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Stop “Fornero”? Costa 25 m.di €/anno e per il futuro 40 punti PIL

Vincenzo Galasso, ordinario del Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico dell'università Bocconi (Photo credits: UniBocconi.eu)

Perdita secca già al primo anno e poi la controriforma. Le distorsioni intergenerazionali. Vincenzo Galasso (Bocconi) commenta a LabParlamento la promessa elettorale di Salvini

di Valentina Magri

“Molti credono che con l’abolizione della legge Fornero si eliminerebbe l’aumento dell’età pensionabile legato all’aumento della speranza di vita, che questa legge ha modificato e reso più stringente. Si tratta di un equivoco”. Ne è convinto Vincenzo Galasso, Ordinario del Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico, Program Director del corso di laurea International Politics and Government dell’Università Bocconi ed editor della rivista “European Journal of Political Economy”,  che poi aggiunge: “Abolire la legge porterebbe alla perdita di 25 miliardi di risparmi di euro l’anno e bisognerebbe trovare 40 punti di PIL per finanziare la controriforma fino al 2045”.

Qual è il suo commento sulla proposta del leader della Lega Nord, Matteo Salvini riguardo l’abolizione della legge Fornero?

“Non è chiaro come la proposta si possa tradurre in un disegno di legge. Il legame tra l’aumento della speranza di vita e l’aumento dell’età di pensionamento è stato adottato con la riforma Sacconi-Berlusconi del 2010. L’abolizione della legge Fornero non vanificherebbe questo legame, ma l’adeguamento della pensione all’aspettativa di vita passerebbe da cadenza biennale a triennale”.

Ma quali sarebbero le conseguenze concrete sugli italiani?

“Si creerebbero delle distorsioni con le lavoratrici del settore pubblico in pensione a 67 anni e quelle del settore privato a 63 anni e 8 mesi. Si abolirebbe il passaggio al sistema contributivo per  le persone che avevano il retributivo, che conseguentemente godrebbero di una pensione più alta. Questo significherebbe un favore ad alcune generazioni di persone over 55, senza pagare il costo di passare al retributivo, che hanno pagato invece i giovani con  la riforma del 1995 e che ha messo al sicuro le finanze pubbliche. La riforma Fornero e altre riforme hanno cercato di spalmare maggiormente questo costo su diverse generazioni. L’abolizione della legge avrebbe quindi un prezzo da pagare anche  in termini di equità intergenerazionale. Se si decidesse poi di restituire la perequazione, bloccata sempre dalla legge, servirebbero altri 70 miliardi di euro, tutti da pagare nel primo anno”.

“Tornando un attimo sulla distorsione privato/pubblico: per le lavoratrici dipendenti del primo settore, come detto, si ridurrebbe l’età del pensionamento; con la legge Fornero infatti è stato attuato un ulteriore sforzo di unificazione tra pensionamento privato e pubblico; senza, si tornerebbe a un sistema frammentato e a una revisione triennale dei requisiti dell’età di pensionamento.  Insomma,  il numero di anni di contributi per accedere alla pensione di anzianità sarebbe slegato da un aumento dell’aspettativa di vita e si tornerebbe a un numero fisso”.

A proposito di costi, quale sarebbe l’impatto sui conti pubblici ?

“Se guardiamo alla relazione tecnica della Ragioneria dello Stato, abolire la Fornero porterebbe alla perdita di 25 miliardi di risparmi di euro l’anno. Bisognerebbe trovare 40 punti di PIL per finanziare la controriforma fino al 2045. Sarebbe quindi estremamente oneroso”.