Politica

La riforma elettorale non s’ha da fare

di Van. Sor.

Se si votasse oggi il panorama politico italiano sarebbe ben diverso da quello rappresentato nell’attuale Parlamento. Il partito di Giorgia Meloni, secondo i sondaggi Monitor Italia/Tecnè con Agenzia Dire, è in crescita costante (+0,2% solo nell’ultima settimana per un 20,8% complessivo), erode consensi alla Lega di Salvini che si conferma comunque primo partito. 

Cresce, anche se di poco, il Partito Democratico, terza forza politica del Paese con un bacino potenziale del 19,7 % ma soprattutto calano i Cinque Stelle, oggi al 14,8 % e dunque lontani dai numeri del 2018 (32,6%) e Forza Italia, con percentuali ormai dimezzate al 7,5%. Grandi partiti diventano partitini, piccoli partiti crescono e tante forze politiche, con oscillazioni continue dei consensi, condizionano il complesso panorama politico del Paese. 

Certamente oggi, i 222 deputati M5S usciti dalle urne delle elezioni alla Camera dei Deputati il 24 marzo 2018, non avrebbero vita facile per ritornare sulle poltrone di Montecitorio. Stando ai sondaggi, i volti nuovi dei partiti in ascesa avrebbero la meglio sugli uscenti, in un contesto generale profondamente mutato rispetto a pochi anni fa. 

La disfatta sembra ancora lontana: il Premier Draghi e le forze politiche sono intenzionate a proseguire nel solco di un Governo di unità nazionale. La realizzazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza sembra essere la priorità del momento ed i finanziamenti europei la panacea di tutti i mali, per restituire il futuro alle imprese italiane e lo sviluppo all’intero Paese. Ma intanto per evitare la possibile sconfitta, i partiti in calo di consensi discutono di riforma elettorale e presentano le loro proposte. 

Nella XVII legislatura, la legge 27 maggio 2019, n. 51, senza incidere direttamente sulla configurazione del vigente sistema elettorale (legge n. 165 del 2017), aveva determinato il numero di seggi da attribuire nei collegi uninominali e plurinominali sulla base di un rapporto frazionario, pari a 3/8 e 5/8 del totale dei seggi da attribuire nelle circoscrizioni anziché su numeri fissi. Il fine era di rendere il sistema elettorale direttamente applicabile allo scenario delle future elezioni politiche, dopo l’entrata in vigore della legge costituzionale n. 1 del 2020 che aveva disposto la riduzione del numero dei parlamentari da 945 a 600 componenti elettivi per la Camera e il Senato. 

Riforma legge elettorale:si studiano e propongono alternative alla legge elettorale vigente

Oggi, nonostante si vada ripetendo che le priorità sono le riforme accordate con l’Europa per il rilancio dell’economia nazionale, si studiano e propongono alternative alla legge elettorale vigente, il Rosatellum (legge 3 novembre 2017, n. 165) applicato alle elezioni del marzo 2018. La Commissione I Affari costituzionali della Camera è stata da tempo investita dell’esame di proposte di legge che vogliono modificare il vigente sistema elettorale dei due rami del Parlamento (C. 2329/Brescia M5S, C. 2346/Molinari LEGA, C. 2562/Meloni e C. 2589/Sisto FORZA ITALIA): tra queste, la proposta grillina (AC2329), di cui si discute, interverrebbe sul sistema attuale superando i collegi uninominali e prevedendo l’assegnazione dei seggi con metodo interamente proporzionale

Si vorrebbe superare la possibilità per le liste di unirsi in coalizione prima del voto e rimodulare le soglie di sbarramento, prevedendo un “diritto di tribuna” per i piccoli partiti. Come dire: le coalizioni si fanno dopo, in Parlamento, sulla base di logiche spartitorie spesso oscure, ma alle elezioni liberi tutti e vinca il migliore, anche a scapito della governabilità

Ma una proposta di riforma siffatta sembra studiata per preservare poltrone e prevenire crolli elettorali troppo drammatici piuttosto che per assicurare stabilità al sistema politico e rappresentatività delle opinioni maggioritarie in Parlamento. 

Di segno diverso, le proposte di Lega e Fratelli d’Italia, nonostante le divergenze in punti diversi, sembrano convergere verso la prevalenza di un sistema maggioritario a turno unico, con soglia di sbarramento ai partiti più piccoli e premio di maggioranza alla coalizione. Proposte dunque sicuramente più adatte a garantire quella rappresentatività e stabilità che oggi sembrano mancare nello scenario politico attuale.