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Home Interviste

Perché l’FMI rivede le stime di crescita dell’Italia? Colpa di spread, dell’incertezza politica e dei dazi di Trump

Simona Corcos di Simona Corcos
18 Luglio 2018 14:29
in Interviste, Società
Tempo di lettura: 3 minuti
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Perché l’FMI rivede le stime di crescita dell’Italia? Colpa di spread, dell’incertezza politica e dei dazi di Trump

FRANCESCO DAVERI ECONOMISTA

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Più che reddito di cittadinanza al Sud servirebbero infrastrutture e zone economiche speciali. Daveri (Bocconi) commenta a Labparlamento la situazione economica italiana

di Valentina Magri

Risalita dello spread, incertezza politica e dazi. Sono loro i principali responsabili del taglio delle stime di crescita italiana da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI), secondo Francesco Daveri, Direttore del programma MBA  e docente di Macroeconomia presso la SDA Bocconi, editorialista e membro del comitato di redazione del sito di informazione economica lavoce.info. Che ci spiega anche la sua ricetta per la crescita: infrastrutture e zone economiche speciali per il Sud Italia.

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Il FMI ha tagliato le stime di crescita dell’Italia dello 0,5% per il 2018 e dello 0,3% per il 2019 e l’ufficio parlamentare di bilancio le ha tagliate dall’1,4 all’1,3% per il 2018 e anche per il 2019. Cosa ne pensa?

“Mi sembra sensato che siano state tagliate le stime di crescita perché abbiamo un aumento di circa 100 punti base dello spread, il che implica maggiori costi per la raccolta dei fondi per aziende e banche. C’è sicuramente anche dell’incertezza sul tipo di politiche che il governo vorrà attuare davvero, perché si sente parlare di misure fiscali generose da parte del Ministro degli Affari Comunitari Savona e al contempo che rispetteremo i vincoli di bilancio e non usciremo dall’euro secondo il Ministro dell’Economia Tria: bisogna capire quale dei due ascoltare. Per ora, gli italiani non sanno se avranno a disposizione più denaro distribuito dallo Stato sotto forma di reddito di cittadinanza o minori tasse oppure no. Potrebbero incidere sulla nostra economia anche le conseguenze della guerra tariffaria dichiarata dal presidente americano Trump al resto del mondo.”

Quale impatto potrebbero avere i dazi e sulla crescita italiana?

“Se l’Europa risponderà ai dazi imposti su alluminio, acciaio e altri beni dagli USA con altri dazi, la guerra tariffaria si espanderà. Ci sono due possibilità: i contendenti decidono che non possono farsi la guerra e arriveremo a un accordo più a favore degli Usa rispetto alla situazione iniziale oppure se qualcosa va storto, messicani, canadesi, europei e cinesi rispondono ai dazi degli americani e questi ultimi li aumentano ulteriormente, e ci sarebbe una riduzione consistente della crescita economica globale. Questo avrebbe un impatto anche sull’Italia, molto ancorata alla congiuntura internazionale. L’accelerazione degli ultimi 2-3 anni è stata infatti alimentata soprattutto dall’export, che ha raggiunto il picco nel 2017.”

L’ufficio parlamentare di bilancio punta il dito contro un “elevato grado di sottoutilizzo del lavoro che contribuisce a frenare gli andamenti retributivi”. Lei è d’accordo?

“Significa che la disoccupazione è ancora troppo alta, visto che è superiore al 10%. Quando l’economia andava molto bene, a inizio 2008, il tasso di disoccupazione era al 6%: un valore da cui siamo ancora molto lontani. È vero che abbiamo una disoccupazione più elevata del solito, ma non tanto dovuta al sottoutilizzo, il che fa intendere, secondo una visione keynesiana, che occorre dare più reddito agli italiani affinché consumino di più e quindi possano assorbire la disoccupazione. Ma in alcune parti d’Italia la disoccupazione resta alta  anche perché ci sono poche aziende che producono e che creano posti di lavoro.”

Le politiche economiche del Governo Conte attuate finora e previste dal contratto dei Governo secondo lei possono riportare l’Italia su un sentiero di maggiore crescita?

“Non è possibile purtroppo crescere del 2,5% annuo azionando una leva. Bisognerebbe continuare a ridurre il carico fiscale, ma con gradualità. Per ridurlo in modo sostenibile bisognerebbe oltretutto tenere sotto controllo la spesa pubblica, per cui la politica fiscale non può diventare molto espansiva dall’oggi al domani. In questo modo, probabilmente scenderebbe spread. Se però questo obiettivo sarà perseguito – come sembra voler fare il Governo – attraverso riduzioni delle imposte troppe generose e aumenti di spesa non molto produttiva come distribuire reddito invece che infrastrutture, non credo si produrranno grandi risultati. Per contribuire alla crescita servirebbe invece connettere meglio il Sud Italia al resto del mondo, portando più facilmente turisti in città come Caltanissetta e Matera e in altre mete meno turistiche, e facendo uscire più facilmente i prodotti del Sud dai luoghi dove sono prodotti con salari più bassi. Inoltre, bisognerebbe far sì che le zone dove si producono prodotti per l’esportazione abbiano contratti che non rispettino i contratti nazionali. Una volta definite delle zone economiche speciali, come fece la Cina quando si lanciò su mercati internazionali, bisognerebbe puntare su alcune aree del Sud dove istituire dei pacchetti con salari più bassi, scuola e tecniche di formazione dei profili giusti per certi settori del turismo o più orientati alle esportazioni. Occorre puntare su scuole e infrastrutture piuttosto che sul reddito di cittadinanza, per incoraggiare la crescita al Sud, evitando però che le infrastrutture siano usate per finanziare le mafie locali attraverso sforamenti dei budget o eliminazione dei concorrenti attraverso dei ribassi incredibili”

Tags: CrescitaDazieconomiaFMIFondo Monetario InternazionalePiltrumpUSA
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