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Privacy, Digito ergo sum. Ma serve un’educazione specifica da 0 a 18 anni

L’Italia è un Paese ancora lontano dall’acquisire consapevolezza culturale dell’importanza della protezione della privacy, soprattutto quando di mezzo ci sono i minori. A lanciare l’allarme è la professoressa Barbara Volpi, psicologa clinico e psicoterapeuta, docente presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica Sapienza di Roma

In questi giorni si è celebrata la Giornata europea della protezione dei dati personali. A che punto siamo nel nostro Paese sul tema della tutela della privacy?

«Come ci testimoniano purtroppo i fatti di cronaca, nonostante ci siano le normative che tutelano i minori e gli adulti alla protezione della privacy e alla tutela dei dati personali, siamo ancora molto lontani dalla comprensione e dalla responsabilizzazione rispetto ad un uso corretto della rete in relazione soprattutto alla protezione delle identità personali dei minori». 

Quali sono secondo lei le cause di questo ritardo?

«Un ruolo fondamentale è giocato dall’educazione digitale e da una media education che deve partire ad ampio raggio dal momento in cui il bambino viene al mondo e non a 14 anni, quando per la normativa europea può attivare senza il consenso del genitore un profilo social. L’educazione alla digitalità parte dall’infanzia e necessita di un costante e continuo monitoraggio da parte dei genitori, perlomeno fino ai 16 anni, momento in cui, se correttamente impostata la traiettoria di sviluppo verso una sana fruizione del web, può essere attuata dal ragazzo in modo autonomo e consapevole». 

Concediamo l’attenuante dell’essere genitori in un’epoca digitale come la nostra?

«L’essere genitori nell’era della tecnologia presuppone l’acquisizione e la promozione di una nuova genitorialità digitale, attenta e responsiva ai bisogni e alle esigenze del bambino e più tardi dell’adolescente, fornendo una guida consapevolmente orientata ai rischi e ai pericolo della rete e favorendo la promozione delle potenzialità della stessa allo scopo di favorire un benessere digitale che, a livello preventivo, è il migliore fattore di protezione rispetto ad un uso improprio delle rete e allo sviluppo di patologie web-mediate».

Perché i social sono così pericolosi per i minori?

«Nella società delle immagini e dell’iperconnessione in cui ognuno si rispecchia nel comportamento dell’altro all’interno del villaggio globale della rete (teoria del sociologo Marshall Macluhan), il “digito ergo sum” è l’imperativo di tanti giovani in crescita che trovano la loro massima espressione nelle condotte in rete attivate dagli algoritmi digitali. L’area della relazionalità captata in modo egregio dalle piattaforme dei social network risponde al bisogno della comunità giovanile di essere parte aggregante di un sé identitario in via di formazione e nel caso di fragilità narcisistiche caratteristiche dell’età, nonché dell’imperante desiderio di ottenere tutto e subito ed essere riconosciuti e applauditi come gli influencer e i youtuber che si seguono, può trasformarsi in una gabbia dell’ego che può far correre il rischio di cancellare o bloccare la connessione con il mondo reale. Un rifugio della mente che sulla spinta anche della non completa maturazione cerebrale, che termina la sua formazione nelle aree corticali deputate al riconoscimento del pericolo a 24-25 anni nelle femmine e 28 nei maschi, può far correre il rischio di frammentazioni identitarie che rimangono intrappolate nel gioco degli specchi del XXI secolo. Senza consapevolezza, capacità critica e guida, gli specchi rischiano di frantumarsi». 

Il web è uno strumento complesso da controllare. C’è chi ha proposto un’identità digitale (Spid) per l’accesso ai servizi o addirittura chi pensa di vietare l’utilizzo dei cellulari under 14. Cosa ne pensa?

«Sono anni che sto diffondendo in Italia il tema della genitorialità digitale senza la quale nessuna proposta di controllo può essere attuata. Ci sono regole guida nazionali ed internazionali che indirizzano i genitori, la famiglia e la scuola su un corretto uso del digitale a partire dalla nascita. Nel mio testo “Genitori Digitali”, edito dal Mulino (2017), ho tracciato una traiettoria educativa digitale da 0 a 18 anni di età tenendo in considerazione le evidenze scientifiche della moderna psicologia dello sviluppo e delle neuroscienze, per cercare di attuare un percorso di prevenzione rispetto ad un suo inadeguato dei device rispettando i tempi evolutivi e le capacità di acquisizione nelle diverse fasce di età. Prima di controllo si dovrebbe parlare, come indicato dal filosofo francese Stiegler, di cura della gioventù e delle nuove generazioni. Non c’è controllo che tenga rispetto all’osservazione, all’ascolto e alla condivisione affettiva in famiglia prima che nei social. La relazionalità si apprende negli scambi familiari è la prima lezione dell’educazione digitale. E il web mette in luce le incrinature di una base sicura incrinata». 

Come può un genitore controllare il figlio senza essere invadente ma mantenendo comunque l’attenzione?

«Non si parla di quel che si fa con il digitale tra genitori e figli. Ci si limita a controllare o giudicare rischiando così di aumentare il divario generazionale. Prima del controllo serve la comunicazione e lo scambio. Avete mai provato a sedervi accanto a vostro figlio e a dire: “mi insegni a giocare alla play station? Mi aiuti a realizzare un video?” Provate». 

In questo anche la scuola dovrebbe fare la sua parte. Non crede che si debba attivare maggiore sensibilizzazione su questi temi, magari anche con corsi di formazione che indirizzino i ragazzi ad un uso corretto dei nuovi strumenti digitali?

«Da anni collaboro in prima persona nelle scuole su progetti di media education sui tre attori principali: famiglie-docenti-alunni a partire dalla scuola materna fino all’università. Non si tratta solo di modernizzare la scuola al digitale e sviluppare nuove competenze ma anche di attivare un processo di screen education in collaborazione con la famiglia per utilizzare la tecnologia in modo critico, responsabile ed etico. Scuola che si fa portavoce della continuità educativa digitale della famiglia e, nel caso rilevi falle educative, attua percorsi riparatori per limitare i rischi disagi web-mediati. Ad aprile uscirà il mio nuovo testo “Docenti Digitali” per la casa editrice Il Mulino, dove a partire dalla voce di Gianni Rodari che ci ha insegnato a metterci nei panni del bambino e a catturare la sua attenzione, propongo una nuova grammatica del digitale che orienti verso quella capacità critica e di giudizio che fa dello strumento un volano per esprimere il sé costituito nelle relazioni affettive primarie, prima ancora di protezione della privacy».