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Partito democratico: regole e scenari per le primarie del 30 aprile
febbraio 28, 2017
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Chiuso con la scissione lo scontro nel Pd, occorre ritrovare una prospettiva di stabilità governativa

di S.D.C.

Non saranno certo le audizioni di illustri esperti previste per il fine settimana in Commissione Affari Costituzionali della Camera a risolvere la nuova impasse sulla legge elettorale. In genere tali pratiche si risolvono infatti in defatiganti passerelle per prendere altro tempo e, comunque, non si comprende cosa potrebbero aggiungere a quanto si è detto, scritto e dibattuto sulla questione da alcuni anni a questa parte.

Tuttavia, nonostante negli ultimi tempi sia stata meno al centro del dibattito travolta come tutto il resto dal big-bang del Pd, la questione rimane prioritaria per lo sviluppo in un senso o nell’altro del confronto politico. Confronto, che ha registrato qualche piccolo chiarimento a fronte di una incertezza che, nondimeno, domina ancora largamente lo scenario.

Il fatto è che, risolto con la scissione lo scontro che bloccava il Partito democratico (e il Paese), fissata finalmente la data delle primarie (30 aprile) e consegnato al Governo Gentiloni un salvavita almeno fino all’autunno, ritorna sul tavolo il nodo centrale sul quale si gioca il futuro del nuovo Esecutivo post elezioni e della stabilità nazionale. Ovvero la quasi certa ingovernabilità, qualora si andasse al voto in assenza di un premio concretamente raggiungibile alla coalizione oppure alla lista che uscirà vittoriosa dalle urne. Il tutto in presenza di un sempre più accentuato sfaldamento dei partiti, dovuto al ritorno in auge del proporzionale.

In questo senso, sembra che qualche avvicinamento in un dialogo finora tra sordi si stia producendo. Fermo che restiamo dell’idea che, se compromesso sarà, questo alla fine si firmerà esclusivamente tra Forza Italia e Pd (tra le proposte allo studio un “mix” di maggioritario e proporzionale, premio alla coalizione, conferma dei capilista bloccati). Mentre giocheranno un ruolo non da poco i nuovi equilibri parlamentari, soprattutto nelle Commissioni di riferimento, nel rapporto di forza Partito democratico-Dp (scissionisti).

Avere finalmente una legge elettorale opportunamente rivista nel senso auspicato e uniformata tra le due Camere, varrebbe più di qualsiasi altro avvenimento per restituire tranquillità al Paese dopo mesi di scontri esterni e interni al partito di maggioranza relativa, scontri che hanno impedito qualsiasi tentativo di gettare lo sguardo al di là dell’angolo più vicino in un momento storico di grandi sconvolgimenti – economici, sociali e politici – che reclamano ben altro impegno programmatico.

Né il raggiungimento di un’intesa sul sistema elettorale varrebbe, automaticamente, come elemento negativo per la stabilità del Governo. Anzi, Gentiloni si troverebbe a essere rafforzato in un panorama di minori fibrillazioni oggi pressoché quotidiane. Specie se dalle prossime urne francesi e tedesche uscissero sconfitti i populismi con le vittorie, senz’altro possibili, rispettivamente dell’indipendente (ex socialista) Emmanuel Macron e di Martin Schulz.

Del resto, mai come oggi il nostro Paese non si trova nella condizione, soprattutto economica, per affrontare una campagna elettorale anticipata. Questo lo sanno anche molti di quelli che, invece, a parole e soltanto per mero momentaneo tornaconto sostengono ogni giorno l’esatto contrario.