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Home Cultura

Eurovision, un palcoscenico utilizzato a fini politici

Massimiliano Cacciotti di Massimiliano Cacciotti
13 Maggio 2022 05:55
in Cultura, Società
Tempo di lettura: 5 minuti
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Eurovision, un palcoscenico utilizzato a fini politici
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Seconda serata dell’Eurovision Song Contest 2022 e seconda breve analisi su come, quello che dovrebbe essere semplicemente un festival musicale, s’intrecci spesso con le vicende geopolitiche che attraversano il nostro continente. 

Se, dopo la serata inaugurale, abbiamo posto l’attenzione su come – fin dal 2016 – il conflitto russo-ucraino abbia avuto un ruolo da protagonista anche sotto i riflettori dell’Eurofestival, oggi possiamo osservare come anche le altre nazioni europee – oltre ai due paesi belligeranti dell’ex URSS – abbiano utilizzato quel palcoscenico a fini politici, per aumentare il proprio peso e il proprio prestigio internazionale.

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D’altronde, parliamo dell’evento televisivo – olimpiadi e mondiali di calcio esclusi – più visto al mondo, dunque di un’occasione propagandistica e di visibilità planetaria, pressoché irripetibile per i governi di tutto il continente.

ASTERIX CONTRO CESARE

Un chiaro esempio di scontro politico e diplomatico, a mezzo Eurovision, si è avuto proprio nella penultima edizione del Festival, prima della kermesse torinese: quella del 2021, vinta dall’Italia. 

Molti di voi ricorderanno le polemiche scoppiate subito dopo il trionfo dei Maneskin, con un video che cominciò a girare in rete, in cui si vedeva Damiano David abbassarsi verso il tavolo che aveva davanti a sé, compiendo un gesto che poteva ricordare quello di colui che sniffa cocaina. 

Si gridò allo scandalo e si chiese l’esclusione del gruppo italiano dalla classifica finale, a tutto vantaggio della seconda classificata, la francese Barbara Pravi. 

D’altro canto, il brano “Voilà” di Barbara Pravi – uno scricciolo che, nel look, così come nello stile musicale, ricorda molto quello straordinario usignolo che fu Edith Piaf – è un bellissimo pezzo, emozionante, una sorta di edizione 2.0 della grande tradizione degli chansonnier transalpini. Insomma, una canzone che avrebbe sicuramente meritato, tanto quanto quella dei Maneskin, di vincere quel festival. 

Il “Caso Damiano”, però, si sgonfiò rapidissimamente, lasciando inalterata la classifica finale, con l’Italia vincitrice e la Francia al secondo posto. 

Subito, qualcuno avanzò il sospetto che la vicenda fosse stata montata ad arte, per ragioni di antica rivalità italo-francese, in una specie di remake delle lotte fra Galli e Romani, lanciando anche l’ipotesi che, dietro alla faccenda, potesse nascondersi una mano politica di altissimo livello. 

A un anno esatto di distanza, ecco che, quella che sembrava essere solo un’ipotesi di fantapolitica, pare farsi più concreta: in un’intervista rilasciata alla BBC, il commentatore televisivo Stephane Bern – colui che nel 2021 seguì l’Eurofestival per la TV francese – ha dichiarato di avere ricevuto pressioni per fare squalificare i Maneskin, nientemeno che dal presidente Macron in persona. 

“Ricordo che fu subito un gran casino – ha dichiarato Bern – Ho ricevuto tanti messaggi sul mio telefonino che mi dicevano che i Maneskin dovevano essere squalificati. Macron mi scrisse di fare qualcosa… Anche il ministro francese per gli affari europei, che era a Rotterdam per il concorso, mi ha inviato messaggi… Ma cosa avrei potuto fare? Non ero io il presidente dell’Eurovision. Poi il capo dell’Unione Europea di Radiodiffusione, Delphine Ernotte, intervenne e disse che vogliamo essere i vincitori per merito, non perché abbiamo squalificato chi è al primo posto. Per questo non avanzammo nessuna protesta ufficiale… Ma quello che certamente non dimenticherò è che mi fu chiesto di interrompere l’Eurovision per volere del presidente Macron”.

UNA COINCIDENZA È UNA COINCIDENZA

Se le dichiarazioni di Bern possono sembrare piuttosto verosimili, certo è curiosa la tempistica e risultano curiose le modalità con cui queste dichiarazioni sono diventate di dominio pubblico continentale.

“L’affaire Damiano”, infatti, era rimasto per un anno intero nel dimenticatoio, relegato al ruolo di velleitario “scandalo sul nulla”, di semplice “fuffa” da leoni da tastiera, come ce ne sono tante sui social, tutte polemiche capaci di durare lo spazio di un mattino e di sgonfiarsi, come tante bolle di sapone, in meno di 24 ore. 

Poi però, alla vigilia della nuova edizione del Festival, nel bel mezzo di una crisi bellica continentale – una guerra che vede il Regno Unito in prima fila sul fronte interventista e il presidente francese Macron, al contrario, fra i più attivi nel tentativo di trovare una soluzione diplomatica allo scontro russo-ucraino – il giorno stesso in cui la Francia fa dichiarazioni distensive verso la Russia, ecco che la principale emittente televisiva britannica rilancia il “Caso Eurovision”. 

Nessun collegamento diretto, per carità, solo una coincidenza. Fatto sta, che proprio da un’emittente del Regno Unito, ecco che spunta fuori l’immagine di un Macron invidioso e scorretto, orditore di complotti, un uomo che tenta di ribaltare persino i risultati di un festival musicale, tramando nell’ombra e facendo pressioni, grazie al suo peso politico. 

“Una coincidenza è un coincidenza, due fanno un sospetto, tre fanno una prova” diceva la regina del giallo, Agatha Christie. Al momento, di coincidenze parrebbe essercene una sola.

LE CANZONI IN GARA

Prima di concludere, come già fatto dopo la prima serata, parliamo per un attimo anche di quello che dovrebbe essere il tema principale, se non unico, dell’Eurofestival: le canzoni in gara nell’edizione di quest’anno. 

La seconda serata, svoltasi giovedì 12 maggio, ha presentato una selezione di brani, a mio avviso, molto meno convincenti, rispetto a quelli della prima sera. La sensazione generale, è stata quella di un complessivo “già tutto visto, già tutto sentito”, in una sorta d’indistinguibile marmellata pop, in cui nessuna canzone mi è parsa brillare di una particolare luce di originalità. 

Per noi italiani, il momento clou è stato senz’altro quello in cui, un ex borgataro della periferia nord di Roma, come Achille Lauro, si è presentato sotto le insegne di una “nazione straniera”: San Marino. Al di là della sensazione straniante che ciò provocava, il suo brano è comunque risultato senza particolare infamia e senza particolare lode. Da sufficienza piena e nulla più.

Lo stesso, però, si potrebbe dire un po’ per tutte le altre performance. A rompere, appena un po’, la monotonia musicale, ci hanno pensato solo alcuni dei cantanti in gara. Fra questi, segnalo la bella voce dell’australiano Sheldon Riley – anche se, ogni anno, io mi chieda sempre cosa c’entri l’Australia con l’Eurovision – e quella del belga Jèrémie Makiese. 

Un po’ fuori dalla monotonia generale, sono risultate anche le atmosfere da hamam levantino della cipriota Andromache, il country baltico dell’estone Stefan, la voce black della macedone Andrea, l’orecchiabile pezzo dei cechi We Are Domi. Curiosa, infine, la scelta di cantare in spagnolo fatta dai rumeni WRS, così come il titolo in latino, “In corpore sano”, del brano presentato dalla serba Konstrakta.

Fosse per me, nessuna delle canzoni di questa seconda semifinale, meriterebbe la vittoria. Dunque, è probabile che i vincitori del Eurovision Song Contest 2022 usciranno dai dieci brani selezionati nella serata di martedì 10 maggio, oppure fra quelli delle nazioni che si sono direttamente qualificate alla finale, senza passare per le eliminatorie. 
Però i pronostici, si sa, sono spesso fatti per essere smentiti.

Tags: Barbara PraviEdith PiafEmmanuel MacronEurovisionManeskin
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