Economia

La riforma che non c’è

Con la ripresa delle attività parlamentari molti dei buoni propositi annunciati prima dell’estate hanno cambiato radicalmente connotati. Interventi prioritari sono diventati marginali, misure fondamentali rimandate a data da destinarsi e così via. 

Epilogo triste che è toccato anche alla tanto annunciata riforma fiscale che da “madre di tutte le riforme” è divenuta poi un sontuoso esercizio di stile – nonché dialettica – politica e infine un provvedimento quasi inconsistente, da fare con le poche risorse a disposizione.

Una sorta di climax, però non enfatico e tristemente al contrario.

Ma lo sgonfiamento di valore – e ancor peggio di significato – della partita del fisco non è da attribuirsi alle risorse o meglio, non ne sono la prima ragione.

Era cosa nota da tempo e da tutti che un governo sostenuto da una maggioranza così ampia avrebbe incontrato difficoltà nel trovare punti di convergenza anche sui grandi temi. D’altra parte, le forze partitiche un po’ per tradizione, un po’ per la necessità di dare risposte coerenti al proprio elettorato e un altro bel po’ anche solo per posa, su tante questioni hanno dovuto necessariamente mantenere il punto.

Sul rimettere mano al fisco italiano però si è assistito a un confronto tra tante di quelle scuole di pensiero dal diventare una lotta senza quartiere del tutti contro tutti. 

Si voleva fare un po’ di tutto: introdurre il criterio di progressività ma pensare anche a un sistema duale, ridurre il carico fiscale sulle imprese, dare più potere d’acquisto ai lavoratori dipendenti – in particolare del ceto medio, combattere l’evasione e perché no, anche vincere la Coppa del Mondo e aiutare Super Mario a salvare la Principessa.

In questa Babele di nobili intenti, forse proprio a causa delle troppe lingue parlate, si è sempre discusso poco di risorse però. Solo gli interventi principali, riduzione delle aliquote Irpef, rimodulazione delle aliquote IVA, regime forfettario per le partite IVA e accorpamento di Ires e Irap a beneficio delle imprese sarebbero costati più di 20 miliardi di euro. Giusto giusto il fabbisogno di partenza per la Legge di Bilancio, secondo l’istruttoria tecnica appena avviata, pressoché impensabile per una sola riforma quindi, a patto di non andare in disavanzo, ipotesi ampiamente – e giustamente – scartata dal titolare dell’Economia, Daniele Franco.  

Con l’avvicinarsi dei lavori attorno alla manovra finanziaria si son del tutto perse anche le più basilari conoscenze aritmetiche. I Cinque Stelle non intendono cedere su quella che fu una flagship, ovvero il Reddito di Cittadinanza, che pesa per 7-8 miliardi ed è la misura di quanto sia fallimentare la via dell’assistenzialismo; la Lega, dal canto suo, difende invece la bontà di un’altra perla: Quota 100, costata tra il 2019 e il 2021 più di 11 miliardi per una platea di 340mila beneficiari. E ancora Fratelli d’Italia che vuole un ulteriore rinvio delle cartelle ma forse anche una rottamazione che può superare tranquillamente i 3 miliardi di euro o il Partito Democratico, che con il ministro Orlando insiste su una riforma degli ammortizzatori sociali da 8 miliardi di euro. 

Quasi come se l’Italia avesse nascosto da qualche parte il forziere di Zio Paperone, quasi come se non ci fosse ancora una pandemia da affrontare e le sue conseguenze più o meno dirette, come il rincaro delle materie prime che costerà 3 miliardi di euro solo come primo calmiere.

Quasi come se l’Italia non fosse arrivata all’emergenza pandemica dopo una stagnazione ventennale con tassi di crescita inferiori anche di quattro volte rispetto alla media europea e non avesse un debito pubblico di circa 2.700 miliardi.

Troppo prosaico pensare che, come punto di partenza di fronte alla scarsità di risorse, si poteva mettere ordine alla selva di spese fiscali che tra deduzioni, detrazioni e con l’aggravante dei provvedimenti anti-covid sono arrivati a circa 1.000 voci e pesano per quasi il 7% del PIL. 

Meglio volare alto, meglio stare nel mondo delle favole, ascoltando i consigli in musica di Edoardo Bennato, solo po’ riadattati.

“Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino, poi la strada la trovi da te: porta alla riforma che non c’è”. 

La metrica ci sta, il resto verrà da sé, suvvia.