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Focus. M5S, movimento “pigliatutto” con un potenziale indefinito

Abbandonato il binomio destra-sinistra, oggi il “partito” di Grillo rappresenta un caso studio da approfondire

di Omar Ariu

Nonostante l’attendibilità e la credibilità dei sondaggi politici negli ultimi tempi non siano particolarmente in voga, è sintomatico come praticamente tutti gli istituti di ricerca diano per avvenuto il tanto discusso “sorpasso” del M5S ai danni del Pd, quest’ultimo in preda alle questioni congressuali e colpito dall’abbandono degli scissionisti di D’Alema e Bersani. Dopo il referendum sulla riforma costituzionale il Partito Democratico ha subìto un declino tangibile che ha avvantaggiato il M5S, soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica.

Questo non significa che gli elettori del Pd, e in generale del centrosinistra, si siano trasferiti in massa verso il Movimento di Beppe Grillo, ma senza dubbio questa dinamica ha delineato ancor di più le caratteristiche di identificazione e rappresentazione dell’M5S. Ovvero il fatto che quest’ultimo sia l’esempio politico più chiaro di come buona parte dell’elettorato italiano faccia ormai fatica ad identificarsi in uno schieramento partitico bipolare come lo è stato per tutto il Novecento.

Ormai da decenni numerosi fattori, tra cui i cambiamenti nella struttura sociale ed economico-produttiva nella cultura occidentale, hanno indebolito notevolmente il binomio destra-sinistra. All’interno di questa dinamica si inserisce il Movimento, nato formalmente nel 2009 sotto la guida di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio (ma già presente da alcuni anni nel panorama politico, soprattutto locale, seppur in percentuali minime). Da quel momento numerosi analisti, sociologi e politologi hanno cercato di studiare un fenomeno straordinario per la sua essenza, che è riuscito in pochissimi anni a diventare uno dei due maggiori soggetti politici del sistema italiano.

Nessun altro vi era riuscito: non il Partito Socialdemocratico nato da una scissione del Psi, non i Radicali che hanno dovuto attendere diverse stagioni politiche prima di stabilizzarsi sullo scena pubblica del Paese, non il Movimento di Mario Segni sorto  durante il periodo di Tangentopoli e nemmeno Forza Italia, che ha certamente dato un immediato segnale di seguito elettorale nel 1994, dovendo tuttavia attendere prima di arrivare a percentuali da bipolarismo (28-30% dei voti).

Uno degli elementi distintivi tra queste formazioni e i Cinque stelle è senz’altro il fatto che le prime, con sfumature ed elementi divergenti tra loro, avevano tutte un’appartenenza di classe, o meglio un target elettorale a cui facevano riferimento su basi ideologiche, di valori e sub culturali.

Il M5S, invece, si è affermato fin da subito come un soggetto politico “interclassista”, superando i tradizionali schemi destra-sinistra appartenenti a un periodo storico definito dai politologi “democrazia dei partiti di massa”. Già dal battesimo pubblico del Movimento riconducibile al V-Day del 2007 svoltosi in diverse città italiane, si poté notare come la presenza e la partecipazione popolare fossero estremamente variegate e soprattutto anomale rispetto all’asse identificativo tra sinistra e destra. Vi parteciparono studenti, gruppi sociali, imprenditori, partite Iva, associazioni ambientaliste e dei consumatori. Ma anche esponenti del mondo politico, giornalistico e della magistratura, fino a quello dello spettacolo: da Antonio Di Pietro a Fiorella Mannoia, passando per Milena Gabanelli.

Questa eterogeneità fatta propria dal Movimento si è materializzata, di fatto, anche a livello elettorale. Potremmo definirlo un “Partito Pigliatutto” in versione 2.0, termine coniato dal politologo Otto Kirchheimer per configurare quei soggetti politici che si rivolgono a un bacino elettorale ampio, e non a specifici gruppi o categorie sociali. Di conseguenza, un sostanziale depotenziamento del valore ideologico, unito a sempre minori riferimenti a classi sociali ben definite e alla convergenza verso temi che possano essere consensuali a un elettorato esteso, hanno fatto dei 5 Stelle una formazione trasversale, nei contenuti e nell’elettorato.

Elementi che hanno delineato maggiormente questa dinamica sono stati indubbiamente le caratteristiche di personalizzazione e della Rete, basi portanti di questo non-partito politico totalmente estraneo alle logiche novecentesche.

Questa breve analisi è stata anche recentemente documentata da ricerche quantitative presentate da uno dei massimi esponenti della politologia italiana, Ilvo Diamanti, che ha evidenziato come il profilo socio-demografico degli elettori dell’M5S rispecchi quanto si è appena rimarcato.

Le percentuali maggiormente significative riguardano gli operai e gli imprenditori, due categorie del lavoro che storicamente si sono contrapposte nella disciplina del voto ai partiti (di sinistra i primi, orientati a destra i secondi). Ma all’interno del bacino elettorale del M5S troviamo quote rilevanti di studenti, impiegati, funzionari, tecnici sia nel settore pubblico sia in quello privato, altre categorie che per decenni si sono suddivise in appartenenze politiche differenti. Inoltre, nonostante la maggior parte dell’elettorato come abbiamo detto non si rispecchi più nell’asse distintivo destra-sinistra, la maggior parte degli elettori grillini si posiziona sui punti “estremi” dell’arco politico.

Probabilmente, sta proprio in questa sfuggente e imprecisata definizione dell’M5S la chiave di volta e la competitività del movimento, che riesce in questo modo ad “appartenere” a più target elettorali come solo la DC era riuscita a fare dall’immediato dopoguerra in poi. Potremmo definirlo partito “nazionale” quello di Grillo, perché estraneo alle subculture territoriali che hanno contraddistinto l’Italia repubblicana (Centro Italia alla sinistra, Meridione e Nord-Est alla DC). Alle ultime elezioni politiche il Movimento ha prevalso in numerose circoscrizioni, dall’Abruzzo alla Liguria, dalle Marche alla Sardegna fino alla Sicilia, Tutte zone, che in passato sono stati feudi invalicabili del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana.

Oggi l’M5S rappresenta un caso di studio da approfondire nel corso del tempo, con le sue sfaccettature e le sue dinamiche intrecciate. Sarà compito degli analisti comprenderlo fino in fondo, per poterne interpretare le caratteristiche più peculiari.