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Home Società

E i rider cosa mangiano?

Claudia Bartoli di Claudia Bartoli
26 Febbraio 2021 07:42
in Società
Tempo di lettura: 6 minuti
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E i rider cosa mangiano?
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Il boom delle consegne a domicilio è esploso nel corso del 2020 quando, tra lockdown e restrizioni severe, uno dei pochi lussi concessi (diverso dalle pizze e focacce preparate in maniera compulsiva) era quello di farsi recapitare un pasto sfizioso direttamente a casa.

Un’infatuazione che, con l’avvento del nuovo anno, si è definitivamente evoluta in dichiarazione di amore e fedeltà a lungo termine. Il food delivery come strumento per soddisfare un capriccio alimentare improvviso o per sostenere gli esercizi commerciali in difficoltà, ma anche con il ruolo di “salva pasti” in caso di dispensa vuota, si presenta come un trend attuale che sembra destinato a durare nel tempo. Dalla cucina etnica, ai piatti tradizionali di quella nostrana regionale, passando per dolci, gelati e cocktail già mixati e pronti da bere, basta un click sui siti delle aziende di consegne a domicilio o una telefonata estemporanea e ogni “desiderio” enogastronomico viene esaudito a breve termine. 

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Coldiretti evidenzia, in proposito, che nel 2021, 4 italiani su 10 (38,1 %) ricorrono al food delivery, diventato ormai, ancora di salvezza cui si aggrappa con forza chi è stanco di accendere i fornelli. È, infatti, estremamente allettante l’idea di poter godere di piatti gustosi e preparati con cura, ma da qualcun altro, senza lo stress di mettersi in cucina. Dietro un’apparenza perfetta e luccicante, si nasconde, però, il lato d’ombra del sistema del delivery alimentare.

Vari e variegati, sono, infatti, gli aspetti che andrebbero modificati a detta di coloro che fanno ricorso alle piattaforme di consegna a domicilio. La pandemia in atto ha, certamente, influenzato le consuetudini alimentari di molti, con un focus particolare proiettato sulla salubrità di quello che si mangia. Sempre dalle analisi Coldiretti emerge, appunto, che il 28% di chi riceve il cibo a domicilio esprime l’esigenza di una maggiore sicurezza dei prodotti durante il loro trasporto, con un’attenzione rinnovata e rinforzata al livello igienico; c’è un 25,3% che chiede alle piattaforme web di osservare, con occhio più attento, la qualità delle materie prime; infine, il 17,7% palesa il desiderio di mangiare pasti consegnati a casa con più prodotti tipici, procacciati tramite fornitori locali. 

Oltre alla sacrosanta necessità di ricevere a domicilio solo cibi sottoposti ad indagini igieniche-qualitative più stringenti, in un momento storico in cui la parola d’ordine è “incertezza”, gli utenti delle piattaforme di food delivery dicono la loro anche sulle condizioni lavorative precarie dei “rider”, che quegli “ordini” enogastronomici li portano quotidianamente a destinazione.

Questi fattorini del cibo “mattonano” giorno e notte le strade cittadine per assicurare il pasto di chi ordina dal focolaio domestico, effettuando consegne food con i più disparati mezzi di trasporto su ruote. Nel business di settore, questa attività di delivery nasceva come “gig economy” o economia dei lavoretti, con il fine di identificare la figura del rider con un collaborato saltuario e / o a chiamata.

La situazione attuale, però, si presenta in modo diverso: in Italia, nel 2020 le società di delivery food hanno registrato una duplicazione del fatturato rispetto all’anno precedente per una cifra complessiva totale pari a 900 milioni di euro. Questa espansione macroscopica e repentina si è riversata inevitabilmente sul mercato dei rider, tramutando quello che era o doveva essere un lavoretto tagliato su misura per i giovanissimi in una reale professione, carente, tuttavia, di regolamentazione e tutela. Proprio per conquistare diritti e dignità che gli spettano e che la Costituzione italiana garantisce loro in quanto lavoratori, i rider stanno combattendo una lunga battaglia contro lo sfruttamento professionale.

Le proteste del “mondo” rider sono, in parte, state ascoltate quando, lo scorso 3 novembre, entrava in vigore il primo CCNL d’Europa a tutela della categoria. Si tratta di contratto stipulato tra il sindacato UGL (Unione Generale del Lavoro) e “AssoDelivery”, l’associazione che rappresenta l’industria italiana del food delivery, con la previsione di diritti e tutele nell’ambito del lavoro autonomo.

Ma cosa prevede nello specifico il CCNL Rider? Compenso minimo pari a 10 euro per ora lavorata, cioè in base al tempo per svolgere ogni consegna; indennità integrative, pari al 10%, 15% e 20% in corrispondenza di una, due o tre delle seguenti condizioni: lavoro notturno, festività e maltempo; incentivo orario di 7 euro, anche nel caso di assenza di proposte di lavoro, per i primi 4 mesi dall’apertura del servizio presso una nuova città; sistema premiale, pari a 600 euro ogni 2000 consegne effettuate;

dotazioni di sicurezza a carico delle piattaforme quali indumenti ad alta visibilità e casco per chi va in bici, che saranno sostituite rispettivamente ogni 1500 e 4000 consegne; coperture assicurative contro gli infortuni (INAIL) e per danni contro terzi;  particolare riferimento a sicurezza stradale e alla sicurezza nel trasporto degli alimenti; divieto di discriminazione, pari opportunità e tutela della privacy, principi che caratterizzeranno il funzionamento dei sistemi tecnologici delle singole piattaforme; contrasto al caporalato e al lavoro irregolare, ovvero un insieme di iniziative per contrastare la criminalità; diritti sindacali, ovvero una quantità stabilita di giornate e di ore destinate ai rider che assumono il ruolo dei dirigenti sindacali.

Nonostante il notevole miglioramento delle condizioni lavorative dei fattorini food, apportato dalla predisposizione di un contratto collettivo stipulato ad hoc per la loro categoria, non sono mancate le polemiche e il malcontento di chi agognava ad un inquadramento della figura del rider nell’ambito del lavoro subordinato.  Dall’altro lato, invece, si sono stagliati coloro che concordano con il progetto di ricondurre questa tipologia di professione nel genus del lavoro autonomo.

Mancherebbe, in questo senso, un vincolo di subordinazione personale nei confronti del datore di lavoro, data la fisiologica libertà connessa all’attività dei rider, nella scelta di quando e come lavorare. Se è vero, da un lato, che l’obbligo predetto di soggezione sussiste solamente in un rapporto di lavoro qualificabile come subordinato, è altrettanto reale che altre caratteristiche, come l’assenza di rischio, la continuità della prestazione, e l’osservanza di un orario prestabilito, possono essere presenti anche in un contratto di lavoro autonomo.

A dirimere questo controverso e annoso dibattito ci ha pensato, tra gli altri, il Tribunale di Milano che nella giornata di ieri ha notificato ai quattro colossi del delivery food Uber Eats, Gloovo, Just Eat e Deliveroo una sentenza appena “nata” ma già diventata storica. Queste piattaforme di consegna a domicilio hanno 90 giorni per regolarizzare la posizione di 60 mila rider che dovranno essere assunti come lavoratori c.d. “parasubordinati”.

La Procura del capoluogo lombardo ha, inoltre, dato il via ad un’indagine su Uber Eats per caporalato ai danni dei fattorini del cibo; nel “mirino” degli accertamenti anche sei tra Amministratori delegati, Legali rappresentanti e delegati per la sicurezza delle società sopra citate. Inoltre, le aziende hanno ricevuto in notifica ammende per oltre 773 milioni di euro a causa delle violazioni delle norme sulla sicurezza del lavoro dei rider.

“Non si tratta più di dire che sono degli schiavi, sfruttati e sottopagati. Si tratta di cittadini a cui viene sottratta la possibilità di avere le tutele dovute e le garanzie per il loro futuro”, afferma il Procuratore di Milano Francesco Greco.

“Da ora cambia tutto” dice un ragazzo marocchino che di mestiere fa il rider. Un cambiamento sì, un’evoluzione verso la conquista di un “terreno” stabile per una categoria di lavoratori che stava da tempo lottando perché la precarietà presente fosse spazzata via dal loro futuro.

Tags: Coldirettidelivery foodGig economyRider
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