Nella Conferenza sulla Sicurezza di Monaco tenutasi lo scorso 14 febbraio, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha pronunciato un discorso destinato ad aprire una riflessione profonda sul futuro e sull’identità dell’Europa. Non si è trattato di una semplice analisi geopolitica, bensì di un appello a riconoscere una sgradita verità: nell’ultimo ventennio, l’Occidente si è gravemente indebolito e oggi rischia di perdere non solo influenza globale, ma la stessa capacità di preservare la propria civiltà. Rubio non ha parlato all’Europa come a un alleato qualunque ma come a un partner speciale, legato agli Stati Uniti da vincoli storici, culturali e spirituali che nessuna divergenza contingente può recidere definitivamente.
La posta in gioco di un’alleanza da rifondare su basi nuove
USA ed Europa, si trovano di fronte a un bivio: rinsaldare l’alleanza politica, economica e militare o dividersi rischiando, soprattutto il Vecchio Continente, di venire fagocitati dal Dragone cinese, che sta espandendo sempre più minacciosamente le sue mire egemoniche globali. Dopo la vittoria della Guerra Fredda si diffuse un’illusione pericolosa: l’idea della “fine della storia”. L’Occidente decise di votarsi al dogma del libero scambio selvaggio, che ha portato a delocalizzazioni, chiusura di fabbriche, perdita di milioni di posti di lavoro e alla ormai quasi totale dipendenza da catene di approvvigionamento controllate da autocrazie ostili, come Cina e Russia, adottando politiche energetiche autolesioniste.
Nel contempo, dagli anni ’90 e poi senza soluzione di continuità, dall’inizio del XX secolo, le élites globaliste hanno favorito un’ondata di immigrazione di massa incontrollata che minaccia la coesione sociale, la continuità culturale e il futuro dei popoli occidentali. Progressivamente, durante le presidenze di Bush junior e specialmente di Obama e Biden, gli USA hanno permesso che la Cina, divenisse la fabbrica del mondo occidentale a basso costo, producendo gravi ed estesi fenomeni di deindustrializzazione, e che poi estendesse indisturbata la sua influenza politica ed economica su buona parte dell’Asia e dell’Africa, acquisendo il controllo e il monopolio estrattivo e commerciale delle materie prime critiche, indispensabili per la transizione energetica e digitale.
Pechino non solo estrae circa il 70% delle terre rare mondiali, ma controlla anche fino al 90% della loro raffinazione chimica. È questo dominio sulla fase di trasformazione che consente al Dragone di fissare i prezzi e di esercitare una pressione costante sulle catene globali del valore, come dimostrato dalle restrizioni all’export introdotte di recente, in risposta ai dazi minacciati da Trump. Pertanto, prima che il declino intrapreso dall’Occidente rischi di diventare irreversibile, l’amministrazione Trump propone all’Europa di rinnovare l’alleanza transatlantica su nuove basi, partendo da due punti imprescindibili: una strategia di reindustrializzazione e di riconquista progressiva della sovranità sulle catene di approvvigionamento globali, con due presupposti indispensabili, un maggiore controllo dei confini nazionali per preservare l’identità culturale e un investimento massiccio nelle nuove frontiere spaziali e tecnologiche.
Rubio ha ribadito nel suo discorso che il declino occidentale non è inevitabile ma una scelta e una conseguenza delle politiche fallimentari intraprese negli ultimi trent’anni. Un declino demografico, economico e militare, che può essere arrestato e invertito. Il primo e più profondo segnale di questo declino è demografico. Se nel 1900 il 30% della popolazione mondiale viveva in Europa o in Nord America, oggi la percentuale è scesa sotto il 14, nonostante i due continenti siano stati interessati da un’immigrazione senza precedenti dal resto del mondo.
Sul piano economico, l’Occidente ha perso terreno in modo significativo. Secondo un’indagine del FMI nel 2025, la Cina rappresenta ormai il 20% del PIL globale in termini di parità di potere d’acquisto, superando gli Stati Uniti (14,5%) e l’Unione europea (13,8%). Ancora più evidente è il declino a livello produttivo: la Cina produce da sola circa il 28-30% del valore aggiunto manifatturiero globale, più o meno quanto la somma di USA ed Ue. Trent’anni fa l’Occidente dominava questo settore, mentre oggi dipende da catene di approvvigionamento controllate in larga parte da Pechino, con conseguenze evidenti sulla sicurezza economica e la capacità di influenza politica.
Anche la potenza militare relativa mostra segni di arretramento. Gli Stati Uniti restano primi per spesa militare al mondo, tuttavia, la Cina investe da decenni nella modernizzazione e nell’espansione quantitativa: possiede oggi la flotta navale più numerosa del mondo (oltre 370 navi da guerra contro le circa 290 degli USA), con una crescita rapidissima nella produzione di cacciatorpediniere, sottomarini e portaerei. Gli USA mantengono un vantaggio tecnologico e in termini di tonnellaggio complessivo, ma il divario si riduce anno dopo anno, mentre l’Europa – malgrado la recente crescita della spesa militare – contribuisce ancora poco alla difesa dell’Occidente in ambito Nato.
Per invertire questo trend, seguendo l’esempio americano, il vecchio Continente deve adottare una decisa politica di rilocalizzazione (reshoring) produttiva e di messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento. Ridurre la dipendenza da fornitori esterni, riportare entro i confini nazionali ed europei settori strategici (dall’elettronica ai farmaci, dall’acciaio alle nuove tecnologie) e incentivare investimenti in automazione e formazione, creerebbe milioni di posti di lavoro qualificati e restituirebbe alle nazioni europee autonomia economica e resilienza strategica.
La sfida globale per il controllo delle materie prime critiche
In questa direzione, va interpretata la trattativa tra USA e Ue per la firma entro tre mesi di un memorandum d’intesa per sviluppare una “Strategic Partnership Roadmap”, un accordo strutturato per una geopolitica occidentale delle materie prime critiche, volto a ridurre e progressivamente ad azzerare la dipendenza dell’industria euroatlantica dalla Cina. A dimostrazione dell’importanza della posta in gioco, il presidente Donald Trump ha annunciato un’iniziativa dal valore totale di 12 miliardi di dollari, chiamata Project Vault: un piano per lo sviluppo di una grande scorta di minerali critici per “proteggere” i grandi e piccoli produttori americani dall’elevata volatilità dei prezzi di questi materiali. Una partnership pubblico-privata in cui il ruolo dello Stato è decisivo per rendere sostenibili investimenti che altrimenti non riuscirebbero a competere con i prezzi imposti dalla Cina. L’obiettivo è creare una riserva simile a quelle energetiche, che consenta alle aziende di accedere a materiali strategici senza doverli accumulare singolarmente, proteggendole sia da shock geopolitici sia dalla volatilità dei prezzi. In questo scenario complesso, l’Italia sta provando a ritagliarsi un ruolo strategico. Ha recentemente firmato un accordo con la Germania, poi proposto anche agli altri partner europei, per costruire una strategia comune sulle terre rare, che ci vede tra i candidati in una short list per ospitare uno dei primi due centri strategici di stoccaggio per materie prime critiche in Europa. Oggi, infatti, senza l’accesso a materie prime a prezzi sostenibili non possono esistere né microchip né industria ad alta tecnologia.
Il piano del governo Meloni per una Unione confederale come parte integrante della strategia trumpiana di una nuova alleanza transatlantica
In questo contesto, si inserisce puntualmente la strategia intrapresa dal governo italiano per riformare l’Unione europea in senso confederale, dando più potere e peso decisionale agli Stati membri in seno al Consiglio e meno alla Commissione, per ridimensionarne la funzione ultra regolatoria e iperburocratica, ormai strutturale ed endemica, mediante l’adozione di linee di indirizzo ben definite. Infatti, agli osservatori e ai lettori più attenti non sarà sfuggito che la volontà di mettere un freno all’eccesso di regolamentazione e un limite agli elevati costi energetici rientrano tra le critiche mosse dall’amministrazione Trump all’Europa.
Giorgia Meloni, ha compreso bene che l’unica reale e concreta possibilità di riformare le istituzioni europee in un senso favorevole all’interesse nazionale italiano, passa per la rottura del tradizionale asse franco-tedesco e per un’intesa preferenziale con Berlino che, per la prima volta dalla nascita dell’unione monetaria, si trova in grande difficoltà economica a causa delle stesse scellerate politiche di austerità e deflazione che ha imposto agli altri Stati membri per decenni. Inoltre, favorire un riavvicinamento tra Usa e Germania costituisce un tassello fondamentale per ricostruire una solida alleanza transatlantica. Infatti, la politica protezionista trumpiana è nata dall’esigenza di riequilibrare il grave deficit della bilancia commerciale americana, causato in ambito europeo, soprattutto dal mastodontico surplus tedesco, visto come fumo negli occhi da Washington. In quest’ottica va letto l’azzeramento dei dazi alla Ue in cambio di una maggiore responsabilità operativa e di un aumento di spesa militare degli alleati europei in ambito NATO. Il Governo Meloni sta, quindi, intelligentemente tentando di allargare a proprio vantaggio il solco creatosi tra Parigi e Berlino su temi cruciali per la sopravvivenza dell’Unione: la cooperazione rafforzata tra gruppi di nazioni su temi specifici non di competenza esclusiva della Ue, la semplificazione del quadro normativo regolamentare, la fine del divieto di aiuti di Stato in settori strategici e l’abbandono progressivo delle folli politiche pseudo-ambientaliste del Green Deal, perseguendo l’obiettivo pragmatico della neutralità tecnologica per salvare l’industria automobilistica europea dal fallimento e dalla sottomissione totale all’automotive cinese.
Secondo il disegno italo-tedesco, la competitività e il rilancio dell’industria europea non passano per investimenti pubblici finanziati a debito. L’Europa non ha bisogno di più integrazione, ma di meno regole (una “tabula rasa” normativa ha chiesto Merz). E di tornare al suo core business: far funzionare il mercato unico. Parlare di deregulation e inferiori costi dell’energia oggi in Europa significa una sola cosa: revisionare profondamente e magari abrogare il Green Deal, a partire dal meccanismo di tassazione delle emissioni di carbonio (Ets), che ha un costo enorme per l’apparato industriale. Un costo che non potendo imporre ai produttori dei Paesi terzi tramite i “dazi climatici” del Cbam, sarebbe suicida mantenere solo sui nostri.
Macron, invece, nella sua velleitaria e ottusa voglia di protagonismo e nel suo sterile antiamericanismo, non capisce o finge di non capire che un “disaccoppiamento” dagli USA nell’illusione di un’Europa equidistante da Usa e Cina, si tradurrebbe in un’inevitabile subalternità e dipendenza strategica da Pechino. La Francia, inoltre, deve affrontare un grande problema, il twin deficit: la messa in sicurezza dell’enorme debito pubblico e, soprattutto, la riduzione del debito con l’estero. Ma, mentre il primo è più gestibile grazie a una BCE compiacente, che continua a comprare titoli di Stato transalpini in enormi stock, il secondo, senza l’emissione di eurobond (titoli di debito comune) da mettere a carico dei bilanci degli altri Stati membri, non ha reali prospettive di riduzione a breve e medio termine.
Dallo scoppio della grande crisi finanziaria del 2008-2011, la Francia ha accumulato un deficit commerciale con il resto del mondo superiore ai 300 miliardi di dollari, mentre la Germania ha accumulato un surplus di oltre 4.900 miliardi. L’Italia, invece, dal 2012 ad oggi ha raggiunto un surplus di circa 430 miliardi e oggi contende al Giappone la quarta posizione di tra i maggiori paesi esportatori del mondo. Parigi, con la sovranità monetaria ante euro, avrebbe potuto svalutare il franco per riequilibrare la bilancia commerciale ma nell’eurozona può solo ricorrere a svalutazione salariale, tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse, con il rischio di violente rivolte di piazza e rottura della coesione sociale. Da qui, la richiesta di adozione degli eurobond a cui però Berlino resta fermamente contraria. Anche la Germania deve far fronte al crollo della sua produzione industriale, -17% dal 2017 mentre l’Italia ha fatto registrare un calo più contenuto del 7%, ma, a differenza della Francia, ha lo spazio fiscale per aumentare gli investimenti pubblici.
Dunque, nell’ambito della crisi dell’asse franco-tedesco, che sembra strutturale, si sta incuneando sapientemente la strategia italiana di graduale trasformazione della Ue in comunità, o meglio in confederazione, secondo il principio della sussidiarietà: minori competenze alle istituzioni comunitarie, tarate esclusivamente su macroambiti e più responsabilità agli Stati membri. Una sorta di ritorno alle origini verso una nuova CEE, focalizzata principalmente sul migliore funzionamento del mercato unico e sulla ricostruzione di una imprescindibile e più solida unità euroamericana dell’Occidente.
Infatti, “la nostra storia” – ha detto Rubio, imprimendo un deciso stop alla Cancel Culture e alla vergogna di definirsi orgogliosamente occidentali – è iniziata con un esploratore italiano che si avventurò nel grande ignoto per scoprire un nuovo mondo, portò il Cristianesimo nelle Americhe e divenne la leggenda che ha definito l’immaginazione della nostra nazione pioniera”. Tutte quelle statue di Cristoforo Colombo abbattute negli anni dell’ordalia masochista antioccidentale di stampo liberal sono tornate sul piedistallo. E la storia, al contrario della fallace previsione di Francis Fukuyama, non è finita, ma anzi, è prepotentemente tornata a svegliare l’Occidente prima che sia troppo tardi.























