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Cinque anni di fango, ma da oggi Roma può e deve rialzare la testa

Corruzione fu, non Mafia. Lo ha deciso ieri sera la VI sezione penale della Cassazione. Dopo 1.785 giorni di fango su Roma, si volta pagina. In attesa di conoscere le motivazioni, qualcuno ha il dovere di scusarsi con i romani e il Paese di tornare a credere e difendere la sua Capitale

di Daniele Piccinin

La mafia a Roma non esiste, la Capitale non è infetta, è ‘solo’ una città dove c’è la corruzione e tutto quello che abbiamo vissuto in questi lunghissimi e interminabili 1.785 giorni da quel maledetto 2 dicembre 2014 è stato una gigantesca bolla di sapone sulla quale tutti, a più riprese, siamo scivolati. A deciderlo è stata la Corte di Cassazione che ieri sera ha sancito la decadenza del 416 bis, ovvero il reato di associazione mafiosa, per coloro i quali erano stati condannati in appello nell’ambito del processo Mondo di Mezzo, quello che ha diffuso in tutto il Pianeta il messaggio di Roma come città infiltrata e governata dalla Mafia.

Da cittadino romano e da italiano viene istintivamente da esultare, perché quel marchio messo addosso a qualche delinquente noi romani ce lo siamo sentiti sulla pelle in questi lunghi cinque anni durante i quali abbiamo subito l’onta di una città devastata dalle polemiche e messa sottosopra da quel malcostume proprio della politica, che pur di ottenere il consenso è pronta a tutto. Una sentenza storica, quella di ieri, le cui motivazioni, quando saranno rese note, ci diranno molto altro ancora, ma che soprattutto segna uno spartiacque fondamentale che ci auguriamo consenta a questa città, i cui indicatori sociali ed economici la danno in una situazione di crisi quasi irreversibile, di riprendere lentamente il ruolo di grande Capitale europea che le spetta.

Di certo qualcuno deve una risposta ai romani, che per cinque anni si sono sentiti dire che vivevano in una città mafiosa. Devono darla le Istituzioni preposte a giudicare e siamo curiosi di leggere le motivazioni che hanno portato la Cassazione a smontare in toto l’impianto accusatorio messo in piedi dal pool dell’ex procuratore capo Pignatone. Devono darla tutti i partiti politici, quelli coinvolti con i loro rappresentanti nell’inchiesta e quelli che, non avendo personaggi coinvolti, hanno scavato con le unghie fino alle viscere del cadavere dell’avversario politico di turno, in nome del sacro consenso, pure se questo ha reso il Campidoglio incredibilmente più fragile e sempre più inaffidabile per i suoi cittadini.

Esultare per questa sentenza non significa però dire che a Roma tutto va bene, o provare anche semplicemente a derubricare la gravità del livello di corruttela raggiunto in questi anni negli enti pubblici della Capitale. Certo però vale anche la pena ricordare il quadro nazionale, per non lasciar passare l’immagine di una Capitale del Paese di Biancaneve, dove tutti sono belli, buoni e bravi, tranne i romani, mafiosi, traffichini e coatti.

In pochi forse sanno che il bilancio di Roma Capitale ogni anno prevede una manovra economica che muove circa 5,5 miliardi di euro tra entrate e uscite. Il fatturato di Corruzione Capitale, permetteteci di bandire il termine Mafia d’ora in poi, è stato in quegli anni di circa 60 milioni di euro, l’1% del bilancio del Campidoglio. Se pensiamo ai più eclatanti casi di corruzione nel nostro Paese, l’Expo di Milano ha avuto un giro di tangenti di 1,2 milioni di euro su un valore di appalti di circa 166 milioni, mentre nello scandalo del Mose di Venezia, la cui opera è costata 5,5 miliardi di euro, il giro di tangenti, sempre secondo la magistratura, è stato di 22 milioni di euro in dieci anni.

Questi esempi non sono certo finalizzati a sostenere la tesi del “mal comune mezzo gaudio”, perché è chiaro a tutti coloro che amano la Capitale che quanto avvenuto in questi anni nella gestione della Res Publica è stato il peggior esempio del malcostume e del malgoverno che i nostri politici sono stati capaci di farci vedere. Ne è una risposta il fatto che nelle ultime tornate elettorali, parliamo delle elezioni a Sindaco di Roma, i romani hanno praticamente smesso di recarsi alle urne. Nel 2016 Virginia Raggi è stata eletta al ballottaggio con un affluenza del 50,19%, ottenendo il 67,1% pari a 770.564 voti su 2.093.740 aventi diritto di voto. Nel 2013 Ignazio Marino vinse al ballottaggio con un’affluenza ancora più bassa, il 44,93%, ottenendo il 63,9% pari a 664.490 voti su 2.359.119 aventi diritto di voto. Nel 2008 Alemanno vinse al ballottaggio, dove votarono il 63% dei romani, ottenendo il 53,7% pari a 783.225 voti.

La sentenza di ieri sera chiude, speriamo, la stagione politica dello scaricabarile, quella che ha consentito a tutti gli ultimi primi cittadini della Capitale di mettere le mani avanti accusando chi c’era prima di scelte sbagliate. Roma non è mai stata una città mafiosa, non lo sono stati i suoi cittadini e non lo sono stati i tanti dipendenti che lavorano al servizio della città. Roma però è una città gravemente malata, questo non possiamo più nascondercelo. Una città che vive narcisisticamente di rendita sull’incredibile bellezza della sua storia che, nonostante l’attuale fragilità e l’evidente stato di decadenza, la rende di diritto e per sempre la città più bella del mondo.

Questa sentenza deve spingere ora tutta l’Italia a tornare a credere e a investire nella sua Capitale. A dotarla di strumenti legislativi e finanziari in grado di rilanciarla, rendendo più forte e attrattiva l’Italia nel mondo. Oggi però qualcuno deve togliersi il cappello e scusarsi con questa città, eterna nella sua storia, eterna nel suo splendore, eterna nella sua capacità di autodistruggersi e rinascere ad ogni incendio o terremoto, anche giudiziario. Da questa sentenza ci aspettiamo un atto di responsabilità generale e ci auguriamo che il ponentino spazzi via presto quella torrida e umida sensazione di “sporco” che Mafia Capitale aveva messo addosso a questa città.