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Svimez: Sud, indietro tutta!

L’ultimo rapporto dell’associazione: stagnazione economica e calo demografico tra i problemi più rilevanti del Mezzogiorno. Il reddito di cittadinanza? Bene, ma la povertà non si combatte solo con un contributo monetario. Servono investimenti produttivi. Ma ecco la tegola Arcelor Mittal, che potrebbe costare 3,5 miliardi di euro e 15.000 posti di lavoro

 di Stefano Bruni

Il Sud continua ad arretrare. Dal punto di vista economico e demografico anzitutto.

Questo il segnale di avvertimento lanciato nei giorni scorsi da Svimez, in occasione della presentazione dell’annuale rapporto.

Il PIL del 2018 al Sud è cresciuto infatti dello 0,6%, meno dell’anno precedente quando aveva fatto registrare un  +1%.

A ristagnare sono soprattutto i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0.7%, recuperando e superando i livelli pre crisi.

Non aiutano i consumi privati delle famiglie e quelli alimentari che calano del -0,5%, in conseguenza alla caduta dei redditi e dell’occupazione.

Soprattutto va male la spesa per consumi finali della PA che ha segnato un segno meno (-0,6%) nel corso del 2018.

Gli investimenti privati restano la componente più dinamica della domanda interna (+3,1% nel 2018 nel Mezzogiorno, a fronte di +3,5% del Centro-Nord). Crescono soprattutto gli investimenti in costruzioni (+5,3%), mentre si sono fermati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1% contro +4,8% del Centro-Nord).

Ma se investimento privato spinge da un lato, l’investimento pubblico crolla nel 2018.

Le previsioni per il futuro, secondo la Svimez, non saranno diverse.

Il Pil italiano a +0,9% nel 2018, è previsto a + 0,2% nel 2019 e +0,6% nel 2020.

Una crescita molto modesta, anche nelle aree più sviluppate del Paese.

Al Sud, poi, nel 2018 l’aumento è stato del +0,6%, calerebbe a -0,2% nel 2019 e risalirebbe leggermente a +0,2% nel 2020. L’occupazione italiana, a sua volta, segnerebbe +0,9% quest’anno, +0,07% il prossimo e +0,30 nel 2020. Al Centro-Nord sarebbe +0,9% nel 2018, +0,13%  nel 2019, +0,35% nel 2020.

Al Sud +0,7% quest’anno, scenderebbe a -0,14 il prossimo per risalire a +0,14% nel 2020.

Altro punto debole del Sud, evidenziato dal Rapporto Svimez, è la crisi demografica e il conseguente calo della popolazione.

La popolazione Italiana (non solo quella del Sud) ha infatti smesso di crescere dal 2015.

L’esaurimento del lungo periodo di transizione si è tradotto, infatti, in una vera e propria trappola demografica nella quale una natalità in declino soccombe a una crescente mortalità. La crisi demografica e le emigrazioni accentuano i divari tra Sud e Centro-Nord. Dall’inizio del secolo a oggi la popolazione meridionale è cresciuta di soli 81 mila abitanti, a fronte di circa 3.300.000 al Centro-Nord. Nello stesso periodo la popolazione autoctona del Sud è diminuita di 642.000 unità, mentre al Nord è cresciuta di 85.000. Nel corso dei prossimi 50 anni il Sud perderà 5 milioni di residenti: -1,2 milioni sono giovani e -5,3 milioni persone in età da lavoro. A fronte di un Centro-Nord che conterrà le perdite a 1,5 milioni”.

Inoltre, prosegue il Rapporto, “il Mezzogiorno continua a perdere giovani fino a 14 anni (-1.046 mila) e popolazione attiva in età da lavoro da 15 a 64 anni (-5.095 mila) per il calo delle nascite e la continua perdita migratoria

Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2.015 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati.

Le politiche messe in atta anche di recente (come nel caso del reddito di cittadinanza) avrebbero dovuto aiutare, ma la povertà non si combatte solo con un contributo monetario, occorre ridefinire le politiche di welfare ed estenderle, dice la Svimez.

Nel rapporto era stato messo in evidenza il fatto che per riprendere a camminare (non a correre, solo a camminare) il Sud ha bisogno di maggiori investimenti produttivi in un contesto di discontinuità nella politica industriale.

Sembrerebbe però che proprio in queste ultime ore sia arrivata una prima risposta negativa, da parte di Arcelor Mittal, a questo auspicio.

La decisione di riconsegnare le chiavi dell’ex Ilva allo Stato porta con se una srie di conseguenze che la stessa Svimez ha “quantificato” in queste ore:

“L’impatto annuo sul PIL nazionale è stimato, considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti, in 3,5 miliardi di euro, di cui 2,6 miliardi concentrata al Sud (in Puglia) e i restanti 0,9 miliardi nel Centro-Nord, pari allo 0,2% del PIL italiano. Se consideriamo l’impatto sul Pil del Mezzogiorno si sale allo 0,7%. Un impatto negativo si avrebbe soprattutto sulle esportazioni (-2,2 mld) ma anche sui consumi delle famiglie (-1,4 mld), considerando il significativo impatto del venir meno degli stipendi degli addetti dello stabilimento, dell’indotto diretto e degli effetti occupazionali del rallentamento dell’economia. Si ricorda infatti che l’occupazione impegnata da ILVA è di quasi 10 mila addetti (di cui oltre l’80% a Taranto), di circa 3 mila dipendenti nell’indotto e di altri 3 mila addetti legati all’economia attivata dall’azienda. Parliamo di un bacino complessivo di oltre 15 mila persone che rischierebbe di perdere il salario”.

 Nell’arco temporale di implementazione del piano industriale la nuova società avrebbe inoltre realizzato 2,4 mld. di euro di nuovi investimenti, cui si aggiungevano i circa 1,1 mld. di spese destinate alla bonifica del sito oggetto di transazione con la precedente proprietà. Nel periodo di attuazione del piano industriale (2018-2023), il Pil complessivamente attivato dalla produzione realizzata nel sito di Taranto e negli altri due del Nord sarebbe stato pari a 22,5 mld. di euro nell’intero arco temporale coperto dal piano industriale. Per avere un termine di paragone, si tratta nel complesso di 1,3% del Pil italiano; nel Sud l’impatto sale al 4,2% del Pil dell’area. Sotto il profilo occupazionale, nell’intero periodo di attuazione del piano industriale si valuta che la produzione complessivamente realizzata avrebbe creato circa 51,000 posizioni lavorative, di cui circa 42,000 in Puglia e le restanti altrove”

 Ora, la palla è di nuovo in mano alla politica, che dovrà trovare un modo per porre un freno, o forse uno “scudo”, a questa situazione.

Stefano Bruni

Stefano Bruni

Stefano Bruni, classe 1978, laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza.Già Capo della segreteria tecnica del Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), è stato componente del Comitato CNEL-ISTAT per l’individuazione di nuovi indicatori integrativi del Pil (Bes) dal 2011 al 2015. Assistente Parlamentare del Presidente della Commissione Finanze della Camera dei Deputati nel 2005, componente della Segreteria Tecnica della Commissione per il futuro di Roma Capitale (2008-2009). Assistente del Presidente dell’Associazione internazionale dei Consigli Economici e sociali (Aicesis) con sede a Parigi (2009–2011). Consigliere delegato per i Public Affairs di Confassociazioni (2015–2018) e, dal 2018, membro del comitato etico, scientifico e di indirizzo con delega alle relazioni istituzionali. Sales Manager Miowelfare srl (2016–2017). Consulente di società specializzate in relazioni pubbliche e istituzionali.
Da settembre 2017 è Responsabile rapporti istituzionali del Collegio Nazionale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati. Da gennaio 2019 Amministratore unico del Centro Autorizzato Nazionale Assistenza Produttori Agricoli s.r.l.. Dal 2017 collabora con LabParlamento. Ha scritto e collaborato con IlSussidiario.net, Formiche.net, Consumerismo.it, Secondowelfare.it, ItaliaOggi e Avvenire.
Stefano Bruni

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