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Italia: tra fulcro del Mediterraneo e solite ipocrisie

Le sfide internazionali del nostro Paese emerse durante i Mediterranean Dialogues organizzati a Roma da ISPI e Farnesina lo scorso weekend. Salamè (Onu): “Le ingerenze straniere bloccano il processo di pace in Libia”

di Pietro Quercia

Giunti alla quinta edizione, i Mediterranean Dialogues, organizzati dall’ISPI e dal Ministero degli Esteri, si pongono come un momento di riflessione e dialogo sui principali temi che riguardano i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L’obiettivo dei MED è concorrere a dare al nostro paese un ruolo di fulcro dei rapporti tra Europa e Africa del Nord, tra Mediterraneo occidentale e orientale, in virtù del nostro peso economico, della nostra posizione geografica centrale e della nostra storia.

Durante l’evento, a cui hanno partecipato oltre quaranta tra capi di stato e ministri e centinaia di esponenti del mondo imprenditoriale, culturale e della società civile, sono stati affrontati temi che hanno spaziato dalla guerra in Libia alla crisi in Siria, dai cambiamenti climatici nel Nord Africa alla sicurezza energetica nel Mediterraneo, dalla Nuova Via della Seta cinese alla guerra civile in corso in Yemen.

Due sono stati i momenti che più hanno colpito: la trattazione della guerra in Libia data dall’inviato speciale dell’Onu Ghassan Salamè e l’accorato intervento sullo Yemen del premio Nobel per la pace Tawakkol Karman.

Lo sconforto per l’attuale situazione libica era percepibile dalle parole di Salamè, che ha fatto capire come la risoluzione della crisi non sia affatto vicina. A seguito dell’attacco militare sferrato dal Generale Haftar nell’aprile scorso contro il governo riconosciuto dall’Onu di al-Sarraj, pochi giorni prima dell’inizio della Conferenza nazionale sulla Libia, la situazione è oramai di stallo. Ad aggravare il conflitto pesano inoltre le centinaia di mercenari e di militari provenienti da paesi stranieri, a supporto di entrambi gli schieramenti.

Pesante è anche il giudizio sul ruolo della Russia in supporto al Generale Haftar sia sul campo di battaglia sia soprattutto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ormai paralizzato sulla questione libica. Quello che sembra ormai evidente è che i vari interessi geopolitici internazionali blocchino ogni possibilità di risoluzione della crisi, indipendentemente dai numeri dei morti civili e dalla situazione sempre al limite sul tema migranti. Secondo Tripoli, infatti, sono oltre 700 mila i migranti pronti a giungere in Europa, in caso di sconfitta del Governo di Accordo Nazionale.

Qualche timido segnale di speranza viene dato da Salamè per la prossima Conferenza di Berlino sulla Libia che si dovrebbe tenere a fine gennaio 2020, che, a meno di nuovi rinvii, dovrebbe rilanciare il processo di dialogo a partire da un cessate il fuoco. Infine, sono quasi sembrate parole al vento quelle espresse dall’Inviato speciale sulla reale applicazione dell’embargo sulle armi, approvato dall’Onu ma costantemente violato, anche da paesi europei.

Il secondo intervento più interessante è venuto dal Premio Nobel per la pace 2011 Tawakkol Karman. La giornalista e attivista per i diritti umani yemenita ha pronunciato un accorato appello per la fine della guerra in Yemen e per un risveglio della comunità internazionale. La più grave crisi umanitaria del mondo, che dal 2015 ha causato oltre 90 mila morti e 24 milioni di civili in bisogno di assistenza umanitaria, sembra essere passata in secondo piano nello scacchiere internazionale.

Karman si è fatta portavoce del dramma di una società distrutta da fazioni e interessi al di fuori dello Yemen, con l’Arabia Saudita che attacca le milizie Houthi che ormai controllano una buona parte del paese, supportate dall’Iran, storico nemico di Riad. Secondo lei, in questa proxy war la comunità internazionale dovrebbe diffidare dei progetti di pace proposti dall’Arabia Saudita, che mirano esclusivamente ad assicurare l’influenza saudita sul paese senza reale soluzione alla crisi.

Da quest’ultima parte vorrei esprimere il mio giudizio critico sull’operato del nostro Paese. La scorsa estate, dopo il brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi ad opera dei servizi segreti sauditi, numerose sono state le proteste e le richieste di un embargo sulle armi da parte della società civile europea. Se altri paesi, come la Germania, hanno annunciato e applicato uno stop alla vendita di armi a Riad, il nostro paese è stato da meno.

Dopo le classiche condanne da parte governativa, è effettivamente seguita una mozione parlamentare di maggioranza che chiedeva al governo di fermare la vendita di armamenti italiani all’Arabia Saudita. Seppur non tra le prime destinazioni delle nostre armi, è stato provato che bombe di fabbricazione italiana siano state usate nella guerra in Yemen. Tra le altre cose in aperta violazione alla legge italiana, che vieta la vendita a paesi in guerra.

Questo avveniva a giugno scorso: da allora nulla è cambiato. L’avvento di un nuovo governo non può essere una scusa, tanto che tutti i partiti della nuova maggioranza si sono detti in favore dello stop alla vendita di armi. Addirittura, il PD e Liberi e Uguali, ora al governo, criticarono la mozione di giugno, definendola troppo blanda.

Un altro spunto di riflessione è sul ruolo italiano nel processo di pace in Libia. Dopo la forte presa di posizione del Governo Conte I con la Conferenza sulla Libia organizzata a Palermo a novembre 2018, rivelatasi tuttavia un mezzo fallimento vista l’assenza dei maggior leader internazionali, il governo italiano sembra aver messo in secondo piano Tripoli. Del resto, in un Paese dove ogni due anni cambia il governo, la politica estera è cosa noiosa.

Sarebbe un errore però abbandonare la Libia e delegare la risoluzione della crisi ad altri attori, come la Francia o la Germania. L’Italia ha interessi più che strategici in Libia: controllare i flussi migratori che dal Sahel arrivano nel paese nordafricano, sostenere la lotta alle cellule terroriste islamiche ancora presenti e proteggere gli interessi economici delle nostre aziende, tra tutte ENI, che non se ne sono andate. Siamo il primo partner commerciale dei libici e il Cane a sei zampe è l’unica azienda che estrae petrolio e gas, permettendo le forniture di elettricità al Paese.

Per tutti questi motivi serve una politica estera a volte più determinata, ma anche più coerente con i principi democratici ed europei a cui l’Italia aderisce. Si confida che una volta finite le discussioni di taglio interno, i nostri politici abbiano una visione più ampia della politica internazionale. Proprio questo è l’obiettivo dei Mediterrean Dialogues.

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