Politica

L’ambizione di Letta e le tribù della sinistra

Enrico Letta ha conquistato il consenso quasi unanime dell’Assemblea nazionale del Pd (860 sì, 2 no e 4 astenuti) con un discorso pieno di buona volontà e non privo di ambizione. Vuole fare di quel partito il perno di uno schieramento politico larghissimo, che vada dall’estrema sinistra di Leu fino al centro di Carlo Calenda e Emma Bonino (compreso Matteo Renzi, con cui pure ci sono ruggini personali non proprio passeggere). 

Per poi dare vita da una posizione di forza all’alleanza con il Movimento 5 Stelle che resta l’orizzonte strategico dei democratici, sebbene con qualche correzione di non poco conto rispetto alla linea del predecessore Nicola Zingaretti. Sembra un progetto ragionevole, forse perfino vincente, almeno sulla carta. Ma quante possibilità ha di arrivare in porto?

Perché ciò avvenga c’è bisogno anzitutto di una sospensione delle rivalità fra le correnti interne al partito, la cui geografia il nuovo segretario ha ammesso, mostrando un discreto sense of humor, di non riuscire a capire bene neppure lui. Difficile che possa neutralizzarle con una battuta, per quanto spiritosa. 

Ma a rendere incerta la sua sfida è soprattutto la cronica mancanza di un chiarimento fra le due anime prevalenti del Pd: quella massimalista e populista da una parte e quella riformista e pragmatica dall’altra. Provare a tenerle insieme è un po’ come poggiare le gambe su due trampoli che si muovono ciascuno per conto proprio. Si prenda ad esempio l’intervista di qualche giorno fa di Goffredo Bettini al Corriere della Sera. Subito dopo aver dato il suo placet al nome di Letta come nuovo segretario, il gran consigliere e ispiratore di Zingaretti ha spiegato qual è secondo lui la cifra irrinunciabile di ogni riformismo democratico e progressista: la convinzione che la politica debba “civilizzare la forza imponente del capitalismo globalizzato”, i cui intimi meccanismi “porterebbero alla autodistruzione del genere umano”.

E’ questo il riformismo di cui parla Letta? C’è da dubitarne. E viene spontanea un’altra domanda: come potrà il nuovo segretario far accettare obiettivi come la compartecipazione dei dipendenti agli utili di impresa, la lotta al declino demografico, l’aumento di efficienza della Pubblica amministrazione e della giustizia, lanciati nel suo discorso di insediamento, a gente che vede ancora nella lotta di classe la forza fondamentale che muove il mondo e la storia? 

Per quanto pragmatici si possa essere in politica, dove non c’è visione comune o omogeneità di valori è difficile anche solo proporre qualcosa di significativo ai cittadini. Non per niente è quel che succede al Pd ormai da diversi anni. La parte più difficile del lavoro cui si accinge Enrico Letta, in fondo, è proprio far sì che ciascuna delle molte tribù del centro sinistra possa scorgere nel suo progetto un pezzo fondamentale della propria identità e accettare per questo di dare una mano. 

Ci vorrebbe un mago, o almeno un bravo illusionista. Ed è forse la strada che il segretario ha cominciato a battere all’Assemblea nazionale. Nel suo discorso ha galvanizzato l’uditorio dicendo che crede nella vittoria del Pd alle prossime politiche, ha messo in campo temi destinati a sollevare discussioni accese come lo ius soli e il voto ai sedicenni, ma ha anche cominciato a dare un colpo al cerchio e uno alla botte. 

Dopo aver elargito lodi sperticate a Zingaretti ha prefigurato una posizione del Pd molto più forte nel rapporto con i 5 Stelle (e ha pure detto che è stato giusto non andare al governo nel 2018). Poi ha esaltato il ruolo dei corpi intermedi, che Renzi a suo tempo voleva rottamare, ma ha anche battuto su tasti che piacciono meno alla sinistra interna, come quello dei danni che l’inefficienza della giustizia causa alla competitività del paese

Che si presenti così il giorno dell’investitura è comprensibile. Ma presto dovrà cominciare a dire quali sono le priorità e che cosa può aspettare. Allora si vedrà quanta strada ha davanti. E se il tentativo di fare sintesi diventerà la ricerca furba della via di mezzo che non urta nessuno, allora avrà perso senza neppure combattere.