Ricorrendo all’abecedario proviamo a spiegare dalla “A” alla “Z” il fenomeno dei PMS che, peraltro, è inspiegabilmente ed esclusivamente italico. Ci aiuteremo con i dati riferiti al periodo 2014-2025 (500 indagati in 275 processi) pubblicati di recente. Si tratta dei casi in cui genitori (90%), dirigenti scolastici (2%) o gli stessi colleghi insegnanti (8%) hanno sporto denuncia all’Autorità Giudiziaria (AG) per PMS o abuso dei mezzi di correzione (AMC) nei confronti delle cosiddette “maestreghe”.
A – come Autorità Giudiziaria che entra a gamba tesa nella scuola non conoscendone logiche di funzionamento, dinamiche operative, regole e gerarchie nonché incombenze del personale. Abuso dei mezzi di correzione: è l’ipotesi di reato oramai accantonata, presumibilmente perché non consente il ricorso alle audiovideointercettazioni (AVI) nelle indagini in quanto non considerato reato grave. Già da questo incipit si comprende come “l’azione della AG sia incentrata soprattutto nella ricerca della prova piuttosto che nella prevenzione del reato” (PM Gherardo Colombo su intervista de Il Dubbio 26.06.17).
B – come bambini. Sono i protagonisti, anzi le vittime, secondo i loro genitori e l’AG. Tuttavia, proprio i genitori e l’AG si guardano bene dall’adottare tempestive contromisure ai PMS (trasferimenti dei figli in altri istituti o colloqui urgenti col preside). Babilonia: nella scuola primaria e dell’infanzia gli alunni extracomunitari, che non parlano nemmeno l’italiano, sono talvolta, addirittura, la maggioranza. Burnout: un mestiere già riconosciuto come “gravoso” diviene di fatto usurante anche per la multietnicità, che caratterizza l’attuale situazione, dove i bimbi non parlano l’italiano.
C – come cortocircuitazione del dirigente scolastico (DS): è l’equivoco di fondo. Se i genitori non interagiscono col DS e si rivolgono direttamente all’AG, espongono i loro figli al rischio di PMS per gli innumerevoli mesi che richiedono le indagini. Certificati medici: è pressoché inesistente la presenza di referti medici attestanti lesioni fisiche, a dimostrazione del fatto che i PMS non trovano un riscontro oggettivo nei 275 processi osservati. Si conferma, pertanto, che la scuola è ambiente sicuro, assai più della famiglia stessa che è protagonista assoluta della cronaca nera. “Clima di paura e terrore”: mai è stata realmente documentata una tale situazione disponendo al massimo di intercettazioni con il pianto di un singolo bambino e mai di un’intera classe. Contestualizzazione delle lesioni: la prima domanda da porci di fronte a eventuali lividi, escoriazioni, bernoccoli et similia,è se sono avvenuti a scuola o altrove (casa, giardinetti, gite…). Mai nessuno (inquirente o genitore) si perita di chiederselo durante il processo penale, dando inspiegabilmente per scontato che le suddette lesioni sono state procurate a scuola.
D – come dirigente scolastico (DS): rappresenta la vera e unica chiave di volta del problema. Un DS capace sa intervenire tempestivamente coi molti strumenti a disposizione (controllo, vigilanza, affiancamento, ispezione, accertamento medico, sospensione cautelare…), garantendo l’incolumità degli alunni a differenza di un’AG con le sue macchinose e infinite indagini. Denunce all’AG: ogni volta che ci troveremo di fronte a un DS incapace (o l’AG cortocircuiterà lo stesso preside), i genitori finiranno con lo sporgere denuncia all’AG stessa ricorrendo così a non-addetti-ai-lavori che nulla sanno di pedagogia, educazione e insegnamento. Donna: lo è il 96% delle maestre inquisite. Decontestualizzazione e drammatizzazione dei progressivi selezionati a opera di inquirenti non-addetti-ai-lavori.
E – come esaurimento o sfinimento: pochi anni fa il lavoro di maestra alla scuola primaria e dell’infanzia è stato riconosciuto come gravoso, ma occorre riqualificarlo subito e più realisticamente come usurante.
F – come flagranza di reato: i reati commessi dalle maestre hanno determinato l’arresto in flagranza di reato delle maestre nel solo 2% dei casi (e non tutti a proposito: vedi Corleone, Siena e altri). Ben più appropriato e tempestivo sarebbe stato un intervento del DS, magari sollecitato dalla stessa AG che, al contrario, ne blocca ogni intervento per non compromettere l’indagine. L’AG, infatti, non si avvale del DS, che è a tutti gli effetti un pubblico ufficiale, ma lo cortocircuita impedendogli un intervento tempestivo e risolutivo. Forze dell’ordine (FFOO): nella caccia alle maestreghe sono stati impiegati carabinieri, finanzieri, poliziotti dello Stato, polizia urbana, polizia postale. Siamo certi che questi inquirenti non-addetti-ai-lavori nella scuola possano svolgere nella scuola più tempestivamente e meglio il lavoro del DS e Ispettori Tecnici Ministeriali?
G – come gogna mediatica e conseguenze cliniche sulle maestre: mass-media nazionali e locali mettono all’indice le maestre all’inizio e per i lunghi anni che dura il processo. Alcune imputate hanno sviluppato tumori dopo la denuncia ed altre hanno addirittura tentato il suicidio per la pressione mediatica. Gratuito patrocinio (insieme al reato di violenza assistita: vedi sotto) consente a qualsiasi genitore di esercitare la richiesta di un risarcimento o indennizzo alla maestra di turno, quasi fosse una corsa all’oro.
H – come handicap e conseguente sostegno post certificazione. Spesso la difficoltà maggiore consiste nel far riconoscere ai genitori che il loro figlio è portatore di una patologia per la quale necessita di sostegno che, senza certificazione, non può essere concesso/ottenuto. La maestra si trova così a dover affrontare da sola, e senza alcun supporto, un caso difficile.
I – come intercettazioni: le audiovideointercettazioni presentano numerosi limiti poiché si prestano a manipolazioni delle immagini (decontestualizzazioni, estrapolazione e selezioni negative dei progressivi, trascrizione, interpretazione e drammatizzazione dei filmati) e soprattutto stupisce che mediamente venga contestato al massimo lo 0,2% di tutto il registrato. Nessuno sembra comprendere che, di conseguenza, l’analisi professionale dell’AG di fatto ritiene adeguato il comportamento professionale della maestra per il 99.8%. Ipotesi di reato (artt. 571 o 572 cp?): nell’85% dei casi è l’art. 572 (Maltrattamenti in famiglia) e non il 571 (Abuso dei mezzi di correzione) solo perché il primo, a differenza del secondo, consente l’uso delle intercettazioni. Influenza e responsabilità della famiglia: nel corso dei processi non viene mai indagata la famiglia come causa od origine di malessere del bambino. Viene così inspiegabilmente scartata a priori la responsabilità della prima agenzia educativa (famiglia), mentre viene addossata alla seconda (scuola) la colpa di ogni nefandezza.
L – come lista dei metodi educativi: in realtà le liste dovrebbero essere due (metodi consentiti e metodi banditi). Mentre la cosiddetta lista nera è nota (scappellotti, urla, castighi, isolamenti etc), la lista bianca deve ancora essere redatta, lasciando così le maestre nel pieno arbitrio e nell’incertezza sui metodi corretti da adottare.
M – come maltrattamenti, che sarebbero commessi a scuola dalle perfide maestreghe, italiane. Multietnicità dell’utenza: ad oggi la situazione vede bambini/alunni di diversi Paesi e continenti che non sanno ancora parlare italiano. Maniere spicce: essenziali e talvolta brusche delle docenti poiché non vi è altro modo di seguire contemporaneamente 29 creature. Peccato che, troppo spesso, vengano scambiate erroneamente per maltrattamenti. Metodi d’indagine deltuttoinadatti alla scuola e che violano l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori con le intercettazioni. I metodi d’indagine, pertanto, cortocircuitano il DS e le sue funzioni da pubblico ufficiale, scavalcando inopinatamente il sistema sanzionatorio della scuola e precipitando sciaguratamente la questione nel penale già di per sé intasato.
N – come Non-addetti-ai-lavori: tali sono inquirenti, giudici, avvocati e pure i genitori rispetto al mondo della scuola. Basterebbe questa osservazione a suggerire che la soluzione al problema vada trovata internamente alla scuola e non in ambito penale.
O – come oneri pubblici: quanto costano ai cittadini-contribuenti le indagini, i processi, il personale? Siamo certi che le FFOO impiegate non potrebbero essere meglio impiegate? Non va dimenticato che la scuola risulta essere l’ambiente più sicuro per i minori a differenza della famiglia dove i maltrattamenti sono di casa.
P – come parafamiliare. L’ambiente scolastico, nonostante l’assimilazione operata dall’applicazione dell’art. 572 c.p., è affatto diverso da quello familiare al punto da essere propriamente definito “parafamiliare”. Mentre in famiglia la mamma si occupa di educare il bimbo nella comunità familiare ristretta, la maestra a scuola introduce il bimbo alla socializzazione vera e propria nella comunità di riferimento. La scuola, a differenza della dimora che è considerata ambiente privato, è ritenuta luogo pubblico. Ospita inoltre una relazione professionale vs una relazione genitoriale/affettiva; accoglie una comunità allargata con rapporto fino a 1:29 vs una comunità ristretta dove il rapporto è 1:1; accoglie stili educativi multipli e multietnici anziché il solo stile educativo familiare.
Q – come quiescenza con 42 anni di anzianità. Nonostante il lavoro di maestra alla primaria e alla scuola dell’infanzia sia ritenuto gravoso, le riforme previdenziali non hanno risparmiato la categoria professionale che denuncia una crescente condizione di burnout.
R – come riforma previdenziale: considerata l’alta età media delle maestre italiane non è percorribile la soluzione di prolungare indiscriminatamente l’anzianità di servizio senza aver prima individuato le malattie professionali degli insegnanti e valutato la salute professionale della categoria. Una professione gravosa, senza definizione di metodi correttivi consentiti è conseguentemente ad alto rischio di procedimento legale.
S – come sentenze: quelle finora pronunciate mostrano una varietà di giudizi che vanno dall’assoluzione a quattro anni di detenzione. La sentenza più adeguata e rappresentativa dei PMS sembra essere quella emessa a Cagliari nel 2017 che recita: “I comportamenti della maestra non integrano la soglia del penalmente rilevante ma esauriscono eventualmente la loro censurabilità con una sanzione disciplinare erogata dal DS/USR”. Spese legali e indennizzi: le maestreghe sono tenute a pagare cauzioni, risarcimenti e parcelle che oscillano tra i 50.000 e 200.000 euro. Molto di più di quanto arrivano a percepire con un TFR dopo 42 anni di attività.
T – come tempestività d’intervento: se un bimbo è vittima di maltrattamenti da parte della maestra si deve interloquire immediatamente col preside che è l’unica figura capace di far cessare istantaneamente ogni eventuale comportamento professionalmente inadeguato. Rivolgersi all’AG equivale, come detto, a privilegiare la ricerca della prova anziché la prevenzione del reato, lasciando inoltre esposti i minori al rischio di maltrattamenti per tutto il tempo dell’indagine. Tumori: quali frequenti esiti dello stress cui le “maestreghe” vanno soggette per processi che durano anche tre lustri.
U – come unico Paese ad avere le “maestreghe”: non certo per questione genetica, ma per il solo motivo che, all’estero, il dirigente scolastico si occupa in prima persona del proprio istituto. Il preside non viene mai cortocircuitato dall’AG ma, semmai, da questa coinvolto.
V – come violenza assistita. Come abbiamo potuto vedere sopra, le certificazioni mediche comprovanti lesioni sui bambini sono pressoché inesistenti nei 275 procedimenti penali in dodici anni (2014-2025). Ma il richiamo al reato di violenza assistita, che non richiede alcuna certificazione, dà corpo all’evanescenza.
Z – come zero. È il voto in condotta per il MIM e i sindacati (con qualche rara eccezione) che hanno finora ignorato un fenomeno che non ha uguali all’estero e pone a rischio la serenità professionale di tutte le maestre che lavorano senza nemmeno conoscere quali sono i metodi correttivi consentiti. In molti procedimenti legali il MIM è anche citato in giudizio e chiamato a rispondere in solido, ma nulla sembra turbare la pace pur di non affrontare la questione dei PMS.
X come xenofobia. Alle “maestreghe” non poteva certo mancare l’accusa di xenofobia, ora che le classi vantano un esorbitante numero di alunni extracomunitari.
W come whatsapp. Gruppi di genitori uniti in chat svolgono un ruolo spesso deleterio trasformando la palla di neve in valanga. Le critiche divengono denunce all’AG e comincia la ricerca della prova con le intercettazioni, tralasciando di fatto la prevenzione e l’incolumità dei bambini.
Conclusione: pare evidente che non conviene ad alcuno che l’AG si sostituisca al DS, che è tra l’altro pubblico ufficiale e addetto-ai-lavori nella scuola. Tutti i Paesi occidentali ce lo dimostrano sollecitando il preside a esercitare le sue funzioni. Solo così si assicura la necessaria tempestività d’intervento in un eventuale maltrattamento. Così agendo, libereremmo molte risorse delle FFOO (personale soprattutto) da reimpiegare – ad esempio – nei maltrattamenti in famiglia che sono una vera piaga sociale del codice rosso.
A tutti gli effetti la scuola è l’ambiente più sicuro per un bambino, mentre la stessa famiglia è l’incontrastata protagonista della cronaca nera. Infine, un pensiero alle maestre che si trovano a operare senza strumenti certi (metodi correttivi consentiti); in rapporto 1:29; con bimbi difficili spesso non certificati per opposizione dei genitori; in un mondo multietnico; con famiglie piene di pretese; a rischio di denuncia da genitori; indagate da inquirenti non-addetti-ai-lavori etc. Queste professioniste vanno ringraziate e incoraggiate anziché perseguite con metodi usati per la criminalità organizzata (intercettazioni).
Le maestre che sbagliano vanno invece tempestivamente corrette ed eventualmente avvertite e sanzionate dal DS se perseverano nella loro condotta inadeguata. Nei casi più estremi il capo d’istituto può ricorrere immediatamente alla sospensione cautelare e all’accertamento medico d’ufficio. Non vi è pertanto alcun bisogno di ricorrere all’AG, a meno che il DS non si sottragga alle proprie responsabilità, restando completamente inerte nonostante le sue precise incombenze: ma in questo caso dovrà essere lui stesso a risponderne penalmente.
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