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Sos della Società Italiana di Neurologia, nel Pnrr più attenzione al declino cognitivo

La comunità medico-scientifica si interroga su un’emergenza epidemiologica in crescita che non ha ancora ricevuto l’attenzione necessaria: quella del declino cognitivo. Le demenze, infatti, sono tra le prime 10 cause di disabilità, secondo il Global Burden of Disease dell’OMS e cresceranno inevitabilmente con l’invecchiare della popolazione. 

Parliamo di Alzheimer, con un’incidenza del 54% di tutte le demenze sulla popolazione europea (dati OMS); di Parkinson, che in Italia colpisce circa 600 mila inclusi molti giovani; di deterioramento cognitivo lieve (Mild Cognitive Impairment) e, non per ultime, delle cosiddette “demenze vascolari”, dovute a malattie neurologiche come l’ictus, che in conta in Italia almeno 100.000 casi ogni anno (secondo il rapporto ICTUS del 2018). 

Circa un terzo delle persone colpite da ictus non sopravvive a un anno dall’evento, mentre un altro terzo sopravvive con una significativa invalidità. Secondo la Società Italiana di Neurologia: “L’ictus rappresenta globalmente la seconda causa di morte e la terza di disabilità”. Un costo personale e sociale quello legato alle demenze che può e deve essere contenuto attraverso prevenzione e assistenza.

Ed è proprio questo l’obettivo della campagna “Gesti che tornano ad essere importanti”, lanciata dalla Società Italiana di Neurologia con il supporto incondizionato di Piam Farmaceutici Spa.

“Il declino cognitivo legato a malattia neurodegenerativa, ictus o trauma è una sfida sempre più importante per il Servizio Sanitario Nazionale”, spiega il prof. Gioacchino Tedeschi, Presidente della SIN. “Il declino cognitivo può, infatti, essere l’anticamera della demenza, che porterà il paziente a perdere la capacità di compiere i gesti più semplici, dal prepararsi il caffè, a truccarsi davanti allo specchio, con un carico di sofferenza per il paziente e per la sua famiglia insostenibile, oltre a un costo sociale gravissimo”. 

“Occorre affrontare l’intero orizzonte di questa condizione tanto più che, a differenza del passato, per la prima volta si prospettano nuove opzioni terapeutiche. Almeno altrettanto importanti sono, da una parte la prevenzione, che si basa tanto sul trattamento di specifici fattori di rischio, quanto sul miglioramento dello stile di vita, dall’altra la riabilitazione cognitiva che può e dovrebbe essere parte integrante del percorso curativo”. 

“Fatte queste premesse, è evidente quanto sia fondamentale la diagnosi precoce, diagnosi che non è affatto semplice e che richiede oltre ad una specifica competenza neurologica, la possibilità di avvalersi della collaborazione di neuropsicologi, neuroradiologi, e specialisti di medicina nucleare. Per questo è essenziale che nel Piano nazionale di Ripresa e Resilienza vengano riconosciute l’alta complessità assistenziale e intensità di cura necessarie alla diagnosi, alla cura, alla prevenzione e alla riabilitazione del declino cognitivo e delle sue possibili cause (malattie neurodegenerative, ictus, trauma) e conseguenze (demenza)”, sottolinea il professor Tedeschi.