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Home Economia

La strada (stretta) del Governo Draghi

Alberto Manelli di Alberto Manelli
04 Febbraio 2021 08:06
in Economia, Governo, Politica
Tempo di lettura: 3 minuti
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La strada (stretta) del Governo Draghi
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E così alla fine è arrivato Mario Draghi. Ora si tratta di vedere se il Parlamento sarà disposto ad accettare questa “imposizione” del Presidente Mattarella, votando la fiducia ad un Governo Draghi. Se ciò avvenisse, sorge spontaneo chiedersi quali saranno gli indirizzi di politica economica che un simile Governo adotterà, sempre tenendo conto che comunque anche l’ex governatore della Bce, per far passare i provvedimenti governativi, deve avere ogni volta la maggioranza.

Ma supponendo che l’autorevolezza del personaggio giochi pienamente a suo favore, ci sono alcuni elementi che possono aiutarci nell’individuare un percorso economico preferito da Draghi. In primo luogo, ricordando la sua formazione economica, sappiamo che SuperMario si è laureato in Italia con il Prof. Caffè, esponente italiano di spicco della teoria keynesiana, per poi completare la formazione negli Stati Uniti con il Prof. Modigliani, premio Nobel per l’economia, altro teorico della necessità dell’intervento pubblico per lo stimolo della crescita economica.

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Fermo restando che, rispetto al proprio curriculum di studi, ognuno è libero di cambiare idea, si può affermare con un certo grado di sicurezza che Draghi non è un liberista estremo e che la sua preferenza per una presenza attiva dello Stato nell’economia, oltrechè come regolatore anche come imprenditore, ha trovato conferma nelle scelte adottate dalla BCE quando lui ne era Presidente. Tuttavia, la questione più importante non è tanto quello che pensa Draghi, cosa senz’altro importante, ma talvolta difficile da interpretare stante la sua proverbiale riservatezza, ma piuttosto quello di cui ha bisogno l’Italia per tornare a crescere: perché in realtà ciò di cui ci accusa l’Unione Europea è di essere troppo statalisti e che servirebbero riforme finalizzate a liberare il sistema produttivo dai numerosi vincoli provenienti soprattutto dalla norma e dalla burocrazia imperante.

C’è da aspettarsi perciò che Draghi, per assicurare all’Italia la possibilità di fruire delle risorse previste nel Recovery Fund, formuli i progetti richiesti dalla Commissione Europea in modo da prevedere alcune riforme che da anni ci vengono richieste e che contengono certamente una connotazione liberista prevalente: si pensi al sistema pensionistico oramai insostenibile ai livelli attuali di spesa pubblica, alla Pubblica Amministrazione e alle sue rigidità, al sistema giudiziario, e così via.

In più ci sono alcuni provvedimenti che non potranno essere elusi o rinviati, come quelli relativi al termine del blocco dei lincenziamenti previsti per fine marzo e di cui ha parlato anche Mattarella, evidenziandone l’estrema delicatezza economica e sociale. Su questo tema, ad esempio, riuscirà Draghi a superare la prevedibile contrarietà delle Organizzazione Sindacali, che cercheranno appoggi in Parlamento, soprattutto nei partiti tradizionalmente appartenenti alla sinistra? Questa domanda non è peregrina, perché l’idea di procrastinare ancora il blocco dei licenziamenti non è più sostenibile da un sistema imprenditoriale che per tornare a crescere deve potersi ristrutturare, anche tagliando posti di lavoro.

Questa scelta determina la necessità di rivedere e ampliare gli ammortizzatori sociali per poter sostenere coloro che verranno espulsi dal mondo del lavoro: questa funzione, infatti, non può essere assolta dal Reddito di cittadinanza, provvedimento simbolo dei grillini, che ha mostrato tutti i suoi limiti quando ha dovuto favorire l’inserimento lavorativo senza concreti vincoli per coloro ai quali veniva proposta una occupazione.

Certo, Draghi potrà contare sull’appoggio di Bruxelles e della BCE; inoltre, la sua sola presenza a capo del Governo rassicurerà i mercati finanziari, per cui è facile immaginare, almeno per un po’, uno scenario di tassi di interesse stabili, anche alla luce del fatto che con Biden (e con il segretario di Stato al Tesoro, Janet Yellen, già Presidente della Federal Reserve e amica di Draghi) la politica monetaria americana sarà più accondiscendente con l’Europa di quanto lo fosse quella di Trump.

In parole più semplici, non ci si aspetta un Governo USA che provi a svalutare il dollaro per rendere più competitive le proprie produzioni, creando problemi all’Euro, così come non ci si aspetta che il tanto temuto spread possa salire, come effettivamente si registra in questi giorni di calma (apparente?) pur in presenza della crisi politica: sembra quasi che i mercati già sapessero che sarebbe arrivato Draghi e questo è bastato per rassicurarli.

Non sono poche le dichiarazioni dei partiti che sui temi sopra esposti hanno già avvisato Draghi di non proporre tagli o modiche non gradite, ecco perché la strada del possibile futuro Governo appare stretta o addirittura obbligata. Sempre che una strada ci sia ancora e venga approvata dalla maggioranza del Parlamento.

Tags: BcebidenMario DraghiSergio MattarellaUnione europea
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