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“Sulla legittima difesa lo Stato ne esce sconfitto”, l’intervista a Giovanni Maria Flick

“È sorprendente che ad esultare per questa legge che dice agli italiani di difendersi da soli sia chi oggi ha la responsabilità di garantire la sicurezza nel nostro Paese”. A dirlo a LabParlamento è il prof. Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex Ministro della Giustizia, che solleva dubbi sulla costituzionalità del provvedimento varato dal Senato lo scorso 28 marzo.

di Daniele Piccinin

Professor Flick, dopo mesi di dibattiti la legittima difesa è stata approvata dal Parlamento. Cosa cambia con questa legge nel nostro Paese?

Non cambia nulla, non sono d’accordo con chi parla di far west così come non condivido chi ora paventa una corsa all’uso delle armi. Osservo, tuttavia, che si è dedicata molta energia ad un tema che certamente non era tra i più urgenti da risolvere nel campo della giustizia e che, da parte di colui che reagisce per legittima difesa, potrebbe crearsi il convincimento infondato di non dover subire alcun accertamento giudiziario dalla vicenda.

Un’urgenza non rilevata neppure dagli altri attori della giustizia.

Le vicende relative alla legittima difesa, per valutazione concorde degli operatori del settore, sono molto limitate numericamente rispetto ai tanti problemi della giustizia penale, il che mi fa pensare che questo sia stato soprattutto un tema discusso e trattato per finalità che vanno oltre la correzione di una legge di cui non mi sembra vi fosse bisogno e tanto meno urgenza; ma sono espressione di un orientamento più generale di tipo politico e giudiziario. Questa legge ha come risultato più un’esultanza di tipo politico che non la risoluzione di un problema tecnico.

Si riferisce all’esultanza del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che in Parlamento ha festeggiato indossando le magliette con gli slogan leghisti?

Non intendo fare valutazioni politiche ma una cosa posso dirla: non trovo ragioni sufficienti che giustifichino l’idea che si esulti tanto nel momento in cui si vara una legge che dichiara più o meno esplicitamente che lo Stato non è in grado di darci sicurezza e che quindi dobbiamo pensarci da soli. Ed è sorprendente che tale esultanza arrivi da chi oggi ha la responsabilità di garantire la sicurezza degli italiani.

Un’esultanza già vista sul caso Diciotti e sul decreto sicurezza.

Quel decreto mette insieme migrazione e sicurezza attribuendo il bollo dei diversi e dei pericolosi a tutti i migranti e per questo pone interrogativi rilevanti al pari di quello sulla legittima difesa. La sicurezza è un problema che coinvolge cittadini e persone di tutte le nazionalità, penso al tema del femminicidio e della violenza sulle donne, un tema gravissimo in sé che però viene tradizionalmente enfatizzato quando questo viene compiuto da un migrante ma non ha lo stesso risalto mediatico quando viene compiuto da un cittadino italiano. E’ evidente che il filo conduttore che lega questi provvedimenti sia la stessa cura dedicata a coltivare il fenomeno della paura per poterne trarre una valutazione di tipo politico.

Tutti temi sottoscritti però nel Contratto di Governo che al momento pare essere rispettato.

Stupisce che il programma di governo sia uno strumento di tipo privatistico sottoposto ad operazioni di transazione, così come stupisce il paragone che ha fatto il Presidente del Consiglio presentandosi come l’avvocato degli italiani di fronte ad un contratto che era considerato un programma di governo. In Italia non abbiamo bisogno né di avvocati del popolo né di strumenti privatistici per quel programma. Per governare il Paese servono programmi di governo che coordinino i vari problemi e servono politici che se ne assumano congiuntamente le responsabilità in un contesto di solidarietà che mi pare stia mancando completamente e venga sostituito da una sorta di do ut des, di scambio.

Torniamo alla Legittima Difesa. La Magistratura ha espresso critiche pesanti. Cosa ne pensa?

La Magistratura ha fatto il suo dovere esercitando il diritto ad esprimersi, così come ha fatto l’Avvocatura, trovando che una soluzione come quella prospettata dalla legge entrata in vigore crei più interrogativi di quelli che risolve. Il primo interrogativo è la mancanza di proporzione tra l’offesa e la difesa. L’altro dubbio sollevato è sul tentativo che introduce questa legge di risolvere il problema con delle formule preventive che, secondo le intenzioni del Legislatore, dovrebbero escludere la necessità e il ruolo del giudice, mentre la valutazione del caso concreto e l’interpretazione della norma con riferimento ad esso nell’applicazione della legge è qualcosa di assolutamente necessario, perché ogni caso è una storia a sé con mille varianti. Personalmente, nutro perplessità anche sul grave turbamento previsto nell’eccesso di legittima difesa. Chi lo misura? Introdurre un parametro di questo tipo per escludere la responsabilità penale a priori mi pare molto forte.

A criticare il provvedimento sono stati anche i sindacati di polizia secondo i quali per l’uso legittimo delle armi da parte delle Forze dell’Ordine resta come unica condizione l’essere costretti dalla necessità. Cosa ne pensa?

Mi pare una valutazione molto precisa e molto attenta da parte di operatori che si occupano di queste tematiche e che denunciano la difficoltà di confinare in una formula astratta, che comprenda tutto e le situazioni più diverse, un caso in cui, invece, occorre valutare singolarmente se c’è quella proporzione.

Teme riflessi nella vita sociale del Paese?

Per fortuna il popolo italiano – al di là della domanda e del plauso di massa – è più serio nel valutare le cose. Certamente questa legge introduce un grande rischio che consiste nella creazione di una sorta di senso di necessità di autodifesa fondato sulla paura e risolto in una falsa sicurezza di non subire mai alcuna conseguenza.

Ritiene che possano esserci profili di incostituzionalità in questo dispositivo?

Il canone della proporzionalità tra l’offesa e la difesa, in concreto, è un canone di ragionevolezza fondamentale e quindi il mancato rispetto di questo parametro può a ragione aprire dei dubbi di costituzionalità, così come la pretesa di escludere il giudice terzo dalla sua valutazione. Nel formulare e disciplinare istituti di questo tipo l’esigenza politica rischia di soppiantare le condizioni tecniche delle scelte. Io sono nemico del tecnicismo ad oltranza ma credo che le esigenze politiche vadano tradotte e realizzate in termini tecnici e che quelle esigenze politiche debbano rispettare alcuni confini di fondo che sono le indicazioni proposte dalla Costituzione, tra cui quella della ragionevolezza.