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Altro che muscoli, le palestre non sollevano più una piuma


Dopo l’ulteriore slittamento della riapertura di palestre e centri wellness, Uecoop negli ultimi giorni ha comunicato la precarietà di 120 mila posti di lavoro in tutta Italia. Tutto il settore del wellness, tra aziende, associazioni e cooperative sportive, vale circa10 miliardi l’anno di fatturato con 16.146 strutture da nord a sud della Penisola. La pandemia, come ha riportato il monitoraggio, ha mandato in crisi anche le cooperative che gestiscono impianti sportivi e che devono continuare a sostenere i costi della manutenzione nonostante il divieto di aprire al pubblico. Ma c’è di più. Tra i 20 milioni di italiani che praticano uno sport, 1 su 4, ovvero il 25,2 %, si dedica a ginnastica, fitness body building o aerobica, il 23 % gioca a calcio e più del 21 % – continua Uecoop- è amante degli sport acquatici. Con le chiusure dei centri, questa enorme popolazione fitness si è rassegnata al divano o ha trovato soluzione alternative come creare delle piccole palestre in cantina. 

“La spesa – come spiega il monitoraggio – per una piccola postazione domestica per il fitness è arrivata a 457 euro con aumenti del +57,5% per i manubri con i pesi, del +30% per la panca e del +58,5% per la cyclette. Se poi si verificano diversi siti per la stessa tipologia di prodotto le differenze sono ancora più forti: 2 manubri in ghisa passano da 40 a 160 euro o i dischi dei pesi da 5 chili balzano da 7,50 euro a 44 euro”. Dunque un vero e proprio “nuovo” abbonamento.
Come riportato dall’ultimo sondaggio effettuato dalla Camera di Commercio di Milano, Roma è la città con il più alto numero di attività legate al fitness e al benessere (10.939). Di conseguenza però, l’ingente numero di centri fitness, che occupa una cospicua fetta delle oltre 10 mila attività, ha portato migliaia di dipendenti del settore a non avere più certezza sul futuro. Francesco, personal trainer romano, ha spiegato a Lab Parlamento che il settore legato al fitness “è stato uno dei più danneggiati dall’inizio della pandemia”.

“Durante il primo lockdown- continua Francesco- siamo stati tenuti in casa aspettando una qualsiasi notizia riguardante i nostri ristori, considerando che i mesi di marzo/ aprile e maggio sono i più prolifici dal punto di vista economico. Siamo stati avvertiti di un ristoro di 600€ per questi mesi, (in tutto ciò io aspettavo una figlia). A giugno siamo rientrati in palestra in una situazione tutt’altro che normale; le palestre non potevano pagarci perché gli iscritti scarseggiavano. Finita la stagione, che per noi termina il 31 luglio, abbiamo ripreso a lavorare il 1 settembre che sul nascere si è rivelata peggiore della precedente. Con la nuova chiusura di ottobre il contributo è passato da 600€ a 800€ e li abbiamo percepiti per i mesi di novembre e dicembre, ma da quel momento nessuna notizia sui mesi di gennaio e febbraio. Al momento il settore è in ginocchio e sicuramente tante strutture non riapriranno.”
A parlare è anche Simonetta Quinzi, Presidente e proprietario dell’A.S.D Dancing Queen’s school nata inizialmente come sala da ballo poi sviluppatasi nel tempo grazie l’inserimento di discipline rivolte al benessere psicofisico del cliente. “Lo scorso anno su 10 mesi effettivi di lavoro ne abbiamo lavorati 4. Per i pochi mesi d’apertura abbiamo speso oltre 1000 euro per divisori, gel igienizzante, carta ecc, tralasciando gli stipendi per i personal e i collaboratori”. Come testimoniato anche da Francesco, Simonetta ribadisce che “è da gennaio che non riceviamo più indennizzi. Lo scorso anno abbiamo lavorato il 40 % in meno rispetto al 2019. Ci hanno letteralmente abbandonato”.  
Oltre il danno la beffa. Due mesi senza percepire indennizzi e con un futuro che si fa sempre più “rosso”
Dove sono gli indennizzi?