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Su Brexit regna la confusione. Per ottobre serve un accordo che (per ora) è in alto mare

La saga dell’uscita britannica dall’UE sta per volgere al termine anche senza un accordo mentre l’ombra di un nuovo referendum si fa sempre più concreta

di Eleonora Masi

Ad otto mesi dall’uscita definitiva del Regno Unito dall’Unione Europea, i sostenitori della linea dura di Brexit sembrano essere diventati una minoranza in grado di generare scompiglio nella formulazione degli accordi ancora in corso. Lo scontro in atto, infatti, non vede più contrapposti, come da tradizione, conservatori e laburisti ma l’ala dura del partito che ha votato “leave” e quella maggioritaria, ma in grande difficoltà, che ha appoggiato il “remain”.

Facendo un piccolo passo indietro nel tumultuoso mese quasi trascorso, durante il Chequers Brexit meeting dello scorso 6 Luglio sembrava che il gabinetto di governo avesse raggiunto una posizione comune sul futuro delle negoziazioni. Il 9 luglio, invece, il ministro per la Brexit, David Davis e, poche ore dopo, il ministro degli esteri Boris Johnson, si dimettono per protestare contro l’approccio troppo “morbido” adottato dalla premier Theresa May che consiste, fondamentalmente, nel preservare la maggior parte dei trattati commerciali con l’Unione Europea. Il 13 luglio, in piena baraonda, il presidente americano Donald Trump arriva a Londra per la sua prima visita ufficiale in Regno Unito fornendo appoggio incondizionato a Brexit, anzi, premiando la tenacia del governo con la possibilità di creare un’area esclusiva di libero scambio fra UK ed USA. A giudizio di Trump, quindi, la delicatezza con cui May sta trattando con l’Europa sarebbe eccessiva: “dovresti fargli causa e non negoziare” è stato il consiglio spassionato rivelato dalla premier alla stampa pochi giorni dopo.

Come superare l’empasse? C’è l’effettiva possibilità che l’uscita avvenga senza un accordo?

La presentazione del nuovo libro bianco è stata accolta con riserva da Michel Barnier, responsabile UE per la negoziazione a Brexit la quale, pur confermando le priorità su economia, circolazione delle persone, unità nazionale, democrazia e posizione internazionale del Regno Unito accusa Londra dell’assenza di una base solida per arrivare ad un accordo. L’opinionista Andrew Rawnsley del Guardian ipotizza altrettante cinque vie d’uscita: le dimissioni di Theresa May in favore di un nuovo Primo Ministro che non abbia ancora perso di credibilità; l’opzione di instaurare un governo di unità nazionale, “sebbene il Paese non sia in guerra, ma in conflitto con se stesso”. Una terza, drastica via potrebbe essere il ritorno a nuove elezioni: se l’attuale governo non è stato in grado di risolvere la questione, forse è il caso che lo faccia un altro parlamento; o ancora si potrebbe chiedere di posticipare la data ufficiale dell’uscita stabilita ora per il 29 marzo 2019, cosa prevista dall’articolo 50, se approvata da tutti e 27 i Paesi. In assenza di una simile decisione, la scadenza effettiva per il tentativo di un accordo sarebbe ottobre, per lasciare un tempo di ratifica fisiologico da parte degli stati dell’Unione. Last but not least, come direbbero gli inglesi, un nuovo referendum, opzione da sempre paventata ed ampiamente analizzata di recente dall’Economist: è ciò a cui auspicherebbe l’Europa sperando in un finale diverso dal precedente? Theresa May ha ripetuto più volte che “non avere accordi è meglio di un cattivo accordo”. Ma il tempo stringe.