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Home Approfondimenti

Perché Netanyahu deve pagare: Flotilla, Gaza e il tramonto morale di Israele

Daniele Piccinin di Daniele Piccinin
23 Maggio 2026 14:11
in Approfondimenti, Esteri
Tempo di lettura: 6 minuti
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Perché Netanyahu deve pagare: Flotilla, Gaza e il tramonto morale di Israele
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Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani

Le immagini diffuse dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir hanno prodotto uno shock internazionale che va ben oltre l’ennesima polemica diplomatica. Attivisti inginocchiati, mani legate dietro la schiena, volti piegati a terra, derisi davanti alle telecamere dal rappresentante di un governo democratico: non è soltanto una scena umiliante, ma il simbolo plastico della deriva politica e morale dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu. La Procura di Roma ha deciso di acquisire il video come elemento investigativo nell’indagine aperta sui presunti abusi subiti dagli attivisti della Global Sumud Flotilla. Le accuse formulate dal team legale internazionale parlano di “violenze sistematiche”, “abusi sessuali”, “condizioni inumane di detenzione” e possibili torture ai sensi della Convenzione ONU.

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Il punto centrale, tuttavia, non riguarda soltanto l’episodio della Flotilla. Quelle immagini rendono evidente, ictu oculi, una trasformazione geopolitica profonda: il governo Netanyahu non appare più agli occhi di una larga parte della comunità internazionale come un esecutivo impegnato nella sola difesa della sicurezza israeliana, ma come un potere disposto a oltrepassare sistematicamente i limiti del diritto internazionale, della dignità umana e delle convenzioni che regolano i conflitti.

Ben Gvir non è un incidente: è il prodotto politico del sistema Netanyahu

Per anni Benjamin Netanyahu ha costruito e consolidato la propria maggioranza includendo figure dell’estrema destra ultranazionalista israeliana. Itamar Ben-Gvir non è un corpo estraneo al governo: ne rappresenta piuttosto la radicalizzazione ideologica. Le sue provocazioni, i richiami ai coloni estremisti, il linguaggio disumanizzante verso palestinesi e oppositori, non sono deviazioni isolate ma l’espressione più brutale di una cultura politica che ha progressivamente normalizzato l’umiliazione dell’altro come strumento di potere. Il fatto che perfino governi storicamente vicini a Israele abbiano reagito con indignazione dimostra quanto il limite sia stato superato. Italia, Francia, Regno Unito, Commissione Europea e perfino settori dell’establishment israeliano hanno definito “inaccettabile” il trattamento inflitto agli attivisti. Eppure il problema non può essere ridotto alla sola figura di Ben Gvir. La responsabilità politica ricade inevitabilmente sul capo del governo che ne ha favorito l’ascesa e che continua a mantenerlo al centro del potere statale.

Gaza: la responsabilità storica e giuridica

Il massacro di civili nella Striscia di Gaza rappresenta il cuore della crisi di legittimità internazionale che oggi travolge Israele. Organizzazioni umanitarie, organismi ONU e giuristi internazionali parlano ormai apertamente di possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità. In questo quadro, le richieste di procedimenti davanti alla Corte Penale Internazionale non appaiono più marginali o ideologiche, ma conseguenza naturale della gravità dei fatti contestati. La vicenda della Flotilla si inserisce precisamente dentro questo contesto: un clima di impunità crescente in cui l’uso della forza, l’umiliazione pubblica dei detenuti e la repressione contro attivisti internazionali sembrano essere diventati strumenti ordinari di gestione politica. Che un ministro israeliano filmi e diffonda personalmente immagini di prigionieri immobilizzati e derisi è un fatto che incrina profondamente la narrativa democratica con cui Israele ha tradizionalmente cercato di distinguersi nel Medio Oriente.

La Shoah non può diventare uno scudo politico permanente

Affermare la responsabilità politica del governo Netanyahu non significa negare, minimizzare o relativizzare l’orrore storico della Olocausto. Lo sterminio degli ebrei europei resta uno dei crimini più atroci della storia umana e la memoria della Shoah costituisce un dovere morale universale. Ma proprio per questo motivo, quella memoria non può essere trasformata in un’immunità geopolitica permanente per qualsiasi scelta compiuta da un governo israeliano. Confondere il diritto all’esistenza dello Stato di Israele con l’impunità politica del governo Netanyahu significa tradire la stessa universalità della lezione storica nata dopo Auschwitz.

Il principio fondamentale del diritto internazionale moderno è che nessuno Stato e nessun leader siano sottratti alla responsabilità giuridica. Né la sofferenza storica di un popolo, né le paure securitarie, possono giustificare torture, punizioni collettive, devastazioni indiscriminate o umiliazioni pubbliche.

La guerra regionale e il ruolo di Netanyahu

La crescente tensione con l’Iran e il ruolo esercitato da Benjamin Netanyahu nel favorire un’escalation regionale rappresentano un ulteriore elemento di critica geopolitica. Da anni il premier israeliano ha costruito la propria strategia internazionale sull’idea di uno scontro inevitabile con Teheran, esercitando fortissime pressioni sugli Stati Uniti e sulle amministrazioni americane successive per mantenere una linea di confronto permanente. Per molti osservatori internazionali, questa strategia ha contribuito a destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente, ampliando il rischio di guerra regionale e rafforzando logiche militari che hanno prodotto conseguenze devastanti sulla popolazione civile.

La questione decisiva: accountability

Oggi la domanda centrale non è più soltanto politica ma giuridica: può la comunità internazionale continuare a tollerare che un governo agisca sistematicamente oltre i limiti del diritto umanitario senza conseguenze? L’indagine aperta dalla magistratura italiana sulla Flotilla e le iniziative annunciate davanti alla Corte Penale Internazionale indicano che una parte crescente delle istituzioni internazionali ritiene ormai inevitabile affrontare il nodo della responsabilità personale dei vertici politici israeliani. Le immagini degli attivisti inginocchiati e derisi potrebbero diventare, simbolicamente, ciò che molte fotografie storiche sono state in passato: il momento in cui una parte del mondo ha smesso di considerare certe pratiche come “incidenti” e ha iniziato a leggerle come il riflesso di un sistema politico entrato in una crisi morale profonda.

Perché Netanyahu deve rispondere davanti alla giustizia internazionale

A questo punto il tema non è più quello della semplice critica politica. La questione riguarda la responsabilità personale di Benjamin Netanyahu rispetto a una lunga sequenza di decisioni e condotte che, agli occhi di una parte crescente della comunità internazionale, hanno oltrepassato il limite della legittima difesa per entrare nel territorio dei possibili crimini internazionali. La richiesta che Netanyahu venga giudicato dalla Corte Penale Internazionale non nasce da ostilità ideologica verso Israele, ma dalla convinzione che nessun capo di governo possa sottrarsi al principio universale della responsabilità giuridica. Ed è necessario dirlo con estrema sintesi e chiarezza! Benjamin Netanyahu deve pagare politicamente e giuridicamente per:

  • la devastazione sistematica della Striscia di Gaza, con decine di migliaia di vittime civili, distruzione di ospedali, scuole, infrastrutture essenziali e campi profughi;
  • l’utilizzo della fame, dell’assedio e della privazione di beni essenziali come strumenti di pressione militare contro una popolazione civile;
  • il mancato rispetto del principio di proporzionalità previsto dal diritto internazionale umanitario;
  • l’uccisione di donne, bambini, operatori umanitari, medici e giornalisti durante le operazioni militari;
  • la progressiva normalizzazione di pratiche disumanizzanti contro i palestinesi, favorite da una retorica politica sempre più estrema;
  • l’aver legittimato e protetto figure radicali come Itamar Ben-Gvir, contribuendo alla degradazione democratica delle istituzioni israeliane;
  • l’umiliazione e i presunti maltrattamenti inflitti agli attivisti della Flotilla, culminati nella diffusione pubblica di immagini degradanti che evocano pratiche incompatibili con qualsiasi Stato di diritto;
  • il sostegno politico a un clima di impunità nei confronti delle violenze dei coloni estremisti nei territori occupati;
  • l’aver alimentato una spirale di guerra permanente in Medio Oriente, favorendo l’escalation con l’Iran e spingendo costantemente verso il confronto militare regionale;
  • l’aver subordinato la stabilità internazionale alla propria sopravvivenza politica personale, utilizzando il conflitto come strumento di consolidamento interno;
  • l’aver trasformato la memoria storica della sofferenza ebraica in un argomento di immunizzazione politica contro qualsiasi critica internazionale;
  • l’aver contribuito alla distruzione della credibilità morale di Israele agli occhi di una parte crescente del mondo.

La tragedia della Shoah insegna che il diritto internazionale esiste precisamente per impedire che il potere si trasformi in arbitrio e che la sicurezza venga usata per giustificare la disumanizzazione dell’altro. Nessuna storia nazionale, nessun trauma collettivo, nessuna ragione geopolitica può cancellare questo principio.

Per questo motivo, l’eventuale giudizio della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu non rappresenterebbe un attacco al popolo israeliano né al diritto di Israele a esistere e difendersi. Rappresenterebbe invece l’affermazione di un principio fondamentale: anche chi governa uno Stato alleato dell’Occidente deve rispondere delle proprie azioni quando il potere travalica i limiti dell’umanità e del diritto.

Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche. Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG (Notizie Geopolitiche). Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI (Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani”.

Questo è il link al profilo FB: https://www.facebook.com/yarilepre.marrani/?locale=zh_CN

Tags: gazaisraele
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