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Valutare la “sostenibilità” delle politiche pubbliche? Si può fare! L’intervista ad Enrico Giovannini

Con l’approvazione della legge n. 163/2016 di riforma del bilancio dello Stato, alcuni indicatori di benessere equo e sostenibile sono stati inseriti per la prima volta nel ciclo di predisposizione dei documenti di programmazione economica del Governo. Dopo tre anni, il bilancio di questo nuovo approccio non pare proprio entusiasmante. Labparlamento ne ha parlato con il Portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis) ed ex Presidente dell’Istat, Prof. Enrico Giovannini

di Stefano Bruni

Prof. Giovannini, con l’approvazione della legge n. 163/2016 di riforma del bilancio dello Stato è stato operato il primo riconoscimento normativo degli indicatori di benessere equo e sostenibile, prevedendone l’inserimento nel ciclo di predisposizione dei documenti di programmazione economica del Governo. Possiamo fare un primo bilancio degli effetti di questo nuovo sistema?

Anzitutto dobbiamo chiarire che al momento sono solo quattro gli indicatori (reddito medio disponibile aggiustato pro capite, indice di disuguaglianza del reddito disponibile, tasso di mancata partecipazione al lavoro, con relativa scomposizione di genere, indice di emissioni di CO2 e altri gas climalteranti) che vengono monitorati e dunque solo parzialmente il “nuovo sistema” è stato attuato. È vero che ci sono delle difficoltà metodologiche per prevedere in modo realistico gli altri otto indicatori e valutare l’effetto delle politiche pubbliche su di essi, ma credo che il Mef avrebbe potuto fare di più in questo senso, ottenendo di conseguenza un’analisi dell’impatto delle politiche sulla realtà economico-sociale del nostro Paese più verosimile e completa.

Bilancio non del tutto soddisfacente quindiCosa ci può dire invece sull’andamento dei quattro indici cui faceva cenno?

Le dico quello che ho riportato qualche giorno fa in audizione in Commissione bilancio. In primo luogo, esiste un disaccoppiamento tra crescita del Pil e del reddito. Ad esempio, nel 2017 il Pil è aumentato dell’1,6%, mentre il reddito delle famiglie solo dello 0,6%, mentre nel 2018 le variazioni sono state pari allo 0,9% per ambedue. La differenza tra i risultati nei due anni l’hanno fatta le politiche. Abbiamo poi rilevato che l’entrata a regime del Reddito di cittadinanza, a partire dal 2020, perderà i suoi effetti positivi in riduzione nel tempo delle disuguaglianze e per questo abbiamo consigliato di avviare interventi pre-redistributivi in modo da garantire l’efficacia del Reddito di cittadinanza sul lungo periodo.

L’altro problema è lo scenario macroeconomico di crescita zero che avrà sicuramente effetti negativi sul tasso di mancata partecipazione al lavoro. Infine, i dati sulle emissioni che, seppur in leggera riduzione, sono ancora incompatibili con l’Agenda 2030 e con gli impegni confermati dall’Italia anche in sede comunitaria. Anche qui servono interventi molto più decisi e una forte volontà politica, con la consapevolezza che la transizione energetica e l’economia circolare rappresentano una straordinaria opportunità, anche di business.

Rispetto all’ultima legge di bilancio, quanto è “sostenibile” l’Italia?

La Legge di Bilancio avrebbe potuto fare molto di più per portare l’Italia su un percorso in linea con l’Agenda 2030, anche perché il ritardo accumulato dal nostro Paese è molto ampio. In ASviS abbiamo prodotto un documento, il primo in Italia fatto in questo modo, dal titolo “La Legge di Bilancio e lo sviluppo sostenibile” ( e con esso, numeri alla mano, abbiamo dimostrato che un nuovo modo di disegnare e valutare le politiche è possibile. Abbiamo fatto un’analisi degli oltre 1000 commi della Legge di bilancio 2019 alla luce del 169 target dell’Agenda 2030 e abbiamo mostrato come quest’ultima possa diventare il quadro di riferimento delle politiche. Per questo abbiamo detto al Governo e al Parlamento di inserire nelle relazioni tecniche di ogni singolo provvedimento una valutazione d’impatto, ancorché qualitativa, rispetto all’Agenda 2030. Solo così potremo avere un’Italia pienamente sostenibile

Oltre i confini nazionali come è la situazione?

A breve ci sarà l’High level political forum, l’evento delle Nazioni Unite dedicato alla verifica sullo stato di avanzamento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile e, in vista di tale appuntamento, la Commissione economica per l’Europa delle Nazioni unite (Unece) ha scattato un’istantanea delle prestazioni relative ai cinque obiettivi oggetto del Forum: istruzione, lavoro, disuguaglianze, clima e giustizia. Positività ce ne sono, ma il mondo non sta cambiando direzione alla velocità necessaria per evitare i danni da insostenibilità. Per esempio, sul fronte del lavoro è emerso che la ripresa economica dell’eurozona è stata disomogenea, con la disoccupazione che rimane molto alta in alcuni Paesi (tra cui il nostro). Il lavoro sommerso caratterizza in particolar modo i Paesi dell’est, mentre dati positivi arrivano dalle condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro, soprattutto nei Paesi abituati a performance disastrose. La percentuale di giovani che non lavora e non studia, infine, è ancora del 15,8%, mentre i divari salariali di genere restano una sfida importante in tutti i Paesi europei. Stiamo tutti migliorando insomma, ma i progressi da fare sono molti e di grandi dimensioni e il tempo per cambiare le traiettorie attuali decisamente poco.