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Autunno “programmatico” Pd: Renzi all’attacco con “Italia 2020”

La Conferenza, auspicata già prima delle primarie, diventa adesso la carta da giocare per  ricompattare il partito (ma con nuovi equilibri) e provare una verifica sulle alleanze

di S.D.C.

“Italia 2020”, la Conferenza programmatica autunnale del Pd, lanciata all’improvviso nei giorni scorsi da Matteo Renzi con la sua Enews, può diventare la carta più importante da giocare per avvicinare le minoranze interne e provare a lanciare un ponte in vista di possibili alleanze, per ora soltanto nel post voto, con Giuliano Pisapia.

“Possiamo essere d’accordo o meno sull’assegno universale per i figli come sul raddoppio dei fondi delle periferie. Possiamo essere tifosi dell’austerity o della flessibilità. Ma quel che è certo è che adesso finalmente si discute di idee concrete. E per questo alla ripresa autunnale il Pd organizzerà la propria conferenza programmatica, come proposta da tanti a cominciare da Andrea Orlando, nei giorni che vanno dal 12 al 15 ottobre. Proprio nel decennale della fondazione del partito…”, aveva scritto nell’occasione il segretario, aggiungendo che “Insieme a Maurizio Martina e Tommaso Nannicini , chiederemo a un piccolo team di cinque persone di coordinare i lavori della Conferenza perché sia davvero un’occasione utile di confronto sul futuro del Paese…”.

Poi, con un sapiente gioco di anticipazioni a seguire (sull’onda della strategia utilizzata per la presentazione del libro “Avanti”), ieri, La Repubblica s’incaricava di fornire nuovi dettagli e altri, sicuramente, nei seguiranno i prossimi giorni. La creazione di un gruppo ristretto per la conferenza, realizzando di fatto una prima reale apertura non solo alle minoranze di Orlando e Emiliano, ma anche ad altre anime del partito come quella rappresentata da Sergio Chiamparino; la composizione del team di comando: oltre a Andrea Orlando e Michele Emiliano, il ministro Graziano Delrio, il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. Il tutto mentre ci si prepara ad una profonda riorganizzazione del Pd, creando quaranta dipartimenti all’interno della segreteria,  assegnandoli a 20 donne e 20 uomini, con un’operazione di attenzione a tutti i temi possibili da coltivare in vista della campagna elettorale.

Iniziative nelle quali appare evidente l’intenzione di riprendersi la scena, entrando finalmente in maniera netta nelle problematiche in discussione nella società. Questo potrà avere, se adeguatamente ed efficacemente supportato subito dopo la pausa estiva, più di una ricaduta positiva: togliere all’opposizione interna una delle principali armi di accusa al vertice; preparare o almeno mostrare di offrire, responsabilmente, una piattaforma per eventuali convergenze in termini di alleanze con il centro-sinistra in via di organizzazione da parte di Pisapia; presentare materie di confronto in settori decisivi (come sviluppo economico, immigrazione, lavoro, scuola e ambiente) in vista del varo e dell’approvazione della legge di stabilità. D’altra parte, il confronto sui temi avrà anche la conseguenza di evidenziare i punti di incontro ma anche le insuperabili divergenze proprio con le diverse anime del centro-sinistra. Eliminando da subito alcune di queste ultime dal tavolo del confronto. Il che, per Renzi, sarebbe la dimostrazione plastica dell’impossibilità di puntare su un Ulivo 2.0 ma soltanto, se mai ci si riuscisse, su un’alleanza limitata e ben calibrata con le forze più responsabili espressione della società civile e dei partiti o movimenti che non abbiano preconcetti sulla sua figura e sul “suo” Pd. Il che, secondo più di una interpretazione, potrebbe portare alla fine perfino a una miniscissione all’interno degli scissionisti Pd.

La fase organizzativa della Conferenza, al di là degli annunci, sembra tuttavia ancora in pieno svolgimento. Anche per quanto attiene al team di comando. Per esempio, non si comprende bene l’assegnazione, che al momento sembrerebbe confermata, di un ruolo significativo di raccordo con la segreteria a Tommaso Nannicini, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio nell’ultima fase del governo Renzi, il quale subito dopo Ferragosto dovrebbe insegnare ad Harvard: nell’università americana egli dovrebbe restare fino a dicembre per tenere un corso sulla «teoria dei giochi applicata alla scienza politica». Quattro mesi lontano dall’Italia. E anche dalla nuova segreteria del Pd, dove Nannicini è entrato dopo la vittoria di Renzi alle primarie. Per poi tornare in Italia, sembra, soltanto con il nuovo anno. Quando la campagna elettorale sarà già entrata nella sua fase decisiva. Ma il dato politico forse più importante è l’assenza, nella squadra, della componente che fa capo a Dario Franceschini. Sintomo evidente dei nuovi, attuali equilibri interni al partito, tuttora in evoluzione e con scenari assai incerti.