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Ulisse, l’occidente e i persiani: miti fondanti e crisi della democrazia

Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Siamo nel canto ventiseiesimo della Commedia dantesca, ottava bolgia dell’ottavo cerchio infernale. È qui che l’Alighieri ambienta il suo incontro con Ulisse, l’eroe omerico. 

Quando Dante scrive queste righe siamo nel pieno del medioevo – Anno Domini 1300 – in un periodo storico nel quale la cultura europea sembrerebbe avere poca simpatia per l’ingegno indipendente, quello che non segue il conformismo delle regole sociali e non è illuminato dalla luce della Chiesa e dalla grazia della fede. 

Ulisse, dunque – che è la quintessenza dell’intraprendenza individualistica, oltre ad essere un pagano – andrebbe necessariamente punito all’inferno e in modo esemplare. Dante non può esimersi dal farlo. Eppure, la figura di Ulisse che l’Alighieri tratteggia, è una delle più alte e nobili di tutta la sua monumentale opera letteraria. 

Non c’è immagine che resti più impressa, nella Divina Commedia, di quella dell’eroe greco, che esorta i suoi compagni a superare i propri limiti e a sperimentare ciò che vi è oltre il mondo allora conosciuto, oltre le mitiche colonne d’Ercole, anche a costo di andare incontro alla morte. Un peccatore sì, ma ammirevole e, in fondo, estremamente positivo.

Dunque, persino in periodi considerati – a torto o a ragione – come momenti bui, intrisi di conformismo fideista e irrazionale – così come viene spesso dipinto il medioevo – la figura di Ulisse è sempre rimata, per l’occidente, come un esempio luminoso, un punto di riferimento. Anzi, si potrebbe dire “il” punto di riferimento, con l’articolo determinativo.

SULLE ROTTE DI ULISSE. Sono tremila anni, infatti, che la nostra cultura ha in Ulisse e nell’antica civiltà greca il proprio mito fondante, il proprio faro. Ulisse è lo spirito dell’intraprendenza, è la quintessenza – ambivalente – dell’uomo, dotato di nobiltà di spirito, ma capace anche di trucchi meschini da imbonitore. Un uomo che non disdegna il sotterfugio e che contemporaneamente è capace di slanci di generosità gratuita.

Un eroe freddo e quasi cinico nella sua vendetta contro i Proci, o nella sua astuzia verso i troiani – è lui l’ideatore del ferale trucco del cavallo – ma capace di emozionarsi e piangere al cospetto di un re, come gli accade raccontando le proprie vicende ad Alcinoo, il re dei Feaci. 

Ulisse è un individualista, che trasgredisce ogni regola e risolve ogni situazione con spirito creativo e ingegno spericolato, ma che, contemporaneamente, sente intimamente una fratellanza umana coi propri simili e cerca in ogni modo di proteggere i propri compagni di viaggio dai pericoli e dalle avversità.

Ulisse, infine, è colui che non si cura troppo dei paletti e delle regole imposte dagli dei, che spesso trasgredisce. È un ingannatore, irrispettoso delle leggi umane e divine. Odiato da Poseidone, re dei mari – e, dunque, in un’interpretazione psicanalitica, l’equivalente di un re dell’inconscio – è però aiutato da Atena, la dea della ragione e della sapienza.

Ecco, da tremila anni, questa è l’immagine che ha avuto di sé l’uomo occidentale: quella dell’ambivalente Ulisse, come lui fatto di meschinità e meraviglie. Un’immagine che ha permesso all’occidente di costruire una cultura complessa, raffinatissima e a lungo vincente sulle culture extraeuropee, sia sul piano tecnologico che su quello culturale.

È soprattutto grazie a quell’immagine di sé, custodita gelosamente per tremila anni – in modo più o meno consapevole – che la nostra società ha potuto inventare la filosofia e la biologia, la medicina e l’umanesimo, l’illuminismo e la scienza empirica.

Senza avere alle spalle e, più o meno consapevolmente, dentro di sé il mito di Ulisse, ben difficilmente sarebbero nati in occidente un Galilei e un Leonardo, un Einstein e un Voltaire, un Darwin, un Giordano Bruno e un Colombo, o un Magellano. Tutte personalità che hanno portato a fare avanzare le conoscenze, ma trasgredendo le regole della propria epoca, superando i paletti fino ad allora fissati e, spesso, andando contro il pensiero comune. Esattamente come Ulisse.

Ed è proprio questa l’immagine con cui si identificavano gli antichi greci, capostipiti della nostra civiltà: l’uomo inteso come spirito libero e intraprendente. 

GRECI E PERSIANI. Senza il mito di Ulisse – è quasi certo – ben difficilmente ci sarebbe stata una difesa tanto strenua della Grecia dal pericolo dell’invasione persiana. Una difesa che, di fatto, ha creato il concetto stesso dell’occidente. Perché è proprio nell’essere stato l’unico popolo capace di opporsi allo strapotere di quell’impero, che i greci – e quindi, per estensione, la cultura occidentale – hanno fondato la propria identità, il proprio senso di sé.

Da una parte c’era infatti il mondo greco, un’ampia area, fatta di città indipendenti, ma unite da un’unica religione, un’unica lingua, un’unica cultura, un unico sistema di valori. Una sorta di inno all’unità culturale, religiosa e linguistica, eppure geloso dell’autonomia e dell’autodeterminazione di ogni propria piccola o grande comunità.

Dall’altra parte c’era l’impero persiano, che era il suo esatto opposto. Un impero fortemente centralizzato, però multietnico – oggi diremmo anche “globalizzato” – che aveva accolto dentro di sé tutti i principali popoli dell’antichità: dai fenici, agli egizi, ai babilonesi, ai sumeri, agli ebrei.

Questi popoli, pur sottomessi, potevano mantenere ciascuno la propria lingua, buona parte delle proprie tradizioni e anche una certa libertà di culto, ma a patto di una sottomissione totale e assoluta all’autorità centrale del “re dei re” persiano. Chi si sottometteva poteva vivere in modo abbastanza autonomo e pacifico. Chi si ribellava o contraddiceva l’imperatore subiva invece ferocissime punizioni e rappresaglie.

La guerra fra greci e persiani fu dunque una lotta fra due opposte concezioni dell’uomo e del mondo. Da una parte la complessità del pensiero greco e della sua struttura politica. Con un politeismo in cui aspetti positivi e negativi sono intimamente intrecciati, indistricabili, anche nello stesso Olimpo, dove gli Dei non sono la personificazione del bene, ma esseri contraddittori, spesso in conflitto fra di loro. Come indissolubilmente contraddittorio e conflittuale è l’uomo. 

E contraddittorio e conflittuale era il sistema di polis spesso in guerra l’una contro l’altra, ma unite da un’unica visione etica, quella di preservare, ad ogni costo, l’indipendenza propria e dei propri cittadini, attraverso un forte senso di sacralità assoluta del senso di libertà della comunità e dell’individuo, individui tutti considerati importanti e alla pari – se liberi – in una sorta di “uno vale uno” ante litteram, che avrebbe poi dato vita alla democrazia.

Quella persiana era invece una visione, di fatto, monoteista sul piano religioso, in cui tutto veniva visto attraverso uno schema manicheo, bianco o nero, senza sfumature: la lotta del bene assoluto – incarnato dall’imperatore e dalle sue leggi, che sono emanazione di quel bene – contro il male assoluto. Chi accoglieva quelle leggi, diventava anch’egli parte di quel bene, anche se parlava una lingua diversa e onorava diversi dei. Dei che poteva continuare ad onorare, a patto di prostrarsi davanti all’imperatore, che era unica fonte di legge, di bene e di verità, alla quale era vietato opporsi, pena la morte tra orrendi supplizi.

Questo lo scontro – un reale “scontro di civiltà” e di contrapposte visioni dell’uomo e del mondo – che oppose i greci e i persiani. Vinsero i greci: prima a Maratona, poi a Salamina, grazie anche alla strenua difesa delle Termopili, contro gli invasori venuti dall’Asia, quella fatta da trecento soldati spartani, poi diventati protagonisti di libri, di leggende e di famosi film. Nacque così l’idea di occidente.

DEMOCRAZIA E ASSOLUTISMO. Da allora l’occidente ha vissuto se stesso come l’erede di quei trecento soldati, oltre che l’erede di Ulisse e della cultura greca. E in quell’occidente è nata e si è sviluppata la fiamma della democrazia, vissuta, col passare dei secoli, sempre più come bene inalienabile, contrapposto ai totalitarismi e alle teocrazie che ancora oggi sono al governo, tra l’altro, proprio nella regione dell’antica Persia. 

L’Iran degli ayatollah è infatti l’erede geograficamente – e, sotto molti aspetti, anche culturalmente – diretto dei Serse e dei Dario, gli imperatori persiani. E fa un certo effetto scoprire che il termine “Iran”, con cui quell’area geografica si identifica oggi, significhi “Ariani”, un concetto etnico la cui esaltazione ci ricorda feroci totalitarismi del novecento, a noi geograficamente più vicini.

Ma la storia dell’uomo è eterno movimento e dialettica fra visioni culturali, sociali e politiche contrapposte. Le vittorie e le sconfitte non sono mai eterne, definitive. Dunque, non sono mancati i momenti in cui la visione politica e culturale persiana – cioè quella assolutista – sia risultata vincente anche in occidente, con buona pace dei trecento delle Termopili e dei trionfi greci a Maratona e Salamina. 

È stato così, ad esempio, già durante l’impero romano – i cui assi ideologici portanti furono copiati di sana pianta dall’esempio persiano – quando Roma, proprio come avveniva in Persia, rappresentò se stessa come l’impero del bene, guidato da un imperatore divino e insindacabile, un’autocrazia terribile e spietata, ma al tempo stesso multietnica, globalizzata e, per molti versi, tollerante. 

Sarà un caso, ma per auto rappresentarsi, la Roma imperiale – grazie alle opere di Virgilio – scelse di raffigurarsi anche come erede di Enea, il principe dei troiani. Dunque erede proprio degli antagonisti e dei nemici di Ulisse, quell’uomo intraprendente, creativo e libero, che aveva sconfitto Troia grazie al suo genio individuale e su cui si era fondata l’identità dei democratici greci, cioè l’identità da contrapporre agli autocratici persiani.

È stato così, più di recente, poi anche nel periodo storico del cosiddetto assolutismo. Quello del “Re Sole”, per intenderci. Salvo poi, in occidente, tornare a vedere di buon occhio la cultura greca e la sua idea di democrazia, già a partire dal settecento – epoca in cui la Grecia balzò estremamente di moda – con la nascita del pensiero illuminista prima e lo scoppio della rivoluzione francese poi. Un’epoca, guarda caso, caratterizzata, su un piano artistico, dallo stile neoclassico, che proprio alla Grecia antica strizzava costantemente l’occhio.

IERI E OGGI: IL RAPPORTO COSTI E BENEFICI. Cos’hanno di interessante queste considerazioni su accadimenti e trasformazioni politiche e culturali avvenute centinaia o addirittura migliaia di anni fa? Può sembrare strano, ma, mai come adesso, esse sono tornate di estrema attualità, in una fase storica come quella contemporanea che – anche se in modo non sempre evidente – sta radicalmente mutando, dalle fondamenta, le basi della nostra visione politica e culturale occidentale.

Abbiamo prima parlato, ad esempio, dell’impero romano come di un impero “multietnico, globalizzato e tollerante”. Sono termini che oggi ci risultano estremamente familiari e che hanno anche assunto una valenza positiva. È il segno che il clima culturale sta ricominciando ad accettare e ad apprezzare la visione imperiale, quella romana e persiana della società, considerata non più come il nemico da combattere, ma anzi vista di buon occhio come un bene da accogliere. 

In occidente crescono movimenti politici che tendono invece a combattere, semmai, proprio l’eredità della cultura greca, quella sì descritta – sempre più spesso – come razzista, schiavista e misogina, dunque negativa. È la linea portata avanti da buona parte della cosiddetta “cancel culture” e dal pensiero di fondo del “politicamente corretto”, che tende a definire aprioristicamente “buono” tutto ciò che è “multietnico”, e “multireligioso”. Una linea apparentemente condivisibile, sotto diversi piani, a partire da quello etico. 

Però è una condivisione possibile, solo a patto di ignorare la polpetta avvelenata che quel tipo di indirizzo culturale può portare con sé: la sostituzione della democrazia e del pensiero critico e individualista con un pensiero unico, uno stato etico, un’autorità insindacabile “in nome del bene”, tollerante nelle forme, ma autocratica e assolutista nella sostanza. Un brodo culturale, in cui il concetto di autorità finisce per schiacciare ogni individualità creativa.

Nel rapporto costi e benefici, dunque, c’è da considerare che uno dei possibili “effetti avversi” nell’accogliere acriticamente questa modalità di pensiero, per quanto apparentemente “buona”, potrebbe essere – dati i precedenti storici – il dover rinunciare del tutto al dissenso e alla dialettica, all’apprezzamento dell’individualità e della creatività, alla democrazia. Insomma, all’eredità culturale greca, che è anche quella che ha portato fino a noi il teatro, l’algebra, la fisica, la scienza, la filosofia. 

Certo, milioni di persone hanno serenamente vissuto, in passato, sotto gli imperatori persiani, o sotto il Re Sole, barattando il proprio libero pensiero con altro tipo di vantaggi e garanzie. Perciò rinunciare alla democrazia potrebbe avere anche oggi il suo perché e i suoi benefici. L’importante è esserne consapevoli, leggendo fino in fondo il “bugiardino” di questi grandi mutamenti politici e culturali in atto, consci delle possibili controindicazioni. 

Non è certo da escludere che, già solo il fatto di leggere le controindicazioni, essere perciò consapevoli dei rischi, possa già questo essere presto considerato come un eccesso di pensiero critico, un modus operandi troppo illuminista, un’eredità eccessivamente “greca”, che segue le ormai poco battute rotte del mito di Ulisse. 

Una scelta che, forse, sarebbe piaciuta a Dante, ma che i neo-persiani, gli assolutisti oggi rampanti, i fautori del nuovo stato etico, i difensori del “bene”, potrebbero tollerare malvolentieri e, dunque, potrebbero presto punire, spietatamente e nei modi più inattesi.