Attualità

Decreto emissioni: per scadenze UE serve azione coordinata

Enti di ricerca in audizione congiunta. Energia, trasporti e agricoltura al centro

di Maria Carla Bellomia

Prosegue in Parlamento il lavoro della Commissione Speciale per l’esame degli Atti del Governo, che ieri pomeriggio ha audito, in sede congiunta, gli esperti dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), del Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente (SNPA), del CNR e dell’ENEA sul decreto legislativo per la riduzione delle emissioni inquinanti.

Proprio nel giorno in cui l’Organizzazione mondiale per la Sanità (OMS) ha diffuso gli ultimi dati sull’inquinamento atmosferico – che ogni anno è responsabile di oltre 7 milioni di decessi – il Parlamento torna ad esaminare il decreto già approvato lo scorso febbraio in sede di Consiglio dei ministri e il cui iter risulta tuttora in corso, nonostante siano giunti ormai a scadenza i termini per i pareri delle competenti commissioni parlamentari (Ambiente e Politiche dell’Unione Europea).

Sono tre gli ambiti di azione su cui si concentra l’intervento normativo di governo: la riduzione degli inquinanti, il monitoraggio della qualità dell’aria e il controllo delle emissioni anche per le attività agricole.

Dando attuazione, su base nazionale, alle prescrizioni comunitarie sui livelli ammissibili di determinati inquinanti atmosferici, lo schema di decreto, pone anche alcune problematiche a livello di suddivisione di competenze tra Stato e Regioni.

In questo scenario di competenze delegate, come è stato sottolineato nella relazione iniziale del  presidente dell”Ispra e dello Snpa, dott. Stefano Laporta, lo stesso Istituto per la ricerca ambientale, insieme agli altri enti di ricerca, potrebbe svolgere un ruolo operativo molto importante, considerata l’articolazione su più livelli dell’agenzia e l’apporto fondamentale dell’Ispra in termini di conoscenze tecniche in materia.

Non sono mancate poi, in sede di audizione, le proposte emendative avanzate allo schema di decreto, che hanno posto l’accento sulla necessità di un tavolo di coordinamento fra le varie amministrazioni e sulla difficoltà per il sistema attuale di far fronte, a risorse invariate, come previsto dal decreto, ad un sensibile aggravio in termini di lavoro, e quindi di competenze, per gli enti di ricerca.

E’ stata altresì sollevata la necessità di prorogare il termine del 30 settembre p.v., previsto nello schema di decreto, per la redazione del primo programma nazionale di controllo sull’inquinamento atmosferico, considerata anche  la scadenza del 1^ aprile 2019 per la trasmissione all’Ue del suddetto piano.

I relatori hanno messo poi in luce la necessità di una omogeneizzazione, sia a livello nazionale che europeo, delle politiche aventi come obiettivo il contrasto all’inquinamento atmosferico e la lotta ai cambiamenti climatici, in un’ottica di strategia unitaria cd. “win win”.

Come richiamato nel corso dell’audizione, è certamente il settore dei trasporti, che pesa per circa il 60% sul totale delle emissioni, a dare il contributo maggiore in termini di inquinamento, insieme ai settori dell’agricoltura e a quello energetico. La situazione risulta particolarmente critica in alcune aree, come quella del Bacino padano,  dove il livello raggiunto dalle polveri sottili, il famigerato PM 2.5, rappresenta una vera e propria emergenza nazionale sia per la salute delle persone che per l’ambiente.

Ma ridurre le emissioni inquinanti significa anche fornire alle aziende il supporto necessario in una  prospettiva di riconversione energetica: oltre alla sostenibilità ambientale, il decreto ha infatti delle ricadute in termini economici sul tessuto aziendale italiano, che dovrà essere opportunatamente accompagnato per poter avviare un piano di efficientamento energetico.

In conclusione, dall’audizione è emerso come sia fondamentale per rispettare gli obiettivi fissati dall’Europa, rafforzare il sistema nazionale di rappresentanza, attraverso un’azione di coordinamento e collaborazione istituzionale, sia tra le amministrazioni pubbliche, in primis i ministeri, sia tra gli operatori di settore e la cittadinanza. Solo così si potrà garantire una certa  coerenza tra il programma nazionale di controllo, le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici, e gli strumenti che interessano i diversi settori responsabili delle emissioni inquinanti.