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Home Esteri Europa

Lotta alle fake news, il bilancio della Commissione Ue: il Codice di autodisciplina non basta

Maria Carla Bellomia di Maria Carla Bellomia
04 Novembre 2019 12:31
in Europa, Società, Tech
Tempo di lettura: 3 minuti
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Lotta alle fake news, il bilancio della Commissione Ue: il Codice di autodisciplina non basta
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Giudicata insufficiente la messa a disposizione di dati e strumenti all’interno dello strumento di autoregolamentazione. Migliora il livello generale di trasparenza. Verso una norma europea contro la disinformazione online?

di Maria Carla Bellomia

La Commissione europea tira le somme sul fenomeno della disinformazione online. E lo fa ad un anno di distanza dall’inaugurazione del Codice di buona condotta, avviato nel 2018 per tentare di far fronte alla diffusione – sempre più preoccupante – delle fake news.

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L’impegno dell’Unione europea contro il dilagare delle bufale on line non è nuovo a Bruxelles ed affonda le sue radici – almeno dal 2015 – nell’idea che la disinformazione rappresenti un rischio concreto per la tenuta delle stesse democrazie negli Stati membri dell’UE a 27.

Gli sforzi intentati dalle istituzioni comunitarie si sono intensificati in occasione delle elezioni dell’Europarlamento del maggio 2018, per confluire in un Piano d’azione contro la disinformazione pensato come baluardo su scala europea: obiettivo contrastare la diffusione delle bufale informatiche che trovano sponda ancora più facile in concomitanza con gli appuntamenti elettorali. Non a caso la lotta alla disinformazione è stata inserita anche nella prossima Agenda strategica dell’UE che definisce, su base programmatica, le priorità per il prossimo quinquennio.

Eppure, nonostante i buoni propositi della Commissione europea, i rimedi che sono stati messi in campo finora dalle istituzioni comunitarie lasciano molto a desiderare: infatti, se del tutto condivisibile è l’assunto comunitario basato sulla necessità di un approccio globale, che veda un rafforzamento di intervento in termini di “cooperazione, coordinamento, risorse e capacità tecnologiche” tra le grandi piattaforme interessate dal fenomeno, lo stesso non si può dire per le soluzioni escogitate, per lo più riassumibili in questioni di mero principio e di buone intenzioni.

Lo stesso Codice di buona condotta, è stato pensato come strumento di autodisciplina per incentivare le best practice, tra i giganti del social web  – Facebook, Google, Microsoft, Twitter, Mozilla – e le principali associazioni di categoria firmatarie dell’accordo, con tutti i limiti e le debolezze di un mezzo che rimane su base volontaria.

Il nodo infatti è sempre lo stesso: non essendo ancora stata messa a punto una legge ad hoc per regolare il fenomeno – sempre che il ricorso alla via legislativa sia lo strumento più efficace per farlo – si è preferito, almeno per adesso, ripiegare sulla definizione di un documento unitario che incoraggi i protagonisti dell’ecosistema digitale a dotarsi di regole in chiave di maggiore trasparenza.

Risultato: molti (buoni) propositi ma pochi effetti tangibili.

Il campanello d’allarme proviene dalla stessa commissaria Ue per l’Economia Digitale Mariya Gabriel. La propaganda e la disinformazione automatizzate su vasta scala continuano a preoccupare e le prime relazioni annuali di autovalutazione pubblicate dalle piattaforme online non chiariscono, per stessa ammissione della Commissione europea che le aveva promosse, l’incidenza reale delle misure di autoregolamentazione adottate nel corso dell’anno precedente, così come restano insufficienti i meccanismi di controllo indipendente.

In particolare, “episodico e arbitrario”, secondo il giudizio della Commissione UE è l’accesso ai dati e agli strumenti di ricerca, che non permette ai ricercatori di effettuare le verifiche necessarie ai fini di un controllo che sia realmente indipendente.

In più le azioni portate avanti da ciascuna piattaforma per dare attuazione agli impegni auto-assunti con il Codice, così come quelle intraprese dai singoli Stati membri nell’ottica di migliorare l’attuazione delle politiche delle piattaforme, la cooperazione con i portatori di interessi e la sensibilità ai contesti elettorali, divergono ancora molto tra di loro.

Positivo invece il giudizio sulla trasparenza e sul livello di cooperazione più stretta intentata con i ricercatori, i verificatori dei fatti e gli Stati membri, rispetto alla situazione dell’ottobre 2018.

Se, come sembra, il codice si rivelasse uno strumento troppo debole per debellare o quantomeno limitare il fenomeno delle bufale on line, la Commissione proporrà all’inizio del 2020, nell’ambito di una valutazione globale, ulteriori misure, probabilmente di natura regolamentare.

D’altra parte, se si considera che, nel corso di un anno, il codice di auto-condotta sulla disinformazione non ha ricevuto nessun’altra ulteriore adesione da parte di altre piattaforma, questo ci dà la misura di quanto lavoro resti ancora da fare in ambito europeo.

Tags: Commissione UeFake-news
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