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Quirinale 2022/ La variante D’Alema scuote la sinistra e gela la corsa di Draghi

“D’Alema, dì una cosa di sinistra! Dì una cosa anche non di sinistra, di civiltà… D’Alema dì una cosa, dì qualcosa! Reagisci!” Era il 1998 quando il film “Aprile” di Nanni Moretti uscì nelle sale e questo monologo del regista – disperato davanti al silenzio di Massimo d’Alema durante un dibattito televisivo – divenne proverbiale.

Sono passati ventiquattro anni. Ci ha riflettuto un po’ l’ex “migliore”, l’immarcescibile baffino della sinistra italiana, ma poi, allo scoccare del 2022, Massimo D’Alema ha finalmente reagito. Ha detto qualcosa. Ha detto qualcosa di sinistra. O forse anche non di sinistra: di civiltà! E nel farlo, stavolta, non ha usato il suo solito, caustico e velenoso fioretto, per cui è divenuto famoso: è andato giù di clava.

Ebbene no, non mi riferisco affatto a quella sua frase che rimbalza da qualche giorno sulle prime pagine dei giornali e nelle gustose polemiche social della nomenklatura piddina. Sì, è vero, D’Alema ha anche detto che il renzismo è stato “una malattia terribile che è guarita da sola”. E questo ha suscitato scandalo in tutto il centrosinistra.

E allora giù editoriali ad analizzare quella frasetta. E giù reazioni stizzite, non solo del diretto interessato Matteo Renzi, ma anche di un suo ex nemico, l’attuale segretario democratico, ovvero il buon Enrico “Staisereno” Letta. E poi, ancora, alzate di scudi a bizzeffe, fra quasi tutti gli iscritti del PD, tutti in coro a spiegarci che in quel partito non c’è mai stata nessuna malattia, anzi!

Concentrare l’attenzione su quella frase dalemiana, su quella parte del suo discorso, fa sembrare che si tratti di un dibattito molto autoreferenziale, di una guerra fra correnti e correntine, fra “amici e nemici di”. Un dibattito, tra l’altro, tutto rivolto al passato – più o meno recente – e alimentato da invidie, antipatie personali, vecchie ruggini mai digerite, senza concrete e profonde motivazioni politiche. 

Se poi persino un Gianni Cuperlo – storico avversario di Matteo Renzi all’interno del PD – se la prende con D’Alema per quella frase, nel tentativo di frenare un suo ritorno nelle fila del PD, la sensazione di uno scontro più personalistico che politico, per questioni di equilibri interni fra correnti del centrosinistra, si rafforza.

È come se nessuno – né fra i commentatori, né tra gli uomini di partito – si sia accorto, invece, di una successiva frase, di ben altra portata, che D’Alema ha pronunciato nel corso di quella stessa giornata e di quello stesso suo discorso. Una frase, quella sì dirompente e di ben altro spessore politico. Oltre tutto una frase riferita al presente e non a commento dell’ormai sempre più lontana epoca renziana.

La vera frase “galeotta” è infatti la seguente: “Non mi impressiona che abbiamo al governo Draghi, che è una condizione di necessità, ma il tipo di campagna culturale che accompagna questa operazione, sulla necessità di sospendere la democrazia e di affidarsi a un potere altro, che altro non è se non il potere della grande finanza internazionale”. Ipse dixit. Così parlò D’Alema.

Se una frase del genere l’avessero pronunciata, che so, un Carlo Freccero, un Massimo Cacciari, un Giorgio Agamben, molti commentatori avrebbero subito gridato allo scandalo, alla bestemmia, al delirio senile e complottista di pericolosissimi “NoVax”. 

In quanto farina del sacco di Massimo D’Alema – che è il principale esponente di “Articolo Uno”, il raggruppamento che esprime anche il ministro-simbolo di questa fase storica e politica, ovvero Roberto Speranza – i commentatori hanno invece glissato.

Eppure quella frase è una bomba. Detta in sintesi significa: “c’è una deriva totalitaria, guidata dalle multinazionali, di cui Draghi è esponente”. Una pesantissima condanna senza appello per l’attuale governo e per l’attuale linea politica del centrosinistra. Una roba che pare pensata da un sovranista anti Bildeberg. O da un grillino vecchio stampo, nemico giurato di Big Data e Big Pharma. O forse da un comunista mai pentito, uno come Marco Rizzo.

Non contento, l’ex leader Massimo – altro soprannome che D’Alema ha mantenuto a lungo – ha voluto dire la sua anche sulla corsa al Quirinale: “L’idea che il premier si auto-elegge capo dello Stato e nomina al suo posto un alto funzionario del ministero dell’Economia mi pare non adeguata per un grande Paese democratico come l’Italia, con tutto il rispetto per le persone”. Et voilà: una gustosa pillola al cianuro in omaggio a SuperMario, pur con tutto il rispetto per quel supereroe.

Come si conciliano frasi così, con l’appoggio al governo Draghi e con il sostegno al ministro Speranza? E come si conciliano pensieri simile con la politica seguita in questi anni dal PD, partito nel quale Massimo D’Alema dice di voler fare ritorno? Sono domande a cui è difficile dare risposta.

Sarà forse per questo che i commentatori hanno glissato e che il Partito Democratico ha reagito compattamente e in modo stizzito, deviando l’attenzione sulle innocue critiche dalemiane contro Matteo Renzi, per non dovere affrontare questioni di ben altra portata? Forse. Sarà il prossimo futuro a dircelo con maggiore certezza.