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La partita sul bilancio e le europee: il futuro di Bruxelles passa per Roma

GIUSEPPE CONTE LUIGI DI MAIO

L’Analisi – Se la Lega sarà il primo partito i cambiamenti investiranno anche il Governo Conte. La partita sulla manovra cruciale non solo per l’Italia ma per la sopravvivenza dei Trattati: se si crea un precedente l’Europa non potrà fare finta di nulla

di Simone Santucci

Mesi di così grande incertezza all’interno del quadro macroeconomico italiano non se ne vedevano da un po’. Per la prima volta dopo anni, infatti, un passaggio elettorale di campale importanza, le elezioni europee, determineranno equilibrio interno tutto da decifrare, se è vero, come affermano i sondaggi, che la seconda forza politica del Governo uscirà da questo appuntamento come quella più votata.

Sarà un’Europa sensibilmente diversa quella che vedremo nella primavera del 2019: la prima dopo l’uscita del Regno Unito, la prima con i vecchi equilibri popolar-socialisti completamente saltati, la prima senza un leader politico popolare e in grado di intestarsi la partita, sia sul fronte “classico”, sia sul fronte euroscettico. Macron, con un partito tutto suo e una popolarità in picchiata, una Merkel al tramonto. un Sanchez alla guida di un esecutivo di minoranza non possono infatti essere i volti principali di una riscossa che, con ogni probabilità non ci sarà. Italia, Austria, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca appaiono ormai con un fronte eurocritico troppo vasto per non determinare, nel futuro Parlamento europeo prima e nella Commissione poi, un elemento di discontinuità con un modello che appare in crisi. Per questo la partita del rigore e del rispetto tassativo delle regole europee sul deficit, in corso sulla manovra italiana, dovrà per forza indicare un vincitore e un perdente. Se l’Europa riuscirà davvero a stoppare le pretese di Roma allora potrà vantare un colpo di coda notevole, dimostrando di essere sì malconcia ma non morente. Viceversa, se sarà l’Unione ad incassare il colpaccio italiano, nulla sarà come prima e le regole di Maastricht dovranno per forza di cose essere riviste.

Si è detto da più parti, e il ministro Savona lo ricorda spesso, che il rispetto del tetto deficit-pil imposto da Bruxelles rappresenti una regola fredda, cristallizzata da decenni, che non tiene conto dell’andamento economico generale. Se davvero l’Italia proseguirà nel suo braccio di ferro con l’Unione quella norma, che tanto ha influito sulla politica italiana di questi ultimi anni, il simbolo stesso dell'”invadenza europea” sul bilancio degli Stati e sulla programmazione economica dei singoli governi, subirà un contraccolpo mortale.

Non sarà però una campagna solo tra unionisti e sovranisti: punti in comune, ormai, se ne trovano pochi anche nell’alleanza tra popolari e socialisti mentre gli euroscettici viaggiano in ordine sparso. E da postazioni diverse. Movimento 5 Stelle e Lega, ad esempio, sono chiamati al loro primo test elettorale non dai banchi dell’opposizione ma da quelli dell’Esecutivo, e cavalcare una pur redditizia campagna eurocritica, per chi governa, è sempre più complesso rispetto a quello che potrà fare la Le Pen o i nazionalisti tedeschi dell’AdF. Anche gestire il quadro economico, non rassicurante per via dello spread, fiancheggiando di nuovo la battaglia dei “no euro” – come pure hanno fatto in passato sia la Lega che i cinque stelle – non sarà più possibile. Ma di alternative se ne vedono poche.

L’eterno dibattito all’interno del Partito democratico sembra non chiarire le cose: lo shock per la sconfitta del 4 marzo ha determinato l’implosione del vecchio centrosinistra e le divisioni tra chi vorrebbe dialogare col M5S e chi no appaiono ormai l’unica discriminante nel futuro congresso del Pd. La discesa in campo di Minniti, dopo quella di Zingaretti, costringerà ciò che rimane del centrosinistra ad interrogarsi sul cosa fare in caso di uno show-down dopo le europee: riprendere in mano una ipotesi di alleanza e dialogo con i cinquestelle oppure riorganizzare l’opposizione, rifiutando qualsiasi ipotesi di incontro.

Certo, un eventuale balzo della Lega, oggi con la metà dei parlamentari del M5S ma probabilmente il partito più votato alle future europee, provocherà una ridiscussione delle regole di ingaggio che hanno portato al giuramento del Governo Conte. Con esiti ad oggi imprevedibili. Manovra permettendo sarà quindi l’Europa a dirci dove andrà l’Italia. E con essa i partiti che la governano.