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DL Fiscale: su equo compenso è battaglia in Parlamento

Con l’emendamento del relatore Silvio Lai si riapre la questione. E quattro subemendamenti tentano di estendere la norma a tutte le professioni

di Stefano Bruni

E’ battaglia in Parlamento sull’equo compenso. La norma, fortemente voluta dall’Ordine degli Avvocati, era stata inserita nella Legge di Bilancio, ma l’articolo venne stralciato in Aula dal Presidente del Senato Pietro Grasso per estraneità di materia, prima di aprire la sessione di bilancio.

Gli avvocati, sostenuti dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando, non hanno mollato il colpo e così giovedì scorso il relatore del decreto fiscale, il senatore del Pd Silvio Lai, ha presentato un emendamento (19.0.2001che integra la legge professionale forense del 2012 ed inserisce proprio nel collegato alla Manovra le stesse norme sull’equo compenso approvate qualche giorno fa dalla Commissione Giustizia di Montecitorio, nel corso dell’esame del DdL ordinario sulla materia.

Una forzatura? Forse. Tant’è che lo stesso Pd ha presentato quattro subemendamenti. Tra questi uno per limitare l’equo compenso per gli avvocati solo ai rapporti con la pubblica amministrazione e uno per estendere la norma a tutti gli ordini professionali, nonché alle professioni ex legge n. 4 del 2013.

Nel pomeriggio di oggi, lunedì, verranno votati gli ultimi emendamenti, poi il DL fiscale approderà in Aula mercoledì prossimo, 15 novembre.

La questione resta aperta quindi.

Il Presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin è tiepidamente soddisfatto, gli altri ordini professionali sono tornati all’attacco del Parlamento per ottenere il riconoscimento di un equo compenso per «tutti i 2,3 milioni di lavoratori autonomi ordinistici italiani, e non solo per una categoria», quella degli avvocati.

È questo infatti il messaggio contenuto nel documento inviato nel weekend dal Cup (Comitato unitario delle professioni) presieduto da Marina Calderone e dalla Rpt (Rete delle professioni tecniche) guidata da Armando Zambrano, ai membri della Commissione Lavoro del Senato, dove è in stallo l’esame del disegno di legge.

2.500.000 i professionisti ordinistici italiani che in questo momento non hanno un sistema di riferimento per poter calcolare i propri compensi – sottolinea la Presidente Calderonema soprattutto anche per poter interloquire con i propri clienti e committenti in tema di compensi e prestazioni”. “Non garantire ai professionisti e ai nostri giovani una dignità del compenso significa anche non valutare correttamente l’apporto e il contributo che le professioni stanno dando a questo Paese“, ribadisce la Presidente citando i 27 ordini professionali italiani che costituiscono “la summa di un sapere intellettuale che non si può svilire“.

Dello stesso avviso, ma con toni più fermi, è Armando Zambrano che su questo tema – dice – per i professionisti si sta consumando l’ennesima pantomima italiana in cui viltà, incompetenza ed ignoranza tentano di impedire un atto di giustizia e di civiltà sociale. Questa volta, però, una pluralità di attori, non potendo non riconoscere la giustezza della richiesta di assicurare il rispetto di un diritto costituzionale valido per tutti i lavoratori, cioè la determinazione di un compenso giusto per i professionisti, si aggrappa a valutazioni giuridiche del tutto incongrue, che però finiscono per far presa sui tanti incompetenti della materia.

I due Presidenti hanno poi ricordato in questi giorni che il prossimo 30 novembre si terrà al teatro Brancaccio di Roma una manifestazione per «il rispetto del ruolo sociale delle professioni, fondamentale per garantire prestazioni di qualità a tutela principalmente dei committenti, pubblici e privati», in occasione della quale sarà lanciato l’hashtag#sevalgo1euro, riferito alla recente e clamorosa sentenza del Consiglio di Stato che ha riconosciuto la congruità di un bando di gara per l’assegnazione, per un compenso simbolico di un euro, di un incarico di redazione di un importante piano urbanistico di una città del Sud.

Le professioni non ordinistiche, quelle cioè che fanno capo alla legge n. 4 del 2013, rivendicano, seppur con qualche distinguo, il diritto all’equo compenso, dal quale per ora sono esclusi: “deve essere un diritto di tutti i lavoratori autonomi, concretamente esigibile da ogni professionista”, hanno più volte ripetuto.

Ma per ora l’opposizione degli ordini a questa “parificazione” è forte.

Vedremo nel corso della settimana quali saranno le evoluzioni durante le votazioni sul provvedimento.