Esteri

RECOVERY A BRUXELLES: MA C’È CHI HA DETTO NO

Di V.Sor

Dopo il via libera del Consiglio dei ministri, ieri pomeriggio, il Recovery Plan italiano è stato consegnato a Bruxelles, permettendo al Paese d’incassare entro la fine dell’estate un anticipo del 13% dei fondi europei, per un valore di circa 23 miliardi. Ai 191,5 miliardi del Recovery Fund si aggiungono i 30 mld del Fondo complementare per dare vita ai progetti contenuti nel Pnrr. Il 40% delle risorse interessa progetti per il Mezzogiorno, altrettanti per il Green, il 27% al Digitale.

Tante le novità nel testo e qualche aspettativa delusa: lo stop al cashback e al superbonus 110% che per il 2022 rimane finanziato solo per le case popolari mentre per le altre abitazioni si parla di inserirlo nella Legge di Bilancio del prossimo anno; la scadenza di quota 100 allo spirare del suo termine naturale (31 dicembre 2021), con anticipazioni dell’età pensionabile nel 2022 solo per le mansioni logoranti. E infine una pericolosa anticipazione: una riforma fiscale con legge delega entro il 31 luglio 2021.

Per il resto, ad una attenta lettura del testo diramato da Palazzo Chigi, è tutta un’elencazione di temi trasversali, disuguaglianza di genere, inclusione giovanile, divari territoriali e di riforme chiave, Pubblica Amministrazione, Giustizia, Appalti, Concorrenza, Rinnovabili. Il tutto in 6 missioni articolate per aree tematiche strutturali di intervento. I progetti puntano alla realizzazione degli obiettivi economico-sociali del Governo, apparsi ai più, ambiziosi e sfidanti: si vuole ridurre l’impatto sociale ed economico della crisi pandemica e raddoppiare il tasso medio di crescita dell’economia italiana dallo 0,8% all’1,6%, in linea con la media UE; si punta ad aumentare la percentuale degli investimenti pubblici almeno al 3% del PIL e a far crescere la spesa per Ricerca e Sviluppo (R&S) al di sopra della media UE; per il resto, obiettivi di aumento del tasso di occupazione e degli indicatori di benessere, equità e sostenibilità ambientale, riduzione dei divari territoriali di reddito e dotazione infrastrutturale, aumento del tasso di natalità e crescita demografica; riduzione dell’abbandono scolastico e miglioramento dei livelli di istruzione, rafforzamento della sicurezza e della sostenibilità della finanza pubblica.

Un testo ambizioso, dunque, con un finanziamento spalmato su più annualità quasi equivalente alla spesa annuale per le pensioni in Italia e a più di un quarto della spesa annuale pubblica (900 mld). Viene il dubbio che, senza una efficace regia nella realizzazione dei progetti e senza affrontare talune riforme strutturali del Paese, si rischi di sprecare soldi in rivoli inutili e di non centrare i lungimiranti obiettivi del piano. Ed è così che, all’entusiasmo del Presidente del Consiglio e all’ottimismo di molte forze politiche, qualcuno abbiamo risposto di NO. Contestando in primo luogo il metodo: un testo di 300 pagine circa, presentato in Parlamento e approvato in fretta e a scatola chiusa, dice Giorgia Meloni, alla Camera; non abbiamo avuto il tempo di leggere e fare proposte, ed è grave se si considera che i progetti presentati vincoleranno il Paese e le forze politiche per i prossimi anni. Tante le proposte di Fratelli d’Italia cestinate insieme al piano Conte, come il sostegno alla natalità, alla sicurezza, alla ricostruzione post sisma e all’economia del mare.

Il Parlamento è stato esautorato, sottolinea la leader di Fratelli d’Italia, volutamente, per evitare dibattiti tra una maggioranza litigiosa. Un partito serio conclude non vota un piano tenuto in un cassetto e poi tirato fuori, che non dà risposte su tante questioni aperte.