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Dalla polis greca a internet, passando per Rousseau: democrazia diretta sì o no?

L’idea che i cittadini possano esprimersi direttamente, evitando ogni forma di delega e di compromesso, ha sempre affascinato l’umanità. Dalla polis greca, al pensiero di Rousseau e dei grandi utopisti di tutte le epoche, il cittadino decisore è apparso lo strumento indispensabile per la realizzazione di una democrazia compiuta

di Paolo Alvazzi del Frate*

È meglio che a decidere siano i rappresentanti eletti dal popolo oppure direttamente i cittadini? Un eterno dibattito, riacceso dalle recenti dichiarazioni di Davide Casaleggio a proposito della possibile abolizione del Parlamento, da sostituire con una democrazia diretta via-web.

Il Parlamento è, da sempre, il luogo della mediazione. La democrazia rappresentativa si basa proprio sul mandato, un mandato politico, ossia sulla scelta di una serie di rappresentanti chiamati a individuare le migliori soluzioni possibili per conto dei cittadini elettori. Una volta eletti, saranno loro – i parlamentari – a confrontarsi, discutere e quindi a decidere. Mediazione e compromesso costituiscono l’anima del parlamentarismo. Oggi è invece la democrazia diretta a suscitare entusiasmi e speranze, mentre la ricerca del dialogo e della composizione degli interessi sembrano appartenere al passato.

Non è una novità assoluta. L’idea che i cittadini possano esprimersi direttamente, evitando ogni forma di delega e di compromesso, ha sempre affascinato l’umanità. Dalla polis greca, al pensiero di Rousseau e dei grandi utopisti di tutte le epoche, il cittadino decisore è apparso lo strumento indispensabile per la realizzazione di una democrazia compiuta. L’avvento di internet e la conseguente rivoluzione nella comunicazione politica hanno riacceso le speranze dei fautori della democrazia diretta. Il successo del Movimento 5 stelle ha mostrato le enormi potenzialità dei nuovi strumenti.

È inevitabile chiedersi come potrebbe funzionare concretamente una democrazia diretta senza Parlamento, grazie a decisioni assunte on-line dai cittadini stessi. I problemi sarebbero molti. Tra questi – ed è una questione di fondamentale importanza – il rischio di perdere la capacità di dialogare, ricercare compromessi e punti di equilibrio tra interessi diversi o contrapposti. Se è il popolo a decidere ogni volta, sarà la maggioranza di esso a parlare a nome di tutti, sulla base di una presunta e inesistente unanimità. È quello che si definisce il “rischio totalitario”, ossia la compressione degli spazi di libertà e di dissenso delle minoranze da parte di una maggioranza onnipotente. Si tratta di una forma di “democrazia totalitaria”, un ossimoro che ben definisce il rischio di schiacciare su posizioni rigide e intolleranti la pluralità degli orientamenti e degli interessi presenti nella società.

C’è da chiedersi se nelle società contemporanee possano convivere idee, sensibilità e orientamenti diversi. La lezione del liberalismo democratico ci suggerisce che è necessario concepire la società in senso pluralistico, rifiutando l’obbligo del conformismo imposto da una cultura omogenea e intollerante. Come aveva lucidamente osservato Alexis Tocqueville (1805-1859), il rischio delle democrazie è proprio quello dell’affermarsi di una “dittatura della maggioranza”, sulla base del “trionfo del conformismo”. Ecco perché nelle moderne liberal-democrazie si è particolarmente attenti alle garanzie per le minoranze e si stabiliscono effettivi limiti giuridici all’azione del governo e dello stesso Parlamento. Le opere, tra gli altri, di Hannah Arendt (1906-1975) e Jacob Talmon (1916-1980) hanno ben mostrato i rischi totalitari insiti nella democrazia stessa.

Le radici di questa versione illiberale e totalitaria della democrazia si ritrovano dunque nel concetto di “volontà generale” elaborato da Jean-Jacques Rousseau. Il popolo – secondo Rousseau – deve essere guidato e aiutato a comprendere ciò che è realmente il “suo bene”. Per cui, “chiunque rifiuterà di obbedire alla volontà generale, vi sarà costretto” dalla società stessa perché “lo si costringerà ad essere libero” (Contratto sociale, I-7).

Ci si può domandare: dobbiamo essere costretti a essere liberi?

*Professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno, Università di Roma Tre