacendosi ai fatti del 23 gennaio a mio parere ha una visione miope della situazione venezuelana o finge volontariamente di non comprendere il malessere di un popolo stanco di vivere in un Paese diventato ormai da troppi anni invivibile. Quella del Venezuela è, infatti, oggi la peggiore economia del mondo, secondo la classifica annualmente redatta da Bloomberg sull’indice della povertà, e lo è da ben tre anni, peggio persino della Corea del Nord di Kim. Come se non bastasse il paese è in mano ad ogni genere di banda criminale, specialmente quelle legate al narcotraffico che grazie ad accordi stretti con alcuni funzionari del governo possono godere praticamente dell’immunità sulle loro azioni e traffici criminali. Questa situazione perpetrata negli anni ha portato oggi il popolo venezuelano alla più grande emigrazione forzata della storia dell’America Latina. Secondo i dati dell’Onu al 2017 almeno 1,6 milioni di venezuelani sono andati via da proprio Paese, ed entro fine 2019 saranno almeno 5 milioni a lasciare il Paese.

Una crisi senza fine, mentre in tanti nel Paese rimpiangono Chavez.

Il Venezuela è, ironia della sorte, uno dei Paesi con le più grandi riserve petrolifere al mondo. Certo è che il sogno di Chávez, scomparso nel 2013, è morto e sepolto ed intanto lo spettro della guerra civile avanza. Chavez aveva limitato il ruolo delle grandi multinazionali, aveva provato a dettare le nuove condizioni di sfruttamento del suo tesoro energetico e grazie alle sue politiche di sostegno alle fasce popolari era diventato il simbolo del riscatto sociale latino-americano, L’opposizione punta ora all’insediamento di un “governo di transizione” che possa traghettare il Paese verso nuove elezioni sotto la leadership di Guaidò. Bisognerà vedere cosa porterà l’apparente ed attuale isolamento internazionale di Maduro. Per il momento l’esercito è con lui, anche se Guaidò ha tentato di convincere i militari a unirsi all’opposizione. Insomma, il braccio di ferro in questo grande Paese produttore di petrolio è appena cominciato e le grandi potenze mondiali faranno di tutto per giocare un ruolo fondamentale in questa crisi, con la speranza di un ritorno economico non indifferente.

 

Tags: ammiraglio de giorgiChavezGuaidòMaduroVenezuela
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