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Home Interviste

Il salvataggio delle banche venete? Una costosa scelta obbligata

Simona Corcos di Simona Corcos
27 Giugno 2017 11:14
in Interviste, Società
Tempo di lettura: 3 minuti
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Il salvataggio delle banche venete? Una costosa scelta obbligata
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Il giornalista di Repubblica, Andrea Greco, spiega costi e crisi di Veneto Banca e BPVi

di Valentina Magri

“La liquidazione coatta amministrativa delle banche venete e il loro salvataggio pubblico sono una decisione drastica e molto costosa per i contribuenti italiani. Avremmo pagato meno e al contempo salvaguardato nome e vita autonoma delle banche se  avessimo agito con maggiori determinazione, efficacia e tempestività”. Ne è convinto Andrea Greco, inviato di Repubblica e coautore, insieme a Franco Vanni, del saggio “Banche impopolari. Inchiesta sul credito popolare e il tradimento dei risparmiatori”, pubblicato da Mondadori quest’anno. Labparlamento l’ha intervistato.

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Quali motivi hanno spinto il governo a varare il decreto di salvataggio delle banche venete?

Le banche venete erano già in crisi conclamata, quando poi sono falliti, nell’ordine: la quotazione; lo schema di fusione tra BPVi e Veneto Banca del Fondo Atlante; la ricerca di 1 miliardo e 250 milioni di soldi privati per ripianare  le perdite e dare accesso alla ricapitalizzazione precauzionale ex direttiva BRRD (BankRecovery and Resolution Directive, nota anche come direttiva sul bail-in, ndr); il tentativo di fare una “colletta” tra le grandi banche guidate da Unicredit e Intesa Sanpaolo per colmare un buco da oltre 1 miliardo di euro; la risoluzione della crisi bancaria, perché sarebbero stati coinvolti anche i titolari di bond senior e i depositanti.

Perché si è deciso di non applicare la normativa sul bail-in?

La normativa stabilisce un burden sharing solo per azioni e obbligazioni subordinate. Non è stata applicata a mio avviso perché Europa e Bce hanno stabilito che la liquidazione e il salvataggio erano la soluzione meno dolorosa per il sistema finanziario. Applicando il bail-in ci sarebbe stata una maggiore turbolenza finanziaria e un rimborso dei depositanti di 15-20 miliardi , da coprire col fondo di risoluzione nazionale. Questo avrebbe portato a maggiori oneri per il sistema finanziario e a instabilità. Piazza Affari il 26 giugno, subito dopo il decreto del governo, ha reagito positivamente: il Ftse Mib è salito oltre i 21 mila punti (+0,8%), trainato da Intesa Sanpaolo (+3,5%).

Quanto ci sono costate  le banche venete?

La crisi di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza costerà in totale 42,5 miliardi di euro alla collettività, secondo una stima del Codacons. È difficile calcolare l’importo esatto, però includendo anche i costi del mancato sviluppo dei due istituti di credito, la mia stima per difetto è di almeno 50 miliardi di euro. Senza contare anche i costi non monetari. Nel corso dell’inchiesta che ho condotto con Franco Vanni per scrivere il libro “Banche impopolari”, abbiamo parlato con un centro di psicologi che curavano tendenze suicide e depressive innescate dalla sfiducia verso le banche. I veneti si sono sentiti traditi, da altri veneti, che lavoravano per banche che esistevano da oltre 100 anni e che gli hanno dato credito e dividendi. Non è stato solo un buco di miliardi, ma anche di certezze.

Quale sarebbe stata la soluzione migliore?

Se le banche venete avessero accettato di accollarsi maggiori perdite e avessero fatto la quotazione con multipli più bassi, magari qualcuno avrebbe comprato quote di minoranza un anno fa. I prospetti per la quotazione furono autorizzati da Bce e Consob, che stabilirono che le banche venete avrebbero potuto salvarsi con 2,5 miliardi di euro: 1,5 per BPVi e 1 per Veneto Banca. Con qualche miliardo in più di perdite sui crediti e un rilancio più tempestivo con maggiore discontinuità manageriale dopo i primi problemi e l’uscita del leader Gianni Zonin e Vincenzo Consoli, forse non saremmo arrivati a questo punto.

Si può fare di più sul fronte giudiziario per evitare nuove crisi come quelle delle banche venete?

Il potere giudiziario  e il sistema dei controlli interni non si sono sottratti a una “operazione di cattura” da parte delle banche, con assunzione di parenti tra i giudici, commistioni in procura con i banchieri signori dei territori, compiacenza di società di revisione e controllori interni. La Procura di Montebelluna per esempio non aprì fascicoli su Veneto Banca  e l’inchiesta fu aperta solo dalla Procura di Roma. L’inefficacia e l’incapacità di compiere azioni penali e civili fa sorgere dubbi sia sulla capacità delle procure locali di tutelate i risparmiatori, sia sulla terzietà che dovrebbero avere le istituzioni preposte al controllo.

Tags: Andrea GrecoBanche VeneteRepubblica
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