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Home Economia

Istat: le pensioni crescono più degli stipendi

Stefano Bruni di Stefano Bruni
22 Gennaio 2020 13:00
in Economia
Tempo di lettura: 4 minuti
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Istat: le pensioni crescono più degli stipendi
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Nuovi dati dell’Istituto di Statistica: spesa pensionistica in crescita, numero di pensionati in decrescita. Dal 2000 al 2018 i salari sono cresciuti della metà rispetto alle pensioni. 7,4 milioni di famiglie vivono grazie alla pensione. Tridico (Inps) propone un fondo per donne e giovani, la Ministra Catalfo convoca i sindacati

di Stefano Bruni

La vita da pensionato non è poi così male. Almeno così sembra leggendo i dati dell’Istat.

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«Nel 2018, i pensionati sono circa 16 milioni, per un numero complessivo di trattamenti pensionistici erogati pari a poco meno di 23 milioni. La spesa totale pensionistica (inclusa la componente assistenziale) nello stesso anno raggiunge i 293 miliardi di euro (+2,2% su variazione annuale)». Cresce quindi la spesa pensionistica.

Ma l’Istat dice anche che “nel 2018 ci sono 606 pensionati da lavoro – con pensione diretta o indiretta – ogni 1.000 persone occupate, erano 683 nel 2000”.

Quindi, se la matematica non è un’opinione, crescono i redditi da pensione in forza dell’aumento della spesa totale previdenziale e della riduzione dei pensionati.

Addirittura, prosegue sempre l’Istat, “Rispetto al 2000 le retribuzioni sono aumentate molto meno delle pensioni in un contesto di crisi economica che si è associata anche a provvedimenti di blocco dei rinnovi contrattuali nel settore pubblico favorendo così l’allargamento del gap tra le due curve”.

Per essere ancora più precisi, tra i dati snocciolati dall’Istituto di Statistica emerge che dal 2000 al 2018 gli stipendi sono cresciuti della metà rispetto alle pensioni.

O meglio, in termini nominali l’importo medio delle pensioni di vecchiaia del 2018 è aumentato del 70% rispetto a quello del 2000, mentre le retribuzioni medie sono salite solo del 35%, sempre in termini nominali.

Ma allora il problema non sono le pensioni? In termini di “sostenibilità” economica del sistema si, ma dal punto di vista invece della tenuta sociale no.

Qui il problema è il lavoro. O meglio, il “non lavoro”.

Dice infatti l’Istituto di via Balbo che per 7,4 milioni di famiglie la pensione è la prima fonte reddito.

L’Istituto nazionale di statistica spiega anche che «per quasi 7 milioni e 400mila famiglie con pensionati i trasferimenti pensionistici rappresentano più dei tre quarti del reddito familiare disponibile e nel 21,9% dei casi le prestazioni ai pensionati sono l’unica fonte monetaria di reddito (oltre 2 milioni e 600mila di famiglie)».

Inoltre, in base a dati del 2017, «la presenza di un pensionato all’interno di nuclei familiari ‘vulnerabili’ (genitori soli o famiglie in altra tipologia) consente quasi di dimezzare l’esposizione al rischio di povertà».

Ecco, questo è il problema. Cioè la famiglia si tiene sempre più diffusamente grazie alle pensioni dei “nonni”. Invece, la famiglia dovrebbe essere sostenuta e sviluppata grazie al lavoro dei “padri”.

È vero, l’Istat rileva anche che «il 36,3% dei pensionati riceve ogni mese meno di 1.000 euro lordi, il 12,2% non supera i 500 euro”. Ma “un pensionato su quattro (24,7%) si colloca, invece, nella fascia di reddito superiore ai 2.000 euro».

E questo è un altro tema però. Si chiama disuguaglianza. L’istituto nazionale di statistica, in base a dati del 2018, definisce infatti «ampia la disuguaglianza di reddito tra i pensionati: al quinto con redditi pensionistici più alti va il 42,4% della spesa complessiva».

E da cosa deriva questa “disomogeneità”? Secondo gli esperti, mentre i politici si preoccupano di modificare quota 100 (che sostanzialmente mira a favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di migliaia di giovani a casa ad aspettare che si liberi un posto) dall’altra parte l’Inps continua a liquidare pensioni con un sistema di calcolo retributivo che oggi come oggi costa molto caro alle casse dello Stato. Tale sistema di calcolo, già criticato da molti esperti in materia, favorisce la liquidazione di assegni pensionistici senza che vi sia un’adeguata copertura del montante contributivo nei fondi pensionistici (dato evidenziato anche dall’Inps) – diversamente da quanto avviene con il sistema di calcolo contributivo – per il quale molti pensionati si ritrovano oggi in tasca assegni mensili di poco inferiori alla retribuzione media percepita negli ultimi anni di lavoro.

Una stortura che fa salire la spesa pensionistica e gli assegni dei singoli trattamenti (la pensione media di vecchiaia è di 1.469 euro) a scapito delle retribuzioni attuali (comunque troppo spesso molto basse). 

È un tema questo che pare stia a cuore al Presidente dell’Inps Pasquale Tridico che è tornato a sostenere l’idea di un fondo che possa consentire alle donne e ai giovani precari di avere un domani una pensione integrativa attraverso una defiscalizzazione più importante rispetto a quella dei fondi complementari.

La proposta, in realtà, non è nuova, perché era già stata proposta la scorsa estate. Ma se nell’idea originaria questo strumento avrebbe dovuto servire ad evitare che i fondi previdenziali investano in finanza, dirottandoli dunque a sostenere le aziende italiane, ora Tridico propone di utilizzarlo per aumentare le pensioni future, rilanciando le integrazioni al minimo che erano state abolite con la riforma Fornero. I sindacati però pare per il momento non abbiano gradito.

Altro elemento di “disomogeneità” è quello territoriale. Le distribuzioni delle pensioni, dei relativi beneficiari e della composizione tra categorie di prestazioni risentono sia delle differenze nei livelli e nella dinamica dell’occupazione sia della diversa struttura per età della popolazione tra regioni, mediamente più anziana nel Nord del Paese. Più del 50% della spesa complessiva è erogata a residenti al Nord, soprattutto come beneficiari di pensioni IVS – il resto nel Mezzogiorno (27,8%) e al Centro (21,1%).

Questi ed altri temi (come il post quota 100) saranno al centro dell’incontro con i sindacati convocato per il 27 gennaio dalla Ministra Nunzia Catalfo.

Pare che i segretari generali delle tre sigle principali siano piuttosto agguerriti e abbiamo le idee chiare.

Al Governo chiederanno di valutare una riduzione dell’età pensionabile a 62 anni e una pensione anticipata a 41 anni di contribuzione indipendentemente dall’età anagrafica, ma da più parti sono già stati espressi dubbi e perplessità sulla sostenibilità economica delle proposte.

Non resta che attendere il 27 gennaio dunque.

Tags: InpsIstatLavoroPensioniStipendi
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