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Home Economia

Se l’Europa dice no

Alessandro Alongi di Alessandro Alongi
01 Ottobre 2018 07:33
in Economia, Europa
Tempo di lettura: 3 minuti
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Se l’Europa dice no
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Tensioni sullo sforamento del debito da parte dell’Italia. All’euforia sul balcone di Palazzo Chigi non corrisponde un pari entusiasmo da parte dell’Unione europea e dei mercati: ecco cosa accadrebbe in caso di niet da parte di Bruxelles

di Alessandro Alongi

L’innalzamento del deficit al 2,4% del Pil nei prossimi tre anni, così come definito la settimana scorsa nel Def, non è passato inosservato in Commissione europea.

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Entro il prossimo15 ottobre, infatti, il documento programmatico approvato dal Governo andrà inviato a Bruxelles che, entro il 30 novembre dovrà esprimersi in ordine a quanto contenuto. L’esito delle analisi si preannuncia piuttosto critico, e non si esclude la possibilità che venga avviata la procedura sanzionatoria per deficit eccessivo nei confronti del nostro paese.

Questa possibilità non intacca la barra del Governo, almeno secondo le ultime dichiarazioni che giungono da Palazzo Chigi. È il Presidente della commissione Finanze del Senato, il leghista Alberto Bagnai a gettare acqua sul fuoco, non senza una punta di ironia: «L’Europa ha un fronte molto difficile da gestire che è la Brexit, se vuole aprire un secondo fronte in Italia si accomodi. Ci fu un tedesco che aprì troppi fronti e non gli andò troppo bene». 

Sul piede di guerra l’UE, ma non solo. Non sono un mistero le tensioni tra Governo e Quirinale, con un Presidente della Repubblica preoccupato per la tenuta dei conti pubblici, soprattutto dopo le proiezioni di analisti e banche d’affari, unita alla performance negativa di Piazza Affari venerdì scorso. 25 miliardi di euro sono stati «bruciati» dalla Borsa (più del doppio di quanto previsto per il reddito di cittadinanza), senza contare le perdite subite dai titoli detenuti dalla Cassa Depositi e Prestiti in Eni, Enel e Terna – solo per citarne alcuni – tutti negativi al termine di una giornata di fibrillanti contrattazioni. 

Tra i primi effetti dell’annunciato innalzamento del debito la risalita dello spread (venerdì ha chiuso a 267 punti, un potenziale dazio per le casse pubbliche di 4 miliardi l’anno) che nell’immediato costringerà l’Italia ad aumentare il tasso di interesse dei propri titoli di debito. Se infatti vorrà finanziarsi, Roma dovrà rendere più appetibili i propri titoli di stato e solleticare l’interesse degli investitori scoraggiati dalle agenzie di rating. Promettere tassi più elevati equivale ad accrescere il debito pubblico, senza contare il ruolo che svolgerà il convitato di pietra nel balletto di cifre: l’Unione europea.

La temuta procedura di infrazione per l’eccesso di indebitamento, prevista dall’art. 126 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, non lascia spazio ad interpretazioni. Qualora, dopo un confronto con Roma, il Consiglio dell’UE dovesse accertare l’eccessivo disavanzo nei conti pubblici, ufficializzerà l’invito a rientrare nei parametri e, ove questo fosse trascurato, non potrà fare altro che sbattere i pugni. I Trattati prevedono, al riguardo, diverse iniziative dissuasorie verso la lascivia degli Stati membri. L’arma più temuta è sicuramente la sanzione prevista tra lo 0,2 e lo 0,5% del PIL (che nel caso italiano oscillerebbe da 3 a 8 miliardi di euro), insieme al possibile blocco dei prestiti erogati della Banca centrale europea. Letta in congiunzione con la fine del programma di acquisto di debito pubblico da parte dell’istituto di Francoforte, allora la situazione non sarebbe piacevole. 

È per questo che ai margini della discussione qualche fine analista arriva a ipotizzare che la mossa di aumentare il deficit sia il frutto di un più complessivo disegno, che ha come punto di partenza proprio la risalita vorticosa dello spread. La chiusura (e l’ostracismo) da parte dell’UE all’acquisto del debito italiano potrebbe comportare la decisione di riattivare la piena operatività della Banca d’Italia (per adesso sopita avendo devoluto la sovranità valutaria alla BCE), che tornerebbe così ad emettere moneta con cui comprare i nostri titoli di stato. Il risultato sarebbe un più ampio margine di manovra che potrebbe consentire l’uscita dalla moneta unica con l’obiettivo di neutralizzare l’aumento dei tassi di interesse. Anche il ministro dell’Economia Tria ha sgomberato ogni dubbio: non solo l’Italia resterà convintamente nell’euro ma si impegnerà, grazie al tasso di crescita stimato, a ridurre il debito. La parola passa ora ai mercati e al Parlamento.

Tags: Alberto BagnaiCommissione UeDefGiovanni TriaLegge di bilancioLegge di bilancio 2019manovra 2019Moscovicipiano bprocedura d'infrazioneStabilità
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Alessandro Alongi

Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.

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